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Per chi suona la campana della deflazione

EUROPA E INVESTIMENTI

Per chi suona la campana della deflazione

La “guerra al ribasso” del prezzo del greggio pesa. Ma sarebbe sbagliato attribuire solo al deprezzamento del petrolio il brutto dato che riporta l’Europa e l’Italia in deflazione dopo nove mesi di tregua. Così come sarebbe riduttivo, molto riduttivo, pensare che ciò sia dovuto a un effetto-saldi invernali. I cali di prezzo - ci avverte l’Istat - interessano quasi tutte le tipologie di prodotto, un andamento contrario a quanto accaduto nel febbraio del 2015. E stavolta calano anche i prezzi del cosiddetto carrello della spesa (-0,8% su base annua), con problemi enormi per l’agricoltura. Non sappiamo se è un trend di lunga durata o meno. Ma l’idea della deflazione deve pesare come uno stigma per un intero continente dove oltre 400milioni di cittadini e consumatori di fatto si aspettano un futuro peggiore del presente e, più o meno consciamente, scommettono su ulteriori ribassi di prezzi. Perché questo è la deflazione, intesa come comportamento collettivo: un’aura di sfiducia, di depressione collettiva. Un’aspettativa verso il futuro molto pericolosa perché significa calo dei consumi, aumento del valore dei debiti (compreso quello pubblico) perché i tassi reali risultano in risalita, diminuzione dei margini di profitto e degli investimenti, conseguente calo dell’occupazione.

È lo scenario giapponese che gli europei hanno sempre considerato una case history da studenti di economia. Un’eventualità “lontana” se non impossibile in un Continente e in un Paese - l’Italia - da sempre in lotta con le aspettative legate all’inflazione surriscaldata(la scala mobile è preistoria ma è ben vivo il terrore dei guasti legati agli automatismi salariali). Quell’eventualità i dati l’hanno portata sotto casa. E la risposta non può che essere europea. E forte. Mettendo in campo un piano di investimenti degno di questo nome, assai più di quanto non sia stato finora ciò che chiamiamo il Piano Juncker.
Una prima risposta arriverà con il bazooka della Bce che Mario Draghi si sta apprestando ad armare con munizioni di ancora maggiore calibro e i mercati anche ieri hanno dato per scontato che il 10 marzo il presidente dell’Eurotower annuncerà un’immissione massiccia di liquidità ben superiore agli attuali 60 miliardi al mese. Ma dovrà arrivare anche una risposta politica dell’Unione europea.

Anche perché se si dà per assodato - come sempre ci spiega lo stesso Draghi - che il problema interessa tutta l’Unione la risposta non può essere affidata alla creatività e alla capacità di reazione di un Paese alla volta. E se mai Juncker avesse avuto bisogno di un ulteriore spunto per tentare un esercizio di leadership vera, la deflazione glielo serve su un piatto d’argento.
L’Italia dovrà fare la sua parte naturalmente e Renzi avrà dalla sua un argomento in più per insistere nell’uso intensivo dei margini di flessibilità da destinare a investimenti. Perché solo gli investimenti possono curare questa malattia. E l’Italia, anche se ha già fatto tanto, ha bisogno di un piano che la porti appieno nel mondo della banda larga, di infrastrutture adeguate alla sfida della logistica integrata, di reti per ridurre i dualismi, di un massiccio ricorso a micro-piani che possano cambiare il volto delle nostre città e far ripartire l’edilizia e lo straordinario moltiplicatore che questo driver può generare per l’economia in generale.
Ma le grandezze in gioco sono colossali e anche se l’Italia usasse tutte le frecce del suo arco (cosa che dovrà fare) si libererebbero risorse che potrebbe rivelarsi un’inezia se è vero il calcolo che vede - alle condizioni di oggi - per ogni punto di deflazione un aumento dell’1,3% nel rapporto debito/Pil. Dunque serve una innovativa risposta di “politica fiscale”. Una risposta di un’Europa in grado di recuperare testa e cuore per azzerare le spinte centrifughe degli ombelichi nazionalisti.

I tempi sono eccezionali e maturi anche per superare i tabù europei. Le proposte non mancano, a cominciare da quelle che puntano a generare inflazione creando moneta e non debito pubblico per finanziare gli investimenti. Magari con un taglio alle tasse per ogni Paese europeo del 3-5% a fronte di un ridisegno dei piani di rientro del deficit “spalmato” su 4-5 anni, finanziato con emissioni a lungo termine di bond da destinare all’acquisto della stessa Bce, a fronte di tagli certi nella spesa pubblica (Giavazzi-Tabellini). O a quelli che propongono addirittura di stampare direttamente moneta da “girare” ai governi per finanziare i deficit (Adair Turner, ex capo della Fsa inglese). O altre meno provocatorie che guardano al rifinanziamento del Fondo europeo per gli investimenti o al potenziale del Fondo salva-Stati in grado di mobilitare almeno 360 miliardi destinabili a investimenti (Quadrio Curzio). Il senso di sfiducia e di paura del futuro, che rischia di essere oggi il vero sentimento comune degli europei, ha nella gestione del tema dei migranti e dei profughi il suo punto più delicato ed evidente. Oportet ut scandala eveniant, (è cosa buona che avvengano gli scandali) ci insegna il detto biblico. E biblica è la diaspora dei milioni di disperati ; un fatto non reversibile e che resterà per l’Europa uno “scandalo” con cui misurarsi. E con cui misurare il proprio egoismo, la propria ottusità. Perché proprio per la gestione dei migranti sarebbe naturale immaginare emissioni di eurobond per finanziare solidarietà, ma anche sviluppo e integrazione e addirittura un embrione di Difesa comune europea. L’impatto sulla domanda e sull’economia in generale ci sarebbe, eccome. Tanto che a volte vien da pensare che in coda, tra quei dignitosi disperati, ai confini del Sud Europa, ci sia anche il fantasma di John Maynard Keynes. Basta solo avere l’umiltà di volerlo vedere.

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