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La manifattura, i pregiudizi sull'impresa e il futuro dell'Italia

INDUSTRIA E SISTEMA PAESE

La manifattura, i pregiudizi sull'impresa e il futuro dell'Italia

È vero che permangono tuttora nel nostro Paese certe prevenzioni nei riguardi dell'impresa, di per se stessa, che pur non hanno alcuna ragion d'essere: come si è rilevato nel corso del recente Convegno del Centro Studi di Confindustria. Ma, al confronto di quanto fossero radicate e diffuse in passato nella cultura sociale, oggi si può dire che esse non hanno più, fortunatamente, la stessa incidenza e pervasività d'un tempo. Ad allentare la morsa di alcuni stereotipi e pregiudizi che andavano per la maggiore ha concorso non solo il declino, tra gli anni Ottanta e Novanta, di determinati assunti e parametri ideologici che facevano testo in gran parte della sinistra di matrice marxista e in talune frange del sindacato vetero-classiste.

A un progressivo mutamento di visuali nei confronti dell'imprenditoria italiana ha contribuito anche la fioritura di tante minuscole aziende. Considerate per lo più, inizialmente, come il retaggio di un'“economia sommersa” o come un fenomeno alimentato unicamente dall'esternalizzazione di alcuni pezzi di produzione della grande industria, esse sono state in realtà il risultato di un intenso processo di sviluppo per gemmazione, in aree precedentemente rurali o appena lambite da un'incipiente crescita economica, di nuove attitudini ed energie imprenditoriali.

Inoltre, il successo in progresso di tempo di numerose piccole imprese, i cui titolari provenivano dai ceti popolari e dal fondo della provincia italiana, coincise con una mobilità sociale verticale e con la formazione di una struttura economica più articolata e policentrica, caratterizzata anche dall'ascesa alla ribalta di un robusto nucleo di medie aziende e di “multinazionali tascabili”.

Il riconoscimento del ruolo esercitato man mano da una miriade di microimprese non significa, beninteso, che il “piccolo” è per antonomasia “bello”, come ben sanno, per primi, quanti si trovano a operare nelle loro fila affrontando quotidianamente, per andare avanti, reiterate difficoltà (nell'accesso al credito, pesanti carichi fiscali e vischiosità burocratiche d'ogni sorta), il cui impatto sulla propria attività risulta in genere assai più consistente di quella che grava sulle imprese di maggior taglia e spessore.

Sta di fatto che le Pmi costituiscono oggi lo “zoccolo duro” del nostro sistema manifatturiero: non solo perché è andata via via riducendosi, dagli anni Novanta, la schiera sia dei grandi Gruppi privati sia di quelli appartenenti in passato all'area pubblica; ma anche perché esse hanno contribuito a creare un insieme di distretti manifatturieri specializzati, caratterizzati da strette relazioni con il territorio e le istituzioni locali (a vantaggio, in pratica, della coesione sociale) e impegnati inoltre nell'export del made in Italy.

Naturalmente, si chiede alle Pmi di rafforzare la loro struttura societaria, di immettere più competenze manageriali e professionali nei loro quadri interni, di innalzare qualità e contenuti tecnologici dei loro prodotti e di stabilire adeguate forme aggregative, per poter essere presenti in maggior misura sui mercati esteri. Tutto ciò comporta un crescente impegno per sviluppare reti e filiere, e rimodulare strategie e strumenti operativi, in linea con i mutamenti strutturali sempre più intensi determinati dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione, nonché da una domanda più sofisticata.

Ma occorre nello stesso tempo l'adozione, da parte del governo, di un'efficace e coerente politica industriale che concentri gli investimenti pubblici nei settori produttivi, rafforzi le infrastrutture, e assecondi ricerca e innovazioni, al fine di creare un sistema-paese più consono e reattivo alle continue esigenze di stampo organizzativo e culturale poste dalla competizione globale. Del resto, il futuro delle imprese è il futuro stesso del Paese.

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