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Il surplus di Berlino nella lista «grigia» Usa

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Il surplus di Berlino nella lista «grigia» Usa

Vista da Washington, la relativa debolezza del dollaro, che questa settimana ha toccato le quotazioni minime negli ultimi 15 mesi, dovrebbe perdurare. Per lo meno, questo è l'obiettivo che Congresso e Amministrazione, ciascuno con finalità e strumenti propri, cercano di perseguire. Di recente, il Congresso ha varato una nuova iniziativa legislativa che rafforza l'obbligo in capo al Tesoro di monitorare le politiche economiche esterne dei principali partner commerciali che risultino in significativi surplus di parte corrente e in interventi impropri sul mercato dei cambi volti a deprezzare la propria valuta per conseguire un vantaggio competitivo.

Anche se nessun Paese ha soddisfatto entrambi i requisiti, la Germania, unica tra le economie europee, è stata inclusa in una lista “grigia” riflettendo il suo significativo surplus di parte corrente pari, nel 2015, al valore record dell'8,5% del suo Pil. Nell'analisi del Tesoro americano, tale surplus ha l'effetto di ridurre la domanda interna dell'area monetaria rendendo l'aggiustamento delle altre economie dell'Eurozona più oneroso. La novità non sta nella diagnosi quanto nel tono perentorio mai usato sinora e nella accresciuta capacità sanzionatoria che il Congresso attribuisce al Presidente. Quest'ultima arriva ad includere, fra l'altro, una eventuale sospensione dei negoziati commerciali, in questo caso per il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), l'accordo di nuova generazione tra Ue e Stati Uniti per una grande area di libero scambio. Non è un caso che, dall'analisi dei documenti riservati dei negoziati e pubblicati questa stessa settimana dalla stampa tedesca, emerga l'aggressività dei negoziatori americani nei confronti delle loro controparti europee anche su dossier non strategici per gli interessi americani.

Ma la questione va oltre. Vista da Washington, la progressiva divaricazione dell'economia statunitense con il resto dell'economia mondiale ne sta compromettendo lo slancio. Nell'analisi del Tesoro, supportata anche dal Fondo monetario internazionale, la relativa forza del dollaro nell'ultimo anno e mezzo ne ha ridotto la forza propulsiva.

In prospettiva, i policymakers temono che nel quadro di un'economia mondiale fiacca e con tassi di interesse già particolarmente bassi, se non negativi, la tentazione di ricorrere a politiche del cambio che rafforzino artificiosamente la capacità competitiva dei suoi partner si accresca.

Non è una coincidenza che le autorità monetarie cinesi e sudcoreane siano intervenute di recente nella direzione contraria per constrastare, anziché favorire come in passato, il deprezzamento delle rispettive valute rispetto al dollaro.

Addirittura, alcuni analisti di mercato hanno accennato a un accordo stilato in segreto al margine del vertice finanziario del G20 di Shanghai lo scorso febbraio per interventi coordinati delle banche centrali per contenere l'atteso apprezzamento del dollaro. Benché la notizia sia del tutto infondata, essa cattura l'idea a cui le autorità americane hanno lavorato nelle varie sedi internazionali, a cominciare dal G7 per finire con il G20, sempre con l'obiettivo di contenere, in prospettiva, la relativa forza del dollaro che il differenziale di crescita e delle conseguenti condizioni monetarie con il resto dell'economia mondiale è destinato, invece, ad alimentare. Del resto, anche la Bce ha recentemente molto qualificato il ruolo dei tassi negativi e non è un caso che il loro impatto sul tasso di cambio dell'euro non sia stato in linea con le aspettative iniziali. A facilitare la ripresa dell'Eurozona, probabilmente non vi sarà un tasso di cambio dell'euro più debole.
@domeniclombardi

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