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La soluzione da trovare dentro le regole

l’editoriale

La soluzione da trovare dentro le regole

La reazione dei mercati alla sentenza della Corte di Lussemburgo dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che occorre trovare al più presto una soluzione per le banche, non solo italiane, utilizzando tutti gli spazi consentiti dalle norme dell’Unione bancaria. Questo giornale ha sostenuto ripetutamente che la direttiva sulla risoluzione delle crisi e in particolare l’articolo 32, che esplicitamente fa riferimento ai problemi collegati al rischio sistemico, offre soluzioni adeguate ai problemi sul tappeto le quali, considerato anche che il peggio è passato, richiedono cifre relativamente contenute.

Il punto fondamentale è che la legislazione bancaria della Ue contiene norme esplicite a questo proposito. Si tratta dunque di applicare le regole esistenti. Ignazio Angeloni, membro del Consiglio di vigilanza della Banca centrale europea, ha dichiarato testualmente (Il Sole 24 Ore del 15 luglio): «Penso che forme di sostegno pubblico, usate in circostanze eccezionali e in modo controllato, siano parte di un quadro bancario ben disegnato».

Dunque, si può fare. Quello che non si deve fare è lasciare le banche esposte ad ogni ondata di pessimismo innescata dalle notizie più disparate. Ieri si è trattato della sentenza che ha affermato la compatibilità del principio del bail-in con il quadro legislativo comunitario. Ma come ci si poteva aspettare il contrario? Il coinvolgimento dei creditori è ormai una parte del quadro regolamentare non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti. Riportare indietro le lancette della regolamentazione, come forse si illudevano le autorità slovene che hanno sollevato il caso, è impossibile.

Ma questo non significa che le nuove regole non debbano essere applicate con discernimento e tenuto conto degli effetti complessivi. L’Europa ha finora ecceduto in rigore, facendo scattare la tagliola quasi all’improvviso e creando i noti problemi alla fine dello scorso anno non solo in Italia, ma anche in Portogallo, con il controverso intervento sul Novo Banco, finito, come era lecito attendersi, nelle aule di tribunale perché realizzato in modo da violare l’altrettanto sacro principio della parità tra creditori aventi gli stessi diritti. E in ogni caso, da dicembre scorso le banche portoghesi sono state di fatto tagliate fuori dalle emissioni di bond subordinati sui mercati internazionali.

Questi due casi sono la prova provata che una volta stabilito un principio occorre applicarlo con il buon senso dovuto alle situazioni pregresse: il buon senso per intenderci che venne negato all’Italia che aveva offerto per le quattro banche in crisi almeno due soluzioni alternative.

Ormai piangere su quel latte versato è inutile, ma dobbiamo fare tesoro di quell’esperienza per trovare soluzioni adeguate che nel rispetto del nuovo quadro normativo, portino ad una soluzione davvero definitiva. Tanto più che dall’inizio dell’anno lo scenario per le banche europee è cambiato in peggio, come dimostra il fatto che le azioni del comparto sono scese mediamente del 30 per cento. Un sintomo più che inequivocabile che il problema è generalizzato e che il rischio sistemico è sempre dietro l'angolo, come dimostra anche il fatto che l’apposito indicatore della Bce è in rialzo dall’inizio dell’anno, come più volte sottolineato dalla stampa internazionale.

In altre parole, si stanno materializzando i rischi esplicitamente previsti dall’articolo 32 della direttiva: quello di grave perturbazione all’economia di un Paese e/o di stabilità finanziaria complessiva, cioè proprio quelli che giustificano gli interventi con capitali pubblici richiamati da Ignazio Angeloni.

L’Europa ha bisogno di sottrarre il proprio sistema bancario al clima di sfiducia che serpeggia da troppo tempo e un intervento finalmente decisivo può essere l’occasione per un ordinato processo di ristrutturazione dei principali sistemi bancari alla non facile realtà del dopo crisi. Va ribadito che le cifre in gioco non sono stratosferiche. Ancora ieri sul Financial Times un autorevole analista di Pimco sosteneva che il problema delle banche italiane è gestibile con un intervento non superiore a 30 miliardi, un ordine di grandezza che coincide con le stime di Prometeia.

È comprensibile che, in base al principio che il diavolo si nasconde nei dettagli, mettere a punto uno schema definitivo sia complesso. Ma è ormai evidente che il tempo a disposizione si va esaurendo, perché gli stress test di fine mese sono ormai alle porte. Le autorità di Bruxelles non possono rischiare una crisi di fiducia nelle banche in nome di un’ottusa difesa di un principio astratto.

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