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L’industria creativa italiana vale il 2,9% del Pil

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L’industria creativa italiana vale il 2,9% del Pil

«Dobbiamo essere tutti consapevoli che non ci capiterà più una finestra come questa. Far sposare i vantaggi dell’era digitale con la creatività italiana può dare uno slancio incredibile all’occupazione, all’economia, al Paese». Il ministro dei Beni culturali e turismo Dario Franceschini – ricordando il suo essersi definito «a capo del principale Ministero economico italiano» il giorno dell’insediamento al Mibact – non ha usato mezzi termini ieri alla Triennale di Milano, dove è stato presentato lo studio “Italia Creativa”, realizzato da EY con il supporto del Mibact e delle associazioni di categoria del mondo della cultura, Siae in primis.

All’indagine presentata ieri hanno partecipato esponenti dell’industria – fra cui l’ad di Sky Italia Andrea Zappia, il ceo di Mondadori Ernesto Mauri, il presidente Siae Filippo Sugar, la presidente dei produttori di Anica Francesca Cima – oltre all’ad di Ey in Italia, Donato Iacovone, al direttore del Piccolo Teatro di Milano, Sergio Escobar e al direttore del Museo Egizio di Torino, Christian Greco. La ricerca ha preso in considerazione gli undici settori più rappresentativi dell’industria della cultura e della creatività nel nostro Paese: architettura, arti visive e performative, cinema, libri, musica, pubblicità, quotidiani e periodici, ma anche radio, televisione e home entertainment, videogiochi. E alla fine a emergere è stata la fotografia di un settore da 47 miliardi di euro di valore, pari al 2,9% del Pil, e quasi un milione di occupati, il 41% dei quali under 40. Insomma, una miniera d’oro sfruttata solo in minima parte in cui il Museo Egizio di Torino si staglia come esempio d’eccellenza, ma allo stesso tempo come epifenomeno dell’italico spreco di “talenti”.

È la seconda collezione al mondo sull’Egitto. Non è però, ha ricordato il suo direttore, il secondo museo egizio del mondo. I numeri presentati ieri confermano e lasciano un sapore agrodolce. Certificano la dote di un settore che per valore economico supera anche le telecomunicazioni, ma fanno da cornice a una certezza che nessun numero può scalfire: c’è un patrimonio culturale e artistico che contraddistingue il nostro Paese, ma che non è sufficientemente valorizzato ed è spesso penalizzato dalla difficoltà di fare sistema e mettere insieme in maniera fattiva pubblico e privato. «In Europa la filiera creativa vale tra il 3,1 e il 3,5% del Pil; nel nostro Paese è sotto al 3%» ha spiegato l’ad di EY in Italia, Donato Iacovone, aggiungendo che «l’industria creativa italiana ha un enorme spazio di crescita soprattutto per quanto riguarda l’occupazione giovanile e quella femminile; potrebbe infatti andare a creare 300mila nuovi posti di lavoro».

Basterebbe crederci di più. Basterebbe fare sistema come fanno altrove. Come in Francia per esempio, dove lo stesso studio ha descritto un’industria creativa che pesa lo 0,9% in più sul Pil. In che direzione deve andare allora lo sforzo per capovolgere una situazione paradossale, di un Paese che ha l’oro fra le mani, ma senza saperlo usare? L’ad di Sky Zappia mette al centro della discussione due pilastri: chiara regolamentazione e lotta senza quartiere alla pirateria. «Negli Usa – aggiunge Sugar (Siae) – c’è stato un trade off. L’industria dei contenuti è stata attaccata depauperandosi, ma al contempo è cresciuta una industria che genera ricchezza come quella di Google e degli altri Over the top». Qui il discorso va inevitabilmente a planare sul diritto d’autore la cui difesa appare all’industria creativa italiana come una questione di vita o di morte. La creatività del resto è tale solo se può essere remunerata, autoalimentandosi. «Forse togliere qualche soldo a Google per investirlo nel digitale non sarebbe male», ha detto l’ad di Mondadori Mauri chiamando in causa il colosso di Mountain View che da tempo ormai duella con i j’accuse di un’industria creativa che in generale (non solo a causa di Google, ma in gran parte per cause attribuite all’attività di Google) lamenta un pericoloso value gap fra quanto generato e quanto ricevuto in termini di ritorno economico. Ci ha provato Siae a calcolarlo con uno studio Roland Berger presentato a novembre. All’appello mancherebbero 369 milioni di euro. Il che significa valore e occupazione in meno. «Parliamo di giovani, di donne, di occupazione nel meridione. Posti di lavoro – ha concluso Sugar – non delocalizzabili».

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