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Politiche industriali con più «carattere»

MADE IN ITALY E SUSSIDIARIETÀ

Politiche industriali con più «carattere»

Le politiche industriali? È il momento di pensarle a misura d’impresa, anzi di imprenditore. Vien voglia di dire così dopo aver letto il Rapporto sulla sussidiarietà 2016 (verrà presentato mercoledì a Milano) che si occupa proprio di politiche industriali. Sembra una provocazione, e in parte lo è, visto che uno degli obiettivi della Fondazione per la sussidiarietà, che lo ha realizzato insieme con l’Università di Bergamo, è proprio quello di aprire una riflessione seria su modelli d’impresa e politiche pubbliche, oggi da guardare con un’ottica nuova. Si impone un nuovo paradigma, basato non più sull’achievement, bensì sul character dei singoli imprenditori, mettendosi alle spalle studi e analisi che enfatizzano comportamenti e risultati “medi”. Una svolta necessaria, in virtù del fatto che il panorama industriale italiano mostra una profonda eterogeneità in termini di crescita, internazionalizzazione, assunzioni, investimenti e innovazione.

Ne è assolutamente convinto Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la sussidiarietà, che non a caso conia uno slogan esemplificativo: «Chi esporta, assume e innova va aiutato». E subito aggiunge: «Servono incentivi e defiscalizzazioni legati a progetti valutati in base alla loro effettiva fattibilità, così come accadeva negli anni del miracolo italiano, quando un imprenditore si presentava in banca a chiedere un finanziamento. Gli aiuti a pioggia, le misure assistenziali, le soluzioni uguali per tutti, le letture solo per settore o grandezza dell’impresa non reggono più. Come spiegare altrimenti i casi virtuosi in settori decotti e quelli di imprese che pur operando in ambiti innovativi falliscono? A far la differenza è il fattore umano dell’imprenditore, valutato secondo la classificazione di Heckman, economista e premio Nobel, che ha studiato il nesso tra i tratti della personalità e i risultati scolastici e professionali delle persone».

Eccoci al cuore del Rapporto. Il punto di partenza è una domanda secca: l’imprenditore che si affida solo a meccanismi gestionali e strategici è quello che ottiene i risultati migliori o ci sono altri fattori decisivi?
Per rispondere è stata realizzata una survey in quattro settori caratteristici del made in Italy, le “quattro A”: abbigliamento-tessile, agroalimentare, arredamento e automazione-macchine utensili. Grazie alla collaborazione delle rispettive associazioni di categoria (Sistema Moda Italia, Unaproa, FederlegnoArredo e Ucimu) che hanno coinvolto i loro associati, sono stati poi intervistati 380 imprenditori, di cui 239 con ruoli apicali, 208 soci d’impresa, per indagare l’importanza di capacità, motivazioni, relazioni e propensioni del titolare d’impresa.

Le sorprese non mancano, come sottolinea Paola Garrone, ordinario di Business and industrial economics presso il Politecnico di Milano: «Questo Rapporto è il primo tentativo di misurare statisticamente il legame tra personalità dell’imprenditore e performance dell’impresa. È una correlazione interessante. Basti osservare che, considerando i quattro indicatori di Heckman – apertura all’esperienza, responsabilità, tendenza a cooperare e omologazione (la tendenza a identificarsi con valori e ruoli provenienti dall’esterno), abbiamo scoperto come la tendenza a cooperare abbia una relazione molto positiva con i margini delle vendite, l’innovazione di processo e l’internazionalizzazione, e abbia una relazione positiva significativa con crescita del fatturato e innovazione di prodotto. Al contrario, l’omologazione ha un impatto negativo in rapporto a fatturato e margini».
Commenta Vittadini: «L’imprenditore non è un uomo asettico, senza legami, senza rapporti, senza ideali. Questo tipo di persona non può reggere la crisi e tanto più si fossilizza su ruoli indotti dall’esterno, tanto più frena la propria azienda. Il conformismo non paga. Invece reti d’impresa e altri corpi intermedi sono un nutriente fondamentale per la crescita della personalità dell’imprenditore e quindi, indirettamente ma significativamente, impattano sulla competitività dell’azienda».

Da queste premesse deriva la «sfida ardua» che il Rapporto vuole lanciare: come le politiche industriali, anziché essere calate dall’alto in modo astratto o ideologico, possono valutare davvero il merito dell’imprenditore? Una premessa, secondo Garrone, è d’obbligo: «Nessuno ha ricette pronte, la strada è stretta e non si invocano certo politiche discrezionali. È necessario però prendere in considerazione il carattere dell’imprenditore, che è sì un asset intangibile e non facilmente misurabile, ma non può più essere marginalizzato. Anzi, sarebbe il caso di costruire una nuova infrastruttura immateriale: raccogliere e raccontare le best practices, descrivendo i comportamenti che le hanno originate, in modo sistematico. In secondo luogo, occorre che i policy maker, chiamati a garantire con le loro decisioni trasparenza e neutralità, sappiano conciliare generalità dell’intervento e volontà di aiutare i caratteri positivi degli imprenditori di successo».
Il Rapporto prova anche a suggerire alcuni strumenti utili: formazione life-long di imprenditori, manager e lavoratori; maggior peso alle realtà associative e ai luoghi che veicolano relazioni, incontri, scambi di esperienze e conoscenze e che non svolgono solo una funzione commerciale; politiche per la concorrenza attente ai casi virtuosi di cooperazione e giudicate alla luce della rule of reason; valorizzazione delle politiche educative, dalla formazione professionale alla formazione universitaria e terziaria avanzata aperta a esperienze sul campo. Insomma, la politica industriale è (anche) questione di character.