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Sui migranti servono equità, regole certe e confini sicuri

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Sui migranti servono equità, regole certe e confini sicuri

Nel 2015, in tutto il mondo, 60 milioni di persone hanno abbandonato la propria casa contro la propria volontà: significa uno ogni 122 abitanti del pianeta. Dall’altro lato, cioè nei Paesi verso cui si dirige, questo flusso migratorio viene a incidere sul potere di decidere a chi viene consentito di vivere all’interno dei propri confini, elemento fondante della sovranità statale ancor più per l’Europa degli Stati nazione. È necessario dotarsi di strumenti per comprendere le “Conseguenze economiche e politiche della migrazione dei rifugiati”, come recita il titolo della lezione tenuta la scorsa settimana alla Bocconi da Christian Dustmann per la Fondazione Rodolfo Debenedetti.

Prima di tutto conviene ricordare quadro giuridico ed entità del fenomeno. Il diritto di asilo si fonda sulla Dichiarazione dei diritti dell’uomo ed è incardinato dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e dal protocollo del 1967: offre copertura universale, vieta il respingimento nel Paese di origine, definisce rifugiato chi teme di poter essere oggetto di persecuzione per motivi nazionalistici, razziali, religiosi. Successivamente forme di protezione umanitaria sono state estese ai civili minacciati dai conflitti in Africa e in Asia. Quanto all’entità: nel 2015, di quei 60 milioni totali, 44 si sono spostati all’interno del proprio Paese, 16 in Paesi terzi. Da lì oltre 2 milioni ha cercato asilo in Paesi che hanno firmato la convenzione di Ginevra; in Europa è giunto il 12% dei rifugiati del mondo.

Posto che diritto d’asilo non vuole dire diritto alla residenza permanente, quali le soluzioni stabili? Per l’Onu lo sono o il ritorno nel Paese d’origine, o lo spostamento in un Paese terzo, o l’integrazione, in pratica trovare lavoro. E qui si deve fare una distinzione tra immigrati economici e rifugiati, perché affatto diverse sono le loro storie passate e le loro prospettive future. I primi hanno deciso loro di emigrare e scelto il Paese di destinazione, i secondi si sono mossi per eventi estranei dalla loro volontà. Specularmente i Paesi di accoglienza scelgono gli immigrati economici, accettano i rifugiati. Il migrante economico decide quanto lavorare, quanto consumare, quanto investire in capitale umano, se e quando ritornare al Paese d’origine. Il rifugiato vive nell’incertezza sul suo futuro, e questo induce a ridurre l’investimento iniziale e quindi di prestazioni seguenti: le decisioni più importanti sul proprio futuro si prendono all’inizio della nuova vita lavorativa, e dipendono dalle aspettative. Se il permesso di residenza viene concesso solo dopo un certo periodo e solo a una frazione di ogni fascia di età, che investimento personale ci si deve aspettare da un rifugiato di 20 anni che sa di avere solo una probabilità di essere accettato dopo 5 anni? Che contributo ne deriverà all’economia del Paese ospitante?

Il tema dei rifugiati ha polarizzato il dibattito politico, ha favorito l’emergere di nuovi partiti. Come variano i risultati elettorali al variare della presenza di rifugiati? Ci sono politiche che possono ridurre questo effetto? La Danimarca nel 1986 aveva disperso sul suo territorio oltre 76mila rifugiati; le elezioni che si tennero tra il 1989 e il 1998, tre politiche generali e tre municipali, forniscono alcuni spunti. A un aumento di un punto percentuale del numero di rifugiati in rapporto alla popolazione, corrispose un aumento dei voti dei partiti anti immigranti pari a 1.4 punti; con risultati opposti tra città (dove aumentò di quasi il 3 punti il voto del centrosinistra) e campagna (dove furono quelli degli anti immigranti ad aumentare, di oltre 1 punto.

La pressione migratoria sull’Europa non diminuirà: la popolazione dell’Africa crescerà nei prossimi 45 anni da 1,1 miliardi a 2,8 miliardi; dei 20 Stati considerati “fragili” dall’Ocse, 14 sono in Africa, 3 in Medio Oriente. Ci vuole un nuovo quadro regolatorio, accettato da tutti. Due dovebbero esserne i pilastri: una politica coordinata che renda sicuri i confini esterni, per consentire di esaminare le richieste di asilo prima dell’ingresso in Europa; e un meccanismo per distribuire con equità il carico dei migranti tra i Paesi d’Europa ma che al tempo stesso sia abbastanza flessibile per tener conto delle situazioni specifiche di ogni Paese. Obbiettivo non facile, ma se non lo si raggiunge le conseguenze potrebbero essere devastanti per la Ue, per non parlare dei singoli Stati.

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