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L’Italia fa il pieno di finanziamenti Bei

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L’Italia fa il pieno di finanziamenti Bei

Il 2015 è stato un anno costellato di record, per la Bei e l’Italia. La Banca, assieme al Fondo europeo per gli investimenti (Fei), ha chiuso complessivamente operazioni per 84,5 miliardi, una cifra annuale senza precedenti. E il volume dei finanziamenti del gruppo all’Italia ha toccato gli 11,7 miliardi, un record con un aumento del 2,7% sul 2014. Si conferma così o l’Italia nella posizione di principale beneficiario con un totale di 190 miliardi dal 1958, anno di costituzione della Banca europea per gli investimenti. Altri dati globali al massimo storico nel 2015 sono i prestiti Bei alle Pmi, all’innovazione e le erogazioni per il cambiamento climatico.

Premere sull’acceleratore dei finanziamenti alle piccole imprese, all’innovazione, alla R&S, alle infrastrutture, all’istruzione, all’energia, ai trasporti non è però un vanto ma una necessità, tanto in Europa quando in Italia dove la ripresa economica stenta a decollare e fatica a tornare ai ritmi di crescita pre-crisi. La Bei, dopo il trienno 2013-2015 con attività potenziata grazie all’aumento di capitale del 2012, ha messo il turbo per i successivi tre anni (2016-2018) con il Piano Juncker e le speciali garanzie erogate dal Feis (il Fondo europeo per gli investimenti strategici da 21 miliardi) che consentono di assumere maggiori rischi.

Proprio l’avvio del Piano Juncker, per il quale nel 2015 la Bei e il Fei hanno anticipato nel 2015 le prime operazioni con il cosiddetto “warehousing”, vede l’Italia partita a razzo e in pole position per operazioni firmate: il gruppo Bei ha approvato l’anno scorso per controparti italiane 7,5 miliardi di operazioni (5,7 la Banca e 1,8 il Fei) per 50 miliardi di investimenti attivati grazie al moltiplicatore del Piano. Oltre 3 miliardi totali sono stati già firmati e sono quindi pronti all’erogazione, e di questi 1,33 miliardi vanno in Italia, prima in classifica con 16 operazioni che mobiliteranno oltre 7 miliardi di finanziamenti. «È una buona partenza, quella dell’Italia nel Piano Juncker, siamo partiti con una forte accelerazione», ha detto ieri in conferenza stampa Dario Scannapieco, vicepresidente Bei e presidente Fei, pronosticando che «il 2016 sarà un anno interessante. Lanceremo il primo project bond in Italia sul Passante di Mestre»: un’operazione, molto attesa con una lunghissima gestazione, che infine dovrebbe spianare la strada al maggiore uso di uno strumento con grandi potenzialità per attrarre nuove classi di investitori istituzionali al finanziamento delle inftrastrutture, alimentando la creazione del mercato dei capitali unico europeo e disintermediando le banche.

Al di là dei volumi dei prestiti, è piuttosto l’innovazione finanziaria e lo sviluppo di strumenti alternativi al prestiti bancari il campo dove l’ Italia dovrebbe e potrebbe fare di più nel 2016, anche grazie al Piano Juncker e alle garanzie Feis. Scannapieco si è spinto a dire che Bei e Fei quest’anno faranno di più in Italia per lanciare strumenti in grado di assorbire «il rischio in pancia alle banche» attraverso le cartolizzazioni: per ora si tratta dei prestiti in bonis ma, anche se su questo punto il presidente Bei non si è sbilanciato, non si può escludere a priori un ruolo futuro della Banca nella partita dei non-performing loans, che oltre alle cessioni a prezzi di mercato potrebbe ricorrere alle cartolarizzazioni. Il Fei già interviene nelle ABS (asset-backed securities) con il credit enhancement (miglioramento del rating delle classi junior) dove la Bei sottoscrive tranche senior: secondo Scannapieco diventerà cruciale nei prossimi anni il rilancio delle cartolarizzazioni che ancora risentono del bias negativo provocato dalla crisi subprime venuta dagli Usa. «La soluzione del problema dei NPLs è centrale per il rilancio dell’economia in Italia», ha detto. Quel che la Bei e il Fei potranno sicuramente fare , e hanno già fatto, sono le operazioni di risk sharing dove la banca italiana eroga nuovi finanziamenti con rischio in parte a carico della Bei. Altre operazioni garantite consentono alle banche di andare oltre e liberare capitale.

Bei e Fei intendono fare di più quest’anno anche per le Pmi italiane, dopo che nel 2015 ne sono state finanziare oltre 7.200 (84.200 nel periodo 2008-2015 per 25 miliardi in totale). Le piccole e medie imprese e le start-up potranno essere aiutate sempre più a rafforzarsi patrimonialmente con operazioni di private equity e venture capital, sulle quali c’è ancora tanta strada da fare.

La Bei e il Fei lavorano a pieno ritmo con le banche italiane e soprattutto con Cdp: il costo della raccolta della Bei è molto inferiore a quello dello Stato italiano e i suoi finanziamenti consentono di risparmiare. Si spingerà sull’acceleratore in prospettiva per il Mezzogiorno, nello sviluppo della banda larga, nell’utilizzo dei fondi strutturali europei (con assistenza e consulenza tecnica gratuita alle amministrazione locali della Bei tramite i programmi Jaspers e Jeremy). L’Italia ha fatto bene finora come controparte di Bei e Fei, perché svetta in cima alla classifica dei Paesi beneficiari, ma si potrà fare di più. Il Piano Scuola co-finanziato dalla Bei in Italia «ha funzionato bene - ha detto Dario Scannapieco - e questo dimostra che la centralizzazione funziona meglio dell’approccio su base regionale. E servono all’Italia più competenze a livello dell’amministrazione centrale e locale, bisogna attrarre nel pubblico più professionalità per saper cogliere meglio le opportunità offerta da una finanza sempre più complessa».

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