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Un’imposta da riscrivere per l’equità e la crescita

la riforma dell’irpef

Un’imposta da riscrivere per l’equità e la crescita

Si parla sempre più spesso della necessità di intervenire in modo profondo sul sistema di tassazione delle persone. Di certo ormai pare prioritario realizzare il progetto – più volte ribadito dai nostri governanti – di una riduzione mirata della pressione tributaria finalizzata (anche) al sostegno della crescita, approfittando della flessibilità europea. Alla fine del 2015 la pressione fiscale è stata del 43,3%, e cioè tre punti superiore al livello di inizio secolo e quattro punti oltre quello medio dell’Unione europea.

Inoltre, è ben noto che la distribuzione del prelievo è fortemente sperequata, essendo quello a carico dei fattori produttivi (redditi di lavoro e di impresa) decisamente superiore a quello sopportato dai consumi e dal capitale. Una particolare attenzione va quindi accordata alla riscrittura dell’imposta personale sui redditi e alla revisione del tributo societario.

Il Governo ha più volte ribadito l’intenzione di intervenire nella prospettiva di una riscrittura dell’imposta personale. Al momento, non sono ancora chiare le politiche strutturali che si intende far seguire ai frazionati interventi congiunturali e di decontribuzione varati in questi ultimi anni. Mi riferisco alla maggiore tassazione delle rendite finanziarie, al cosiddetto contributo di solidarietà sui redditi più elevati, all’aumento delle detrazioni per i figli a carico, al provvedimento sugli 80 euro e di altri ancora effettuati a fini incentivanti o disincentivanti e contenuti nella legge di Stabilità del 2016.

È evidente, comunque, che alla riscrittura dell’imposta personale sui redditi dovrà essere dedicata un’attenzione particolare. Non mi sembra che, almeno per ora, le notevoli carenze distributive del sistema si stiano riducendo: risultano ancora privilegiate le forme di imposizioni indiscriminate e regressive sui consumi, si guarda ancora con sfavore all’applicazione di una seria imposta successoria, sono state varate diverse imposte di tipo para o cripto-patrimoniale, si propugna la prevalenza del criterio del beneficio sul principio di capacità contributiva e si continuano a prediligere, in alternativa alla progressività, forme di imposizione proporzionali come le forfettizzazioni e le cedolarizzazioni delle basi imponibili.

Si è esagerato, in altri termini, nell’operare interventi temporanei piuttosto che strutturali e si è lasciata definitivamente morire la già abbastanza vecchia imposta personale, generale, cumulativa sui redditi.

L’Irpef dovrebbe essere informata a una progressività più morbida che, pur senza avere la perfezione teorica della curva degli anni settanta, abbia comunque l’effetto di premiare gli svantaggiati secondo la regola del maximin descritta da John Ralws nel suo saggio «Una teoria della giustizia». Si tratta di evitare ulteriori riduzioni del reddito disponibile delle famiglie e, in particolare, del reddito di quella middle class in cui si riconoscono i consumatori e dal cui rafforzamento dovrebbe anche dipendere, almeno parzialmente, una ripresa della crescita.

Non si dimentichi che in questa fase storica sono le persone e le famiglie – il cui reddito principale o esclusivo deriva dal lavoro dipendente e dalle pensioni – i soggetti maggiormente presi, insieme alle piccole e medie imprese, nella morsa della crisi e del cosiddetto cuneo fiscale; dove la perdita di occupazione e l’impossibilità di trovarla si somma, in seno alla stessa famiglia, al peso dei tributi che detti soggetti non potrebbero evadere neanche se volessero. In questa situazione, il recupero della progressività dovrebbe avvenire ridisegnando le aliquote, gli scaglioni, le deduzioni, le detrazioni, la quota esente e ogni tax expenditure in modo tale che, a regime, le classi meno abbienti, maggiormente colpite dall’attuale congiuntura, risultino ragionevolmente più avvantaggiate o meno svantaggiate rispetto a quelle più ricche.

In altri termini, le risorse che i governi troveranno per finanziare la riforma dell’Irpef dovrebbero essere destinate a realizzare un progetto che gli economisti pubblici ci indicano da tempo: costruire un mix di interventi diretti, in primo luogo, a compensare i livelli dei contribuenti più bisognosi, i cosiddetti incapienti, con una sorta di imposta negativa avente la forma di credito d’imposta, in secondo luogo, a integrare la leva fiscale con l’erogazione di contributi sociali specifici e a potenziare i servizi di appoggio alla famiglia, fino ad arrivare alla garanzia di un reddito minimo sociale di inserimento.

Certo, per raggiungere quest’ultimo obiettivo bisognerà superare alcune carenze tipiche del sistema italiano. Bisognerà, cioè, conciliare il reddito minimo garantito con la presenza massiccia del lavoro nero e dell’economia sommersa, accompagnare tali erogazioni a un efficiente sistema di politiche attive del lavoro, realizzare strutture amministrative deputate all’erogazione del reddito minimo che siano in grado di far fronte ai relativi compiti. Nulla è impossibile. Tutto dipende dalla capacità di razionalizzare il sistema degli ammortizzatori sociali, ottenendo un risparmio sia dal riordino generale della struttura delle agevolazioni Irpef sulla linea avviata dalla commissione Ceriani, sia dai tagli ai costi della politica più volte preannunciati, sia dall’uso di accorgimenti che prevengano gli abusi mediante la rilevazione del tenore di vita.

Mi pare comunque necessario e urgente, da un punto di vista della giustizia sociale, introdurre un attento dosaggio degli strumenti fiscali con quelli della spesa. Attraverso di esso si rimedierebbe, infatti, all’attuale difficoltà di differenziare sgravi e agevolazioni in proporzione alla situazione economica familiare: da una parte, l’imposta negativa continuerebbe a privilegiare una redistribuzione su base individuale e a ridurre il cuneo fiscale; dall’altra, l’attribuzione selettiva di assegni ai nuclei familiari (con minori e anziani non autosufficienti) permetterebbe, a sua volta, di avere riguardo direttamente al “parametro famiglia”.

Queste proposte, che taluno potrebbe considerare audaci, sono per la maggior parte condivise dalla migliore dottrina economica del mondo occidentale. Tutti sono d’accordo nel ritenere che occorrono misure coraggiose se si vuole ridurre la pressione tributaria sulla famiglia e ripristinare, quantomeno, i livelli di disuguaglianza precedenti la “svolta del 1980”. Per tornare ai tempi in cui l’Italia si trovava a metà classifica fra i Paesi dell’Ocse e non fra quelli a livello più alto di disuguaglianza, non basta armeggiare con gli strumenti esistenti della politica economica e sociale. Sono necessarie grandi riforme, sul fronte sia delle entrate che delle spese, che chiamino in causa tutti gli ambiti della vita economica e sociale.

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