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Per Made in China 2025 un passaggio cruciale

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Per Made in China 2025 un passaggio cruciale

La notizia: dal 1 ottobre il renminbi entra ufficialmente a far parte delle monete che concorrono ai Diritti speciali di prelievo, l’unità di conto dell’Fmi (Fondo monetario internazionale), il cui valore è appunto dato da un paniere di valute nazionali, rispetto alle quali si calcola una sorta di “comune denominatore”. Per taluni osservatori, si tratta di un passaggio chiave che apre la strada al conio cinese per diventare valuta globale. A mio avviso, tutto questo non avverrà nel breve anche perché non è nemmeno nelle aspirazioni del Partito. Cerco di spiegarmi.

Quanto è utilizzato il renminbi negli scambi commerciali internazionali? Certamente poco, e molti dei deal fatti in renminbi sono in realtà il frutto di obiettivi speculativi circa un presunto rialzo della valuta cinese sul dollaro. Anche chi dice che il renminbi è la quinta valuta più utilizzata nelle transazioni internazionali, non considera in realtà che il 70% di queste riguarda Hong Kong, che – come tutti sanno – rappresenta il principale canale finanziario di cui la Cina si avvale per comunicare con il resto del mondo e pertanto non può essere considerato rappresentativo della domanda internazionale. Dal punto di vista degli interscambi commerciali occorre osservare che solo il 20% degli scambi cinesi con l’estero sono denominati in yuan quando, ad esempio, il 60% della bilancia commerciale europea è realizzato ricorrendo all’euro.

L’entrata del renminbi nel basket dei Diritti speciali di prelievo ha invece e semmai un contenuto politico-simbolico per il Partito: sancisce l’entrata definitiva della Cina nel gotha della finanza internazionale e questo riconoscimento conta decisamente molto per la leadership di Pechino, sia in chiave interna – veicola infatti un messaggio alla popolazione di una Cina sempre più forte – sia in chiave esterna perché ne completa il percorso politico compiuto in questi anni e suggellato dal recente G20 di Hangzhou (e, in quest’ultimo senso, è da intendersi come un veicolo di status e prestigio per la Cina nello scacchiere internazionale).

Ci sono tuttavia alcuni effetti che non possono essere trascurati. Registreremo infatti dei riflessi importanti sugli assetti interni dell’ex Impero di Mezzo: aumenterà, in particolare, la pressione della comunità finanziaria perché la Cina aumenti il livello di efficienza e apertura del proprio mercato finanziario e, nella sostanza, assisteremo a un percorso simile a quello avvenuto a valle dell’entrata della Cina nel Wto compresa una maggiore capacità di attrazione della Cina di capitali esteri (e questo contribuirà ad aumentare il livello di maturità dei mercati finanziari).

A mio avviso, vi è infine un altro elemento - di natura indiretta - che rappresenta il più importante beneficio dell’entrata del renminbi nei Diritti speciali di prelievo ed è connesso con il sostegno che ne può derivare al programma Made in China 2025. Il sistema industriale cinese deve cambiare profondamente sia dal punto di vista dei suoi processi (automazione industriale) che dei prodotti (innovazione): un cambiamento che richiede capacità imprenditoriale distribuita e maggiore facilità di accesso al credito per l’attuazione degli investimenti necessari. In altre parole, è necessario, un nuovo assetto del mercato finanziario più evoluto, esattamente quanto questa entrata potrebbe portare in dote alla Cina.

Mi pare in conclusione di poter dire che gli effetti di questo passaggio sono poco rilevanti dal punto di vista delle politiche monetarie globali. Certo il renminbi sarà maggiormente utilizzato su scala internazionale ma dobbiamo ricordarci che i Diritti speciali di prelievo sono come l’esperanto: un’idea visionaria, ma dalla limitata portata pratica. Contribuirà infatti a rendere la Cina uno stakeholder sempre più credibile e affidabile, ma sarà sul versante interno che misureremo prevalentemente la portata di questo evento.

Di certo, registriamo una conferma: continua il trend di un mondo sempre meno eurocentrico e che ha ormai nel Pacifico il suo baricentro economico.

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