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Industria e fisco, i paradossi americani

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Industria e fisco, i paradossi americani

Saltato l’affare Pfizer-Allergan, un deal da 160 miliardi di dollari. Saltato anche l’affare Halliburton-Baker Hughes da circa 25 miliardi di dollari (ma prima della caduta del prezzo del greggio valeva circa 34 miliardi). Le ragioni per la rinuncia ad affari che sembravano fatti sono diverse, ma hanno una matrice comune: l'intervento del governo americano. Per alcuni l’intervento soprattutto per le operazioni di «inversion» di Pfizer era dovuto da tempo. Ed è anche giusto che si sia fatto qualcosa. Tanto più che c’è un’atmosfera rovente per via delle elezioni americane: certo, al di là delle operazioni di «inversion», il mondo imprenditoriale americano in genere non ci fa una gran bella figura quando tiene parcheggiati all’estero migliaia di miliardi di dollari in liquidità per non pagare le tasse in America.

E questo quando l’America, anzi la classe media americana soffre per mancanza di un reddito che consenta mediamente di risparmiare alla fine del mese. Ma c’è anche da introdurre la considerazione che forse la struttura americana così com’è congegnata è penalizzante: l’America pretende di tassare al rimpatrio alle sue aliquote ogni reddito di una sua azienda all’estero, anche se quell’azienda opera come ottimo cittadino in un paese terzo che carica meno tasse. Le imprese americane hanno dunque avviato una protesta passiva: hanno tenuto, legalmente i soldi all’estero. Di più in un contesto in cui anche le pressioni americane sono molto forti si sono appunto inventate l’«inversion» quella tecnica secondo cui un’azienda straniera più piccola che opera in un regime fiscale favorevole, come nel di Allergan in Irlanda si «compra» l’azienda più grande. E dire che doveva essere la fusione più importante a livello internazionale, 160 miliardi di dollari con incassi per le banche d’affari che avrebbero superato i 350 milioni di dollari.
È difficile che si arrivi a una «razionale» decisione politica su come risolvere il problema.

In campagna elettorale gli attacchi alle inversion e alle aziende che tengono soldi fuori arrivano sia dai repubblicani, Donald Trump in testa che dai democratici, Bernie Sanders ovviamente, ma ieri anche Hillary Clinton si è lanciata a peso morto per appoggiare l’iniziativa dell’amministrazione Obama. Hillary ancora favorita per la nomination del suo partito a luglio, ha detto di essere «felice che Pfizer abbia deciso di annullare il merger con l’irlandese Allergan con cui sarebbe stata messa a segno la più grande inversione fiscale di sempre dal valore di 160 miliardi di dollari» Su Twitter l'ex segretario di Stato della stessa amministrazione Obama ha scritto: «Dobbiamo chiudere le scorciatoie che permettono alle aziende di evitare di pagare le tasse». Firmato da “H”, ossia l’ex first lady in persona. Lo scorso dicembre la Clinton aveva proposto una “exit tax”, una “tassa sull’uscita” dagli Stati Uniti verrebbe imposta ai gruppi americani che appunto traslocano in un Paese straniero per godere di maggiori vantaggi fiscali. Il piano di Clinton tuttavia richiederebbe un cambiamento delle leggi in vigore. Più o meno sulla linea anche gli altri.

Ma la partita non è chiusa. La retorica elettorale non aiuterà a risolvere un problema troppo serio per l’economia Americana per essere ridotto a uno slogan. Ieri sono stati puniti i banchieri e quelli che cercano le scorciatoie senza neppure rendersi conto che l’umore del paese è cambiato e che il Congresso non accetterà supino transazioni che sembrano un supruso per l’americano medio. Domani ci si renderà conto che il problema è più ampio, riguarda le dinamiche della globalizzazione. E Washington non potrà continuare ad agire imponendo sia unilateralismo che extraterritorialità.

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