Commenti

Strage di Nizza, i carnefici che odiano la nostra quotidianità

l’analisi

Strage di Nizza, i carnefici che odiano la nostra quotidianità

Il lungomare di Nizza il giorno dopo la strage (Afp)
Il lungomare di Nizza il giorno dopo la strage (Afp)

Non bastano le misure di sicurezza che ormai scandiscono il ritmo di vita di tante capitali, non solo europee. Non basta lo stato di allerta permanente di un Paese come la Francia già martoriato dalla furia jihadista. Non bastano le conquiste sul fronte mediorientale contro il Califfato, a Falluja come a Raqqa e Mosul. Il terrorismo islamico è riuscito a trasformare - dalla Francia alla Tunisia, dal Belgio al Bangladesh, dagli Stati Uniti alla Turchia - gesti e riti semplici del quotidiano in incubo permanente.

La morte per mano dell'Isis e dei suoi simpatizzanti è arrivata dal mare riversandosi in un club vacanze tunisino. È entrata nei bistrot parigini. Avrebbe potuto compiere una carneficina allo Stade de France. Si è insinuata nell'aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles. È andata a scovare gli stranieri in un ristorante di Dacca. Chiede un tributo costante di vittime alla già provata capitale irachena. Ha trasformato Istanbul in una trappola mortale anche per i turisti.

Bisogna avere, purtroppo, una demoniaca immaginazione, oltre a schiere di eserciti, migliaia di effettivi delle forze speciali in assetto di guerra nelle metropoli per capire dove e soprattutto come colpirà la prossima volta la follia dello stato Islamico e dei suoi adepti. Quale rito del nostro quotidiano andrà a sovvertire? Un concerto, una serata al ristorante tra amici, una partita di calcio, una visita al museo? È in questo modo che il terrorismo islamico sta vincendo, studiando ogni volta quale svolgimento di vite normali sovvertire. La carneficina sulla Promenade des Anglais, la sera in cui la Francia celebra il 14 luglio, Festa della Repubblica, è finora la più crudele e spettacolare dimostrazione di quanto il virus della paura si sia propagato. Dove non arrivano i kalashnikov, le cinture esplosive e le granate arriva un Tir in folle corsa che falcia le vite di decine di persone e le smembra, in una calda serata di luglio sul lungomare. Non esistono feste, ci avvertono i carnefici, che non possano essere trasformate in tragedia. Non esistono luoghi del divertimento che non possano diventare campi di morte. Soprattutto non esistono confini, fisici e mentali, nei quali sia oggi possibile ingabbiare un tale orrore. Eppure di questo orrore si continua a sapere molto, una volta che purtroppo è stato perpetrato e consumato.

“Hanno studiato bene il nostro quotidiano, hanno imparato a odiarlo, a misurarlo e a sorprenderci dispensando morte ovunque si celebri la normalità del vivere”

 

Gli autori di queste inimmaginabili stragi sono 9 volte su 10 persone note all'intelligence, alle forze dell'ordine e poche ore dopo conosciamo tutto o quasi di loro, scopriamo che dietro la spettacolarità e la crudeltà delle mattanze si nascondono vite squallide, menti giovanissime e instabili (di Salah Abdeslam l'avvocato difensore belga ha detto che aveva l'intelligenza di un portacenere vuoto). Purtroppo però il filo conduttore che lega questi esecutori - siano essi cellule organizzate di foreign fighters, dementi radicalizzati sul web, più o meno isolati - è la capacità continua di prenderci alle spalle. Il nostro quotidiano è indefinibile, ha molte facce, è riflesso condizionato, abitudine, rito, necessità, ritmo che scandisce le nostre giornate secondo orari a volte precisi e ricorrenti a volte no. Loro l'hanno studiato bene, il nostro quotidiano, hanno imparato a odiarlo, a misurarlo e a sorprenderci dispensando morte ovunque si celebri la normalità del vivere.

© Riproduzione riservata