Commenti

Il cordone monetario che lega i mercati

Mercati

Il cordone monetario che lega i mercati

La Croce Rossa è arrivata. Anzi, le Croci Rosse. Dopo 20 giorni di bufera sui mercati finanziari globali, che hanno bruciato 6.500 miliardi di dollari di capitalizzazione, ecco che le banche centrali entrano in campo. E improvvisamente i dolori spariscono, la speculazione ribassista lascia la morsa, il cielo si rasserena, i mercati s’impennano. Dal petrolio alle Borse.

Giovedì è stata la Bce a gettare acqua sul fuoco delle banche ad annunciare che già a marzo la sua politica monetaria potrebbe farsi ancora più espansiva. Lo stesso giorno la Banca centrale cinese ha iniettato sui mercati l’equivalente di 60,8 miliardi di dollari, record da tre anni. Il mercato scommette poi sul fatto che la Bank of Japan stia preparando nuove munizioni e che la Federal Reserve Usa possa tornare sui suoi passi e rallentare i rialzi dei tassi. Sembra insomma che il mondo finanziario non riesca a recidere il cordone ombelicale che lo lega alla politica monetaria: appena annusa nuove iniezioni di liquidità, o politiche monetarie più espansive del previsto, dimentica tutti i problemi.

In effetti una delle ragioni (non l’unica, certo) per cui nelle scorse settimane le Borse si erano imbizzarrite, è da cercare proprio nella politica monetaria della Federal Reserve americana: a dicembre Janet Yellen ha infatti avviato un graduale rialzo dei tassi d’interesse, dopo anni di livello zero. Questo evento (accaduto a dicembre ma atteso dal mercato almeno dall’agosto precedente) ha accentuato, e fatto esplodere, i problemi strutturali di molti Paesi emergenti e di molte loro aziende, che negli anni d’oro della liquidità si erano iper-indebitate in dollari. Dallo scorso agosto infatti le valute emergenti sono crollate (con ribassi che arrivano a -17% per il rublo russo, a -19% per il rand sudafricano, a -12% per il real brasiliano) e le Borse sono tracollate (quella del Brasile ha perso il 20%, quella sudafricana il 7%, quella delle Filippine il 14%, quella cinese il 10% e così via). È vero che ci sono state anche altre cause, dal rallentamento economico cinese alla frenata del petrolio, ma la Federal Reserve è senza dubbio una ragione importante di questa poderosa fuga di capitali dai Paesi emergenti.

Ovvio che l’antidoto per la volatilità generata in parte da una banca centrale non potesse che essere somministrato da altre banche centrali. E così è stato. Non solo la Bce e la banca cinese hanno rassicurato i mercati giovedì, ma ora anche la Bank of Japan è attesa in campo con nuovi stimoli. E il mercato inizia a pensare che anche la stessa Fed americana dovrà presto rallentare il rialzo dei tassi previsto per il 2016. Si pensi che a dicembre il mercato scommetteva su tre incrementi del costo del denaro Usa quest’anno e, con una probabilità del 50%, su una prima stretta già a marzo. Ora, invece, a marzo non è quasi previsto più nulla e nell’intero anno si sconta un solo aumento del costo del denaro. Al massimo - ma il mercato ne è convinto solo a metà - due.

Ovvio che l’annuncio della Bce di giovedì e le aspettative sulle altre banche centrali non sono conseguenza diretta dei crolli di Borsa. Le istituzioni monetarie sono pronte ad agire perché sono preoccupate per la bassa inflazione. E poi perché sono impensierite per il rallentamento economico globale, reso evidente nella frenata mondiale dell’attività manifatturiera: in Cina cresce al ritmo più lento dal 1992, in Giappone cala e anche negli Usa soffre. Per di più negli Stati Uniti il rialzo del dollaro (causato proprio dalla prima stretta monetaria della Fed di dicembre) e il calo del petrolio (di cui gli Usa sono grandi produttori) stanno contribuendo a frenare la locomotiva economica. Questo, non i crolli delle Borse, sta smuovendo le banche centrali.

Ma ai mercati in fondo interessa poco: nelle parole di Draghi, e nelle possibili intenzioni degli altri banchieri centrali, sentono soprattutto il profumo della liquidità in arrivo. Per questo gli investitori attendono con ansia la riunione della Fed di settimana prossima, il meeting del 28 e 29 gennaio della Bank of Japan e quello del 10 marzo della Bce. Il rischio, ora, è solo che restino delusi.

Quanto accaduto in queste settimane dimostra comunque quanto sia difficile per le grandi banche centrali, come la Fed, uscire da anni di politica monetaria ultra-espansiva. Anni di pesanti iniezioni di liquidità hanno infatti creato tali squilibri in giro per il mondo (per esempio nei Paesi emergenti), che basta un timido accenno di marcia indietro per far tremare tutto. Anni di denaro facile hanno creato una tale assuefazione nei mercati finanziari, che disintossicarli non sarà facile. Con i loro interventi, le banche centrali salvano il mondo nell’immediato ma aumentano potenzialmente gli squilibri nel futuro. Ecco perché serve anche una risposta politica ai problemi del mondo: perché quella monetaria ultra-espansiva non può, e non deve, durare per sempre.

m.longo@ilsole24ore.com

© Riproduzione riservata