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Una spinta agli obiettivi del Jobs act

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L’ANALISI

Una spinta agli obiettivi del Jobs act

L’agevolazione per le assunzioni a tempo indeterminato non ha avuto effetti miracolistici sull’occupazione, ma sicuramente ha segnato una piccola inversione di tendenza, che la proroga del bonus deve alimentare.

Al di là delle differenti modalità di raccolta dei dati tra Inps, Istat e ministero del Lavoro, gli elementi che caratterizzano il mercato del lavoro 2015 possono essere sintetizzati in questi termini: aumenta il ricorso ai contratti a tempo indeterminato, con un calo dei contratti a termine e, purtroppo, anche dell’apprendistato (secondo l’Inps nei primi dieci mesi i contratti a tempo indeterminato sono il 38% dei rapporti attivati contro il 32% dell’anno precedente); crescono di circa 200mila unità gli occupati.

Quest’anno la partita sul mercato del lavoro ha utilizzato la carta di un effetto combinato. Da un lato l’incentivo economico per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate entro il 31 dicembre: la decontribuzione totale per tre anni fino a un massimo di 8.060 euro l’anno. Dall’altro, il bonus normativo portato dal Jobs act: per gli assunti dal 7 marzo, in caso di licenziamento illegittimo, il rimedio della reintegrazione è residuale, confinato all’ipotesi in cui si dimostri in giudizio, per i recessi disciplinari, l’insussistenza del fatto contestato.

I risultati, come detto, non sono stati miracolistici, ma qualcosa si è rotto nell’incantesimo che imprigionava il mercato del lavoro a un altissimo tasso di disoccupazione - assolutamente preoccupante quella giovanile ben oltre il 40% - e all’utilizzo di forme contrattuali “atipiche”, voucher, lavoro a chiamata, collaborazioni, contratti a termine anche di pochi giorni, ripropposti nel tempo. Non che queste tipologie contrattuali costituiscano “voci” negative di per sé, ma da tempo è l’incidenza di queste forme rispetto all’occupazione stabile a destare preoccupazione, anche da parte dell’Unione europea. Certo, si è ancora lontani dall’obiettivo che dovrebbe stare alla base del Jobs act: incentivare i rapporti di lavoro a tempo indeterminato che rappresentano la forma contrattuale comune. Tuttavia, per cambiare abitudini, anche giuridiche, occorre tempo ed esperienza. I datori di lavoro devono “imparare” a poco a poco che quelle che consideravano i mali e le insidie del contratto a tempo indeterminato oggi sono delimitati e depontenziati. La scelta di prorogare la decontribuzione anche per le assunzioni effettuate nel 2016 è dunque strategica. La misura avrebbe potuto essere più coraggiosa e non limitarsi al 40% dei contributi. Probabilmente avrebbe potuto essere di maggior peso e durata se si fosse aperto un confronto ampio sulla previdenza di primo pilastro, sulla previdenza complementare e si fosse immaginato un intervento più incisivo anche in tema di invecchiamento attivo rispetto all’opzione per il part time per chi è vicino alla pensione. Un problema è costituito senz’altro dalle risorse. Non bisogna poi sottovalutare come la previdenza scateni un dibattito ideologioco in cui è difficile non perdersi. Dunque, è bene accontentarsi e fare tesoro di un incentivo che non è un “regalo” per i datori di lavoro ma che deve diventare un investimento per le risorse umane delle imprese, senza le quali è difficile competere sulla qualità.

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