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Ex Lucchini, promesse algerine alla prova dei fatti

l’inchiesta

Ex Lucchini, promesse algerine alla prova dei fatti

L’avventura imprenditoriale di Issad Rebrab a Piombino era finanziariamente e industrialmente debole quando è stata concepita e dopo, a sette mesi di vita, lo è ancora di più.

E a questo punto è impensabile che le promesse fatte dall’imprenditore algerino nella primavera scorsa si realizzino nella tempistica prevista. Sono queste le conclusioni di un’inchiesta de Il Sole 24 Ore, che ha preso in considerazione la situazione della ex Lucchini a Piombino ma anche quella in Algeria del suo attuale proprietario.

I problemi di Piombino

Il primo campanello di allarme è suonato a novembre con la “Quinta relazione” del Commissario straordinario Giampiero Nardi, il quale ha spiegato che «i primi mesi del 2016 si prospettano assai critici sul piano della gestione corrente sia industriale sia finanziaria», manifestando preoccupazione per la debolezza delle «competenze manageriali siderurgiche» di Aferpi, la società costituita da Rebrab dalle ceneri della ex Lucchini. Il riferimento era chiaramente alle dimissioni di Adriano Zambon, il top manager assunto da Rebrab a maggio 2015 per dirigere l’azienda, che si era sorprendentemente dimesso a settembre e al cui posto è oggi Fausto Azzi, l’ex responsabile dell’area finanziaria di Piombino.

Al Sole 24 Ore, la direzione di Aferpi ha dichiarato che «il progetto di diversificazione e reindustrializzazione, con il rilancio del siderurgico e la diversificazione mediante piattaforma logistica e industria agroalimentare, è sicuramente articolato, complesso e impegnativo. Le difficoltà non mancano e il lavoro da fare è notevole. Tuttavia molto si è fatto e si sta facendo su tutti i fronti». Le «difficoltà del momento» vengono definite da Aferpi «fisiologiche in progetti così complessi». Al nostro giornale risulta invece che sono in buona parte legate alla difficile situazione finanziaria in cui versa l’azienda. «È in corso il dialogo con varie banche per completare la copertura del fabbisogno legato all’incremento dei volumi produttivi richiesti dal mercato», sostiene la direzione Aferpi. Ma da mesi il management sembra far fatica a finanziare il circolante. Con la conseguenza che gli unici impianti attivi, i laminatoi, procedono a rilento. Mentre il laminatoio “rotaie” funziona quasi sempre, gli altri due – il “barre” e il “vergella” – vanno avanti a spizzichi e bocconi, anche perché il “vergella” avrebbe dovuto beneficiare di uno sbocco verso l’Algeria finora mai concretizzatosi.

In verità i problemi di liquidità sono emersi fin da subito. Per acquistare materie prima all’estero, con i fornitori che chiedevano di essere pagati a vista. Aferpi aveva bisogno di lettere di credito, e per aprirle necessitava di garanzie. Ma per un’azienda che veniva dall’amministrazione controllata non era facile trovarle. In un primo momento è stato usato il capitale sociale. Ma quando la necessità è cresciuta, le banche non sono state disposte a fornirle senza ulteriori garanzie. Rebrab ha pensato di rimediare temporaneamente usando il cash della sua attività algerina, quella del gruppo Cevital. La sua speranza era quella di avviare un circolo virtuoso: i fornitori avrebbero visto che l’azienda si stava riprendendo e avrebbero quindi accettato tempi di pagamenti più ampi e ad Aferpi sarebbe stato dato un maggiore respiro finanziario che le avrebbe permesso di rendersi indipendente dalle garanzie di Cevital.

Rebrab ha contattato vari istituti di credito, ma alla fine ha capito di poter contare solo su Bnp-Paribas, la banca di riferimento del gruppo algerino, sulla cui sussidiaria italiana (Bnl) aveva peraltro depositato il capitale sociale di Aferpi.

Alla Bnp sono stati chiesti 30/40 milioni, una cifra irrisoria visto che il gruppo Cevital fa girare almeno un miliardo all’anno. A il Sole 24 Ore risulta però che, dopo aver nicchiato per mesi, Bnp si sia tirata indietro mettendo in difficoltà Rebrab.

La ripercussione più evidente è stata la mancata acquisizione del nuovo forno elettrico. Da Piombino ci fanno sapere che «Aferpi sta attendendo, a breve, l’offerta dei fornitori, in base alla quale poter iniziare la negoziazione finale e scegliere il fornitore o i fornitori per l’acciaieria». Quando chiediamo i tempi, ci viene risposto che «non sono regolabili da Aferpi».

Il Commissario Nardi ci spiega che «Aferpi sta impegnandosi, per quanto a mia conoscenza, con tutti i suoi tecnici e consulenti per comprimere quei tempi e risolvere i punti ancora aperti, compresi il business plan e la relativa ipotesi di finanziamento». Ma al nostro giornale risulta invece che i tempi tecnici siano abbondantemente esauriti. E che l’acquisto non sia stato ancora fatto per via dei problemi liquidità.

Gli altri fronti

Gli stessi problemi stanno avendo ripercussioni anche sugli altri fronti del progetto di Rebrab. «La singolarità e la forza del progetto industriale di Cevital risiedevano nella volontà di integrare le attività siderurgiche con importanti iniziative nei settori della logistica e dell’agroalimentare», spiega il Commissario Nardi. «I ritardi sulla parte siderurgica, a mio giudizio fisiologici data l’involuzione dei mercati siderurgici e finanziari, sarebbero percepiti con meno fibrillazione se fossero compensati da una forte accelerazione delle nuove attività nei settori della logistica e dell’agroalimentare». In altre parole, anche su quei fronti si procede a rilento. E sempre per lo stesso motivo: mancano i soldi.

Di fronte allo scetticismo del mondo bancario, l’imprenditore algerino ha a questo punto una sola opzione: aprire il proprio portafoglio. Vista la cifra contenuta, e la potenza di fuoco finanziario di Cevital, non dovrebbe essere difficile. Se non fosse per un altro problema, ancora più grave: per via dei recenti sviluppi politici, Rebrab non solo è impossibilitato a trasferire i suoi capitali all’estero, ma ha perso le coperture politiche che avevano determinato il suo successo imprenditoriale nel suo Paese.

«La classe imprenditoriale algerina è assolutamente parassitaria. Gestisce per lo più soldi fatti grazie a contatti o appalti statali. Sono imprenditori da economia di rendita, un’élite predatoria che ha imparato a fare soldi in uno Stato arbitrario. È una dinamica completamente diversa da quella delle economie di mercato avanzate», ci spiega Riccardo Fabiani, analista esperto di Algeria della società di consulenza americana Eurasia Group. «Rebrab rientra a pieno in questo modello: non si è mai confrontato con forze di libero mercato. Si è semplicemente legato al potere politico-militare locale. Ma se fino a uno o due anni fa aveva il vento in poppa grazie a queste sue coperture, con la nuova fase politica si trova a pagare il prezzo del legame con una fazione in fase declinante. Al comando in Algeria oggi è Said Bouteflika, il fratello del 78enne presidente Abdelaziz Bouteflika, il quale ha approfittato della malattia del capo di Stato per prendere le redini del potere e far fuori la fazione guidata dall’ex capo dei servizi segreti Mohamed Mediène. Questi aveva creato una rete di persone – politici e uomini di affari – che dipendevano da lui, clientes che avevano trovato potere e denaro grazie alla sua protezione. Rebrab era uno di loro. Ma a settembre, quando Mediène è stato esautorato, è partita una purga contro i suoi clientes, Rebrab incluso».

Geoff Porter di North Africa Risk Consulting, probabilmente il più rispettato analista economico occidentale esperto di Algeria, concorda con Fabiani: «Quello algerino è un sistema socialista dominato da aziende statali con pessime performance. Probabilmente nessuna di loro sarebbe in grado di reggere sul mercato. Sopravvivono solo grazie al supporto delle banche pubbliche».

Il contesto algerino

Il problema è che l’intero sistema algerino sta vacillando. A il Sole 24 Ore risulta che il Dipartimento di Stato e l’intelligence americana temono che la situazione stia per diventare insostenibile. Con un presidente malato, che non si vede in pubblico da mesi, un’economia brutalmente colpita dal crollo del prezzo del petrolio, e un vuoto di potere finora colmato da una persona, Said Bouteflika, che nessuno ha mai eletto. Tutto questo si è ripercosso su Rebrab, che è stato chiaramente preso di mira. Lo scorso settembre il ministro dell’industria Abdeslam Bouchouareb lo ha accusato di aver illegalmente esportato capitali quando ha truffato la Banca centrale dichiarando un prezzo esagerato nell’acquisto di un impianto industriale francese. Rebrab ha prontamente smentito, e 3000 dei suoi dipendenti hanno marciato in suo supporto nelle strade della città portuale di Bedjaee, dove Cevital ha gli stabilimenti.

Ma la fondatezza dell’accusa del ministro è quasi irrilevante. Quello che conta è il segnale inviato dal Governo: i tuoi soldi è bene rimangano nelle casse delle banche nazionali.

Un esperto da noi contattato, che ci ha chiesto l’anonimato, sostiene addirittura che per via dei suoi legami politici con la fazione perdente e la sua capacità di portare gente in piazza, Rebrab potrebbe essere ritenuto da Said Bouteflika una minaccia più di altri imprenditori. E che per questo, «se non fa attenzione è a rischio di diventare il Khodorkovsky dell’Algeria». Il riferimento è a Mikhail Khodorkovsky, l’ex proprietario del colosso petrolifero Yukos, prima grande foraggiatore e poi acerrimo nemico di Vladimir Putin arrestato nell’ottobre 2003 per evasione fiscale e rimasto in carcere per 10 anni.

Gli esperti ci hanno aiutato a rispondere a un grande interrogativo finora rimasto senza risposta: cosa può aver spinto un industriale agroalimentare algerino a investire centinaia di milioni in un’acciaieria italiana che da anni è in chiara difficoltà e nella quale occorre impiegare centinaia di milioni?

«Rebrab aveva chiaramente fiutato l’aria da tempo. E volendo esportare i suoi capitali all’estero a me pare palese che quella di Piombino sia una manovra per mettere al sicuro parte dei suoi capitali», sostiene Fabiani. «Dovendo esportare capitali per metterli a riparo normalmente non si penserebbe a investimenti in attività industriali, dove rimarrebbero bloccati. Ma se i capitali non te li fanno esportare altrimenti, cosa c’è di meglio di un investimento in un’azienda in difficoltà che giustifica grosse iniezioni di denaro di cui magari si possono perdere in parte le tracce? Qui c’è anche un vantaggio aggiuntivo: quello di poter sperare sul supporto delle autorità italiane, che avrebbero interesse a fare pressione su Algeri perché venisse concesso l’ok all’invio di capitali per investimenti in Italia. Direi che è quella la maggiore attrattiva di Piombino per Rebrab».

Ora comunque l’imprenditore algerino non ha scelta: deve trovare i soldi per far andare avanti i laminatoi. Altrimenti salta tutto. Difficilmente i fondi potranno venire dalla vendita in Brasile dei vecchi impianti Lucchini. Quindi Rebrab sarà costretto a usare fondi già fuori dall’Algeria. A Il Sole 24 Ore risulta che si sia impegnato a farlo. Ma non serviranno a procedere con i nuovi investimenti bensì a finanziare il circolante. E poi? Inshallah.

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