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Un passo verso il disgelo

L’analisi

Un passo verso il disgelo

Matteo Renzi  (LaPresse)
Matteo Renzi (LaPresse)

Nessuno desidera il ritorno della Guerra fredda, né a Oriente né a Occidente ed è auspicabile che Russia e Unione europea ristabiliscano rapporti di buon vicinato: apparivano in perfetta sintonia Valdimir Putin e Matteo Renzi.

Il premier italiano incassa anche l'apprezzamento («l'Italia deve essere fiera di un premier del genere») del presidente russo, già peraltro grande estimatore del suo predecessore Silvio Berlusconi e anche lui sostenitore del decisionismo in politica.Dichiarazioni ovvie, desideri scontati, considerato che le sanzioni economiche fanno male alla Russia ma pesano anche sul bilancio delle imprese italiane, che sarebbe però sbagliato liquidare come parole di pura circostanza. L'Italia ha una tradizione di attenzione alla Russia che risale addirittura al regno di Vittorio Emanuele III (che sposò Elena del Montenegro, figlioccia dello zar) e la particolare “Ostpolitik” del nostro Paese continuò per tutta l'epoca della Guerra fredda, battezzata dai governi democristiani e da Valletta, prima, e Gianni Agnelli poi: anche in questo la continuità del premier con chi l'ha preceduto è notevole. Gli accordi economici che in queste ore sono stati sottoscritti, nel rispetto delle sanzioni europee che a giorni saranno rinnovate per i prossimi sei mesi, fanno parte delle iniziative che il governo sta perseguendo per invertire quel trend di previsioni al rialzo continuamente sforbiciate al ribasso che rischiano di rottamare l'incanto del “discorso” renziano.La contemporanea presenza di Juncker a San Pietroburgo, però, attesta che anche da parte dell'Unione si vuole mandare un messaggio di apertura a Putin, nel sobrio stile renano che impera a Bruxelles: poiché sul fronte ucraino nulla è cambiato non c'è motivo che la Ue cambi la sua politica; le sanzioni resteranno almeno fino a quando Mosca non darà prova di voler applicare l'intesa di Minsk (peraltro poco rispettata anche dal governo di Kiev). Quello che però è cambiato, drasticamente, è il ruolo e l'utilità della Russia nella crisi siriana. Mosca ha dimostrato che il suo impatto sul “degrado” delle capacità operative di Daesh è stato decisivo, sia pure a costo di un impressionante quantità di “danni collaterali”. Allo stesso tempo, rafforzata la propria posizione strategica, Putin, per bocca del suo ministro degli Esteri Lavrov, ha concesso aperture sulla possibile fuoriuscita di Assad (ma non del suo regime) dall'orizzonte postbellico. Un discorso, quest'ultimo, che il mese scorso è stato esplicitato per la prima volta, sia pure mentre il traffico di rifornimenti bellici e di uomini dai porti del Mar Nero allo scalo siriano di Latakia non conosce rallentamenti. Ribadendo di non poter accettare «che gli Stati Uniti impartiscano lezioni, condizionando i rapporti della Ue con noi», il presidente russo ha continuato nella sua politica di cercare di infilare un cuneo tra Washington e Bruxelles, di fatto provando a evidenziare le possibili aree di frizione tra la membership dell'Unione e quella atlantica: un ragionamento che nel nostro Paese trova più di qualche attento ascoltatore. Tra Nato e Russia i rapporti restano infatti estremamente difficili: proprio in conseguenza dell'aggressione russa all'Ucraina, e a fronte delle continue, ripetute e massicce violazioni dello spazio aereo dell'Alleanza da parte di velivoli russi, il Segretario generale Jens Stoltenberg ha annunciato cinque giorni fa che la Nato è pronta a dislocare «quattro robusti battaglioni multinazionali» nei Paesi baltici e in Polonia (dove si sta svolgendo l'esercitazione “Anaconda”, con l'impiego di 31.000 uomini provenienti dai 24 Stati-membri dell'Alleanza Atlantica). La manifestazione di interesse verso Donald Trump ha infine riconfermato la freddezza nei confronti di Hillary Clinton, che sul dossier russo affidatogli da Obama all'inizio del suo primo mandato (oltre che su quello libico) collezionò i risultati peggiori come segretario di Stato. Soprattutto è servita a Putin per toccare indirettamente uno dei nervi scoperti del sistema globale: l'intollerabile lunghezza dello stato di “sospensione” della politica internazionale ogni volta che la sfida per la Casa Bianca non vede coinvolto il presidente uscente e il prezzo politico che ne paga l'Unione, che alla saldezza del rapporto con Washington ha affidato e d affida la sua sicurezza.

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