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Perché la legge elettorale è importante quanto la riforma…

L'Analisi|Italia

Perché la legge elettorale è importante quanto la riforma costituzionale

La legge elettorale è meno importante della riforma costituzionale. Questa affermazione fatta da Renzi l’altro ieri a Perugia è sbagliata. È vero esattamente il contrario. Senza una buona legge elettorale la riforma costituzionale da sola non può favorire la cosa che oggi conta di più, e cioè la stabilità dei governi. Per cambiare l’Italia, per far fronte alle sfide della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica occorrono governi capaci di durare. Governi con un orizzonte temporale davanti. E per cercare di arrivare a questo risultato il sistema elettorale è una condizione necessaria anche se non sufficiente. Certo, non basta la stabilità per assicurare la governabilità. Ma senza stabilità non possono esserci né governabilità né responsabilità. Governi instabili sono governi che non devono render conto agli elettori di quello che fanno o non fanno. Sono governi irresponsabili. E sono i sistemi elettorali che favoriscono o meno la stabilità dei governi.

In tempi difficili per i sostenitori del SI fa comodo separare la riforma costituzionale da quella elettorale. È tattica politica che si regge su un dato di fatto: il referendum riguarda la riforma della costituzione e non l’Italicum. La nuova legge elettorale è già stata approvata in parlamento in via definitiva, anche se solo per la Camera. E può essere cambiata con legge ordinaria. Quindi con una procedura più semplice di quella prevista per le modifiche della costituzione. Da qui la conclusione che il SI al referendum lascia comunque la porta aperta ad eventuali cambiamenti della legge elettorale. Come se le due riforme siano indipendenti l’una dall’altra. Sulla carta è così. La riforma della costituzione è formalmente compatibile con qualunque sistema elettorale. Il bicameralismo differenziato può coesistere sia con un sistema proporzionale che con l’Italicum. La nuova ripartizione delle competenze tra stato e regioni prescinde dal sistema con cui verranno eletti i deputati. E lo stesso vale per i capitoli della riforma dedicati al potenziamento degli strumenti di democrazia diretta e alla riduzione dei costi della politica.

Tutto questo è vero, ma non coglie l’essenziale. In realtà le due riforme sono strettamente connesse. Tanto connesse che vivranno o cadranno insieme. La semplificazione del processo legislativo legata al superamento del bicameralismo paritario e l’introduzione del voto a data certa sui provvedimenti prioritari del governo servono a poco se i governi continueranno a durare meno di un anno come nella Prima Repubblica o meno di due anni come nella Seconda. È la combinazione di Italicum e riforma costituzionale - quello che con un brutto termine da chierici viene chiamato il “combinato disposto” - a creare le condizioni di un diverso modello di democrazia in cui stabilità e responsabilità del governo si combinano in modo equilibrato con la rappresentatività del parlamento. Non è un caso che chi critica la riforma costituzionale lo fa non solo per i suoi contenuti ma soprattutto per il suo collegamento con la riforma elettorale. La tesi sbagliata della deriva autoritaria, che adesso è stata trasformata in deriva oligarchica, trova il suo fondamento proprio nel collegamento tra le due riforme.

Questo lo sa bene anche Renzi. Ma il premier è preoccupato per l’esito del referendum. Le sue ultime dichiarazioni confermano la disponibilità a trattare sulla riforma dell’Italicum per aumentare le possibilità di vittoria del SI. Niente di male. La politica è la scienza del possibile. Ma ci sono dei limiti. Va bene sostituire i capilista bloccati con un sistema di collegi uninominali proporzionali. Va bene modificare le candidature plurime. Alla fine va anche bene introdurre il premio alla coalizione. Tanto le coalizioni si potranno fare o non fare. Basta solo tener presente però che una modifica del genere aumenterà la frammentazione del sistema dando più spazio ai partitini e alle scissioni dei partiti più grandi. Tutto questo si può fare. Sperando che serva a vincere il referendum, il che non è affatto detto. Quello che non si deve fare è la cancellazione del ballottaggio o il suo stravolgimento con accorgimenti come quelli indicati da Onida (si veda il Sole 24 Ore del 15 settembre).

Il ballottaggio è il meccanismo più semplice, più trasparente e più democratico per cercare di favorire la creazione di governi stabili in condizioni difficili. Con il ballottaggio sono gli elettori a decidere. Sono loro, e non i partiti, gli arbitri della formazione del governo. Quanto meno all’inizio della legislatura. Ma il ballottaggio dell’Italicum fa paura. Nel nostro paese la stabilità dei governi fa paura a molti. Questo è il punto. Con le riforme istituzionali degli anni novanta abbiamo risolto il problema della stabilità dei governi comunali e regionali. Sindaci e presidenti di regione non sono più alla mercé dei consigli e dei partiti. Manca ora l’ultimo tassello. Quello più difficile. Dare stabilità al governo nazionale. Se al referendum vinceranno i NO torneremo al proporzionale e a governi di coalizione, con l’aggravante della assenza dei grandi partiti della Prima Repubblica. Torneremo alla instabilità e alla irresponsabilità. Ma se Renzi cederà sul ballottaggio i NO avranno già vinto senza nemmeno il bisogno di andare a votare a dicembre.

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