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Servono laureati migliori, non pezzi di carta presi in fretta

RISPOSTA A POLETTI

Servono laureati migliori, non pezzi di carta presi in fretta

Il Ministro Poletti ha recentemente dichiarato che «prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21. Così - avrebbe aggiunto il ministro - un giovane dimostra che in tre anni ha bruciato tutto e voleva arrivare. Mentre nel nostro paese abbiamo un problema gigantesco: è il tempo. I nostri giovani arrivano al mercato del lavoro in gravissimo ritardo. Quasi tutti quelli che incontro mi dicono che si trovano a competere con ragazzi di altre nazioni che hanno sei anni meno di loro e fare la gara con chi ha sei anni di tempo in più diventa durissimo».

La motivazione è giusta, la conclusione è sbagliata. Vediamo perché.Intanto c’è un problema strutturale di cui nessuno sembra voler parlare. Una sorta di tabù. Il nostro sistema universitario è impostato sull’idea dello studente-spettatore. Entrando all’università lo studente abbandona il metodo della scuola superiore fondato sullo studio in corso d’anno e cadenzato dalle verifiche in itinere per adottarne uno fondato sulla autonomia dell’apprendimento.Nella maggior parte dei casi lo studente che entra all’università smette di studiare. Un paradosso? Non tanto, se si pensa che per la stragrande maggioranza dei corsi la preoccupazione dello studente (e delle famiglie) diventa il superamento degli esami.

Lo studente smette di essere soggetto attivo e diventa passivo, trasformandosi in una sorta di contenitore da riempire. Si mette in ascolto, uno spettatore appunto. Fanno eccezione ovviamente i corsi con laboratori pratici, anche se spesso lo studente entra in contatto con strumentazioni ed esperimenti senza che sia richiesto di conoscerne le teorie sottese. Si preoccuperà di apprendere solo dopo, a corso finito, spesso molto tempo dopo.Non sarebbe facile fare diversamente. Siccome il sistema universitario non è organizzato (come invece avviene alle scuole superiori) per consentire allo studente di studiare mentre segue i corsi, esigenze vere e presunte hanno fatto proliferare la didattica, compattato gli orari, riempito mattine e pomeriggi, fatto esplodere le aule, e prodotto semestri che durano due-tre mesi.

Per lo studente è una vita pulsata: alcuni mesi di didattica molto densa, ma senza obbligo di frequenza e nessun incentivo e poco tempo per lo studio “durante”, e mesi di esami dove recuperare conoscenze delle quali si è stati spettatori passivi mesi prima, quando non anni prima. A parte l’interrogativo sulla utilità della didattica frontale, non c’è da stupirsi se i tempi si allungano. Non c’è da stupirsi se il percorso dalla laurea triennale (3 anni) alla laurea magistrale (2 anni) al dottorato (3 anni) in Italia invece di 8 anni ne richiede 10, quando non 12.

Qui il Ministro Poletti ha ragione: affacciarsi sul mercato del lavoro nella difficile situazione attuale per trovarsi a competere con tanti giovani laureati internazionali in movimento e fortemente motivati e con 5 o 6 anni di meno, trasforma un naturale percorso a ostacoli in prova estrema.Il Ministro però ha torto, a mio avviso, nel puntare al ribasso. Abbiamo bisogno di laureati migliori, non di “pezzi di carta” acchiappati frettolosamente. Preferisco continuare a pensare che i nostri ingegneri, insegnanti, letterati, medici, scienziati che escono dalle nostre università abbiamo studiato molto e abbiano conseguito punteggi alti perché ben preparati.

La laurea resta un potente ascensore sociale, se la dequalifichiamo aumentiamo la divisione in classi, non la cultura e la capacità produttiva del paese.Semmai, caro Ministro, ci dovremmo interrogare se non sia ora di mettere mano con coraggio alla struttura profonda del nostro sistema formativo, un sistema che reggeva (malamente) quando il confronto era tutto interno al Paese. Oggi non è più così. I nostri tempi e modi e meccanismi, lungi dall’essere equanimi e garantisti, finiscono di fatto per deprimere l’impegno personale e disincentivare chi vuole conseguire una laurea triennale a 21 anni ma con 110 e lode e poi anche proseguire gli studi.

Dario Braga è Presidente T3LAB consorzio, Università Unindustria Bologna

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