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Le mani dell’Ecomafia sui rifiuti

L'Analisi|Italia

Le mani dell’Ecomafia sui rifiuti

A

spiegare bene perché sempre più spesso l’igiene non è urbana ma criminale – come le vicende che si accavallano a Roma testimoniano da mesi – ci ha pensato il ministro dell’Interno Angelino Alfano nella sua relazione di accompagnamento allo scioglimento del Comune di Corleone (Palermo). «Le attività connesse alla gestione del ciclo dei rifiuti – scrive Alfano nel decreto pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n.201 dell’8 settembre – sono quelle che suscitano maggiore interesse da parte della criminalità organizzata, sia per gli enormi proventi che ne derivano sia per la possibilità di esercitare un capillare controllo del territorio».

Più chiaro di così si muore e non certo di pulizia, come ancora una volta Roma testimonia. Entrare anche in un solo ingranaggio del ciclo dei rifiuti garantisce alla criminalità – che sia di stampo mafioso o meno poco importa – soldi a palate e una “telecamera” accesa h24 su ogni singola strada, vicolo o rio della grande città così come del piccolo paese.

Ancor più nel dettaglio lo ha spiegato a febbraio il sostituto procuratore nazionale antimafia Roberto Pennisi che nella relazione della Dnaa sul 2015 ha affermato che «le realtà criminali, proprio per le dinamiche operative e gli scopi che le contraddistinguono, spesso non disdegnano e anzi ambiscono al rapporto con le centrali di tipo mafioso le quali, a loro volta, hanno “cambiato pelle”, smettendo i panni di gruppi monopolistici della violenza pura, sostituendo il potere delle armi con quello finanziario, attraverso il quale continuano a perpetrare la sopraffazione che le contraddistingue. Altro non sono che compagini imprenditoriali che di rifiuti si occupano, le quali nel loro statuto occulto hanno inserito stabilmente il ricorso al delitto. E, pertanto, non improbabile è il ricorso a qualsiasi strumento illecito di contorno della gestione dei rifiuti per sconvolgerne o, quanto meno, alterarne il ciclo, primi tra tutti i delitti contro la pubblica amministrazione e quelli di falso. Quanto ai primi, soprattutto abusi d’ufficio e corruzione, utili per addomesticare gli organi amministrativi preposti alla tutela ambientale ed al rilascio delle autorizzazioni previste dalla legge. Senza, peraltro, dimenticare che quando nelle violazioni ambientali incorrono centrali economiche di primaria importanza capaci di esercitare la giusta persuasione, per non dire pressione, può pure avvenire che i problemi siano risolti attraverso la trasformazione dell’illecito in lecito, grazie ad interventi legislativi. Salvo poi incorrere, come più volte occorso allo Stato italiano, nelle dure sanzioni dell’Unione Europea, con la conseguenza che a pagare per le condotte di pochi sia l’intera comunità nazionale. Quanto ai secondi, la falsificazione di qualunque cosa che ne possa formare oggetto, sia dal punto di vista materiale che ideologico, per garantirsi il profitto illecito».

Non esiste conferma migliore alle parole del ministro e del magistrato antimafia che l’osservazione della nuda e cruda cronaca degli ultimi anni, che offre infiniti esempi e altrettanti gridi di allarme nelle sedi più alte della politica e delle Istituzioni. Con una differenza: i primi trovano uno spazio “mordi e fuggi” sui media, i secondi restano quasi sempre insonorizzati all’interno dei consessi che li ricevono.

Se – infatti – risuona ancora l’eco dell’indagine della procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) che ha portato all’arresto di 20 persone, tra i quali vari amministratori locali e il presidente della Provincia di Caserta, Angelo Di Costanzo, con accuse a vario titolo di turbata libertà degli incanti, corruzione di pubblici ufficiali per atti contrari ai doveri d’ufficio, truffa ai danni di enti pubblici e abuso d’ufficio nelle procedure di gara per l’assegnazione del servizio di raccolta, conferimento, trattamento e smaltimento dei rifiuti e di altri servizi collaterali nei comuni di Alvignano, Piedimonte Matese e Casagiove, nulla i media hanno scritto di quanto ha detto il 3 agosto 2016 nella Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti il sottosegretario all’Interno Gianpiero Bocci.

Eppure il sottosegretario non ha dato solo conto dell’attività svolta nei 90 Comuni della cosiddetta terra dei fuochi dalla task force delle forze dell’ordine e delle polizie locali contro i reati ambientali ma ha spiegato soprattutto perché l’igiene urbana, la (in)capacità amministrativa e la mano criminale sono parte integranti di uno stesso perverso circuito. Fino a giugno 2016 sono stati effettuati nella terra dei fuochi 3.242 controlli sulle aziende per la verifica delle procedure di trattamento degli scarti di lavorazione, 3.938 contravvenzioni, 1.161 denunce per violazioni ambientali, di cui 139 per il reato di incendio dei rifiuti; 100 arresti, 539 sequestri di aree interessate da scarico abusivo e combustione di rifiuti, 331 sequestri dei veicoli impiegati per il trasporto e sono stati comminati 500mila euro di sanzioni amministrative. Se però nella provincia di Napoli i fuochi sono in diminuzione, in provincia di Caserta negli ultimi sei mesi sono aumentati del 10% rispetto allo stesso periodo del 2015. «Il dato al rialzo nel casertano – ha dunque spiegato Bocci – si spiega essenzialmente con le difficoltà amministrative, organizzative e finanziarie che alcuni comuni stanno incontrando nell’esercitare le proprie competenze, tra le quali la raccolta dei rifiuti urbani e assimilati».

Nulla, ancora, è stato scritto di quanto – da nord a sud – hanno dichiarato nella stessa Commissione sul ciclo dei rifiuti presieduta da Alessandro Bratti (Pd) i prefetti.

Quello di Perugia, Raffaele Cannizzaro, il 25 febbraio 2016 ha spiegato che il monitoraggio sul ciclo dei rifiuti è capillare e ha annunciato che su 39 ditte iscritte negli elenchi prefettizi, sono state adottate ben cinque interdittive antimafia ma spostandoci nel nord-est, già il 27 novembre 2014 il prefetto di Venezia Domenico Cuttaia dichiarò che «in sede di attività preventiva la prefettura ha individuato occasioni e situazioni che si sono presentate come possibilità, stroncate sul nascere, di inserimento della criminalità organizzata sul territorio, in particolare all’interno di aziende che operano proprio nel settore dello smaltimento dei rifiuti».

E torniamo dunque al motivo – il solo che conti per le organizzazioni criminali, che siano di stampo mafioso o meno – per il quale le attività connesse al ciclo dei rifiuti fanno tanto gola: il dio denaro. Quanto conti ce lo ripete ogni anno Legambiente con il suo rapporto sulle ecomafie. Nel 2015 il business è stato di 19,1 miliardi, quasi tre miliardi in meno rispetto al 2014, a causa della netta contrazione degli investimenti a rischio nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, che hanno visto nell’ultimo anno prosciugare la spesa per opere pubbliche e per la gestione dei rifiuti urbani sotto la soglia dei 7 miliardi (a fronte dei 13 dell’anno precedente).

Ed è sempre Legambiente a spiegarci perché c’è ancora molta strada da fare: la criminalità organizzata la fa ancora da padrone in questo business, visto che i clan censiti con interessi nel settore sono 326 (in continuo aumento negli anni) e la corruzione rimane un fenomeno dilagante.

È il volto moderno delle ecomafie che colpisce l’Italia senza distinzione.

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