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I media, le frottole trascurabili e le bugie vere

L'Analisi|Global view

I media, le frottole trascurabili e le bugie vere

Se Donald Trump dovesse diventare presidente, grossa parte della colpa sarà dei mezzi di informazione. So che alcuni giornalisti si affannano a negare questa responsabilità, ma è assurdo e penso che lo sappiano. Come ha evidenziato Nicholas Kristof in un recente editoriale sul New York Times, i sondaggi che dimostrano che l'opinione pubblica considera Hillary Clinton (che al massimo ha raccontato qualche frottola) meno degna di fiducia di un bugiardo patologico come Trump è prova sufficiente di un clamoroso fallimento dei media.

È significativo che questo dibattito sia presentato come un caso di falsa equivalenza, e che si discuta se rappresenta o no un problema. Certo, molto meglio questo piuttosto dell'assalto mediatico persistente contro la Clinton, ma le cose in realtà sono molto peggio di come sembrano.

I mezzi di informazione non hanno trattato le frottole della Clinton come l’equivalente delle bugie esplicite di Trump: hanno trattato clintonismi più o meno innocui come scandali clamorosi e hanno sorvolato sulle falsità di Trump. Per dirla in parole semplici, fino a pochissimo tempo fa i media ce l’avevano su con Hillary. Soltanto adesso, all’ultimo momento utile, o forse già oltre l'ultimo momento utile, hanno cominciato a rendersi conto dell'enormità di quello che stavano facendo.

Pensate al disastro delle interviste televisive di Matt Lauer. Non è stato un caso di falsa equivalenza: volendo sintetizzare al massimo la sua performance, verrebbe fuori: «Email, email, email; sì, mister Trump, qualunque cosa dice lei, mister Trump». Una candidata è stata incalzata ripetutamente su una questione di limitata importanza, mentre l'altro è stato lasciato libero di snocciolare falsità grottesche.

Come ha scritto recentemente Jonathan Chait sulla rivista New York, il problema non è soltanto la normalizzazione di Trump, ma l'abnormalizzazione della Clinton (l’articolo lo trovate qui: nym.ag/2cOXWpY).

Prendiamo il recente servizio dell’Associated Press sulla Fondazione Clinton. Un giornalista onesto avrebbe scritto: «La Fondazione presenta rischi di conflitto di interessi o influenza indebita, ma abbiamo cercato a fondo e non abbiamo trovato quasi nulla in questo senso». Invece presentava incontri con un premio Nobel per la pace come qualcosa di scandaloso.

E tutto questo continua a succedere, anche se con meno intensità di prima. Continuiamo a leggere articoli che dicono che le cose che fa la Clinton «sollevano interrogativi», «gettano ombre» ecc., termini ambigui che consentono ai giornalisti di scrivere storie negative senza curarsi dei fatti.

Tutto questo a me ricorda quello che è successo nella campagna presidenziale del 2000. A Kristof i mesi che precedettero la guerra in Iraq. Scegliete voi l’analogia che preferite. Ma prendiamo l’esempio di Kristof: nel 2002 i media non furono colpevoli di falsa equivalenza. Quello che fecero (incluso, ahimè, il New York Times) fu pompare senza posa le tesi in favore della guerra, riportando come scoop confidenziali tutto quello che gli propinava il vicepresidente Dick Cheney e ignorando completamente i critici e gli scettici.

L’altra campana era lì, a disposizione (McClatchy trovava tantissime fonti interne al governo disposte a dire che ci stavano rifilando un bidone), eppure gli scettici non riuscivano a dire mezza parola. I media, di fatto, erano per la guerra.
E questa volta sono di fatto pro-Trump (in realtà anti-Clinton, ma il risultato è lo stesso). Dubito che giornalisti o direttori vogliano favorire consapevolmente l’elezione di Trump: molti di loro sarebbero inorriditi se vincesse. Ma hanno sposato in pieno le Clinton Rules, che prescrivono che dileggiare e sfottere un Clinton fa bene alla carriera. È più un comportamento da bulli del liceo che da giornalisti professionisti, ma potrebbe avere conseguenze terrificanti.

Molto dipenderà se lo stesso comportamento proseguirà anche nell’ultimo scorcio di campagna elettorale. Se i media racconteranno i dibattiti rimanenti come fecero nel 2000, se la sostanza sarà sostituita dalle espressioni facciali di Hillary o dall’«impressione» che trasmette, mentre le grossolane bugie di Trump verranno passate sotto silenzio, potete dare il benvenuto alla Casa Bianca Trump.
E la storia non perdonerà le persone che lo hanno reso possibile.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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