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Troppo rigore non fa bene al fisco

l’analisi

Troppo rigore non fa bene al fisco

La nuova disciplina sulla recidiva in materia di illeciti tributari, introdotta dal decreto legislativo 158/2015 di riforma delle sanzioni tributarie, rischia di mettere in crisi il sistema. La scelta di rendere obbligatoria la contestazione della recidiva, e con essa l’aumento fino alla metà della sanzione, avrebbe meritato maggiore attenzione.Per come è stata attuata, invece, minaccia di rendere ingestibile il sistema sanzionatorio tributario nonché di contraddire una precisa direttiva della riforma: la proporzionalità della sanzione all’effettivo disvalore della condotta.

Fino a oggi, la recidiva in materia tributaria non ha creato molti problemi; ma questo, per la ragione che, rimessa alla discrezionalità degli uffici, è stata usata di rado.

Dal 1° gennaio cambia tutto, perché per effetto della riforma la contestazione della recidiva non è più una facoltà ma un preciso obbligo degli uffici. Si tratta, indubbiamente, di un inasprimento della disciplina, che tuttavia non sembra risentire del principio del favor rei, posto che gli uffici possono sempre invocare la recidiva per le violazioni intervenute prima del 31 dicembre 2015 adducendo l’esercizio di una scelta discrezionale (vecchio regime) piuttosto che l’osservanza di un obbligo (nuovo regime).

I problemi sono infatti altri. L’articolo 7 del Dlgs 472/1997, nel prevedere la recidiva per chi, nei tre anni precedenti, sia incorso in un’altra violazione della stessa indole, non detta alcuna condizione particolare. Con l’effetto che la recidiva pare qui applicabile per il solo fatto che in un triennio, al medesimo soggetto, siano addebitabili più violazioni della stessa indole. Con evidenti distorsioni. Si pensi a un omesso versamento reiterato per più anni consecutivi: facendo scorrere il triennio, anno dopo anno, a seguito della prima violazione la sanzione per quelle successive passa dal 30 al 45%, in modo automatico e generalizzato.

Tale soluzione non è accettabile: a parte i problemi di coordinamento con il regime del cumulo, è chiaro che per giustificare un aggravamento della sanzione occorre un addebito ulteriore, un quid pluris di offensività della condotta, che solo può giustificare un tale aumento. Ebbene, questo quid non può che essere integrato dalla reiterazione, non tanto della condotta, bensì dell’illecito: di una condotta, cioè, che è già stata sanzionata nel momento in cui è reiterata. L’articolo 7 però non prevede nulla, sicché si potrebbe prestare ad applicazioni automatiche quanto indiscriminate, con l’unico effetto di innalzare in modo generalizzato le sanzioni, anche senza un maggior disvalore della condotta. Conformemente al modello penalistico (articolo 99 del Codice penale), che prevede la recidiva solo per chi è già stato condannato, si deve invece ritenere che gli uffici possano contestare la recidiva solo nei confronti di chi, avendo già subito una contestazione, reitera la medesima condotta illecita. Solo qui, ossia dove è reiterata una condotta già sanzionata, trova ragione l’aggravamento di pena della recidiva.

Con ogni evidenza, sarebbe opportuno un intervento chiarificatore del legislatore. All’Agenzia quello che si può però fin da subito chiedere è di approcciarsi alla novità con la dovuta prudenza e buon senso. Anche e proprio per preservare lo spirito della riforma.

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