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Dossier E se fosse giunto il momento di abbandonare il Pil?

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Dossier | N. 51 articoliMappamondo

E se fosse giunto il momento di abbandonare il Pil?

MILANO – In un anno caratterizzato dall’ascesa di movimenti populisti in Occidente e da magre prospettive di crescita economica nelle economie emergenti, gli uffici di statistica potrebbero decidere le sorti del nostro futuro. Tanto tra i cittadini comuni quanto tra economisti e policymakers vi è una crescente insoddisfazione non solo per il ritmo di crescita economica, ma ancor più per il modo con il quale la crescita stessa è misurata.

 

Ci sono due ragioni per questo. Primo, i benefici della crescita economica degli ultimi decenni nel mondo sviluppato si sono concentrati nelle mani di pochi - un trend che si è aggravato con la crisi finanziaria globale del 2008. Come ricorda il premio Nobel Joseph Stiglitz, "nella ripresa del  2009-2010, l'1%  più ricco negli Stati Uniti si è accaparrato il 93% della crescita del reddito".

 

Secondo, e forse più importante, definire il benessere solo in termini di ciò che può essere misurato dal mercato in termini monetari implica escludere molti fattori che davvero contribuiscono -- positivamente o negativamente -- al benessere umano. Nel 1968, Robert Kennedy, durante la campagna per la presidenza degli Stati Uniti, criticò l’idea di PIL, in quanto, usando le sue stesse parole, "misura tutto, eccetto ciò che per cui vale la pena vivere." Non dice nulla, per esempio, circa la qualità dell’ambiente, la coesione sociale, o l’identità di un gruppo - che influenzano chiaramente sia il benessere individuale sia quello collettivo.

 

Tali carenze non ci rendono soltanto sospettosi verso i cosiddetti "esperti", secondo i quali dovremmo essere più felici di quanto in realtà non siamo, ma impediscono anche di tenere in debita considerazione gli effetti benefici legati al dinamismo economico e all’innovazione. Come sottolinea Barry Eichengreen dell’università di Berkeley, l’attuale bassa crescita di produttività negli Stati Uniti è stata attribuita alla stagnazione tecnologica. Ma questa spiegazione sembra "poco plausibile", visti i radicali progressi tecnologici a livello di robotica, intelligenza artificiale, biotecnologie, nuovi materiali e design degli ultimi anni.

 

Non a caso, tali considerazioni hanno portato a guardare al PIL con occhio critico, visto il suo ruolo indiscusso di re degli indicatori economici. Infatti, il PIL  non misura soltanto la crescita economica di un paese, il progresso materiale e il benessere individuale. Esso determina lo status di una nazione, dando accesso a club esclusivi, come l’OCSE o il G8 e il G20, con un impatto enorme sugli equilibri politici mondiali. Allo stesso tempo, questo semplice indicatore influenza i flussi internazionali di capitale, segnala oscillazioni negli standard di vita tra paesi, e decide il destino dei leader politici.

 

Naturalmente nessun indicatore statistico sarà mai in grado di catturare tutte le sfaccettature della vita, e molto di ciò che davvero importa alle persone non potrà mai essere quantificato. Tuttavia, molti commentatori di Project Syndicate spiegano come sia ormai giunto il momento di rivedere, se non addirittura rimpiazzare, l’idea stessa di PIL.

 

La nascita di un indicatore

 

Per Philip Lepenies della Libera Università di Berlino, il PIL "è l’indicatore più potente della storia", e, a dire del Ministero del Commercio degli Stati Uniti, "una delle più grandi invenzioni del XX secolo". Oggi, il PIL è un qualcosa che tutti danno per scontato. Tuttavia, *+-fino alla Grande Depressione gli introiti fiscali rappresentavano l'unica misura statistica aggregata dell'economia. Fu solo nel 1930, quando  disoccupazione di massa e povertà diffusa piegarono Stati Uniti ed Europa, che divenne evidente la necessità di costruire indicatori più sofisticati per quantificare la ricchezza nazionale. Questo imperativo ha coinciso con l'ascesa della teoria keynesiana che ha fatto della gestione macroeconomica il suo elemento distintivo.

 

Nel 1932, il Congresso americano si rivolse a Simon Kuznets, un futuro premio Nobel, per sviluppare una stima del reddito nazionale. Per definizione, la somma dei redditi percepiti dai lavoratori, dirigenti, proprietari terrieri e azionisti è pari al valore della produzione complessiva. Data la miseria dell'epoca, Kuznets era più interessato al lato sinistro dell'equazione, il reddito -- ossia la quantità di denaro che le persone hanno nelle proprie tasche. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, invece, l'attenzione dei politici si spostò al lato destro, la produzione -- ossia la capacità industriale necessaria per sostenere lo sforzo militare.

 

Ma la fine del conflitto mondiale non portò a un cambiamento di prospettiva. I politici statunitensi continuarono a preoccuparsi più delle dimensioni della torta economica piuttosto che del modo in cui veniva distribuita. Nel frattempo, l'idea di PIL ha iniziato a diffondersi in tutto il mondo. L'assistenza post-guerra nell'ambito del piano Marshall era subordinata alla produzione di stime del PIL, mentre le Nazioni Unite hanno portato alla diffusione di principi comuni di contabilità nazionale.

 

Un po' per caso, il PIL è così finito per essere l'indicatore più importante per la politica economica di tutti i paesi del mondo. Ma, come sottolinea Kevin Noone dell'Università di Stoccolma, Kuznets stesso riconosceva che il PIL fosse un indicatore altamente imperfetto che doveva essere usato "con cautela." O, come ricordato da  Zakri Abdul Hamid e Anantha Duraiappah delle Nazioni Unite, Kuznets affermò anche che  “il benessere di una nazione difficilmente può essere dedotto dal valore del reddito nazionale".

 

I limiti del PIL

Lo scetticismo di Kuznets era giustificato. Come misura monetaria del valore di mercato di tutti i beni e servizi finali prodotti in un anno, il PIL "suona come un buon indicatore di ricchezza", afferma Bjørn Lomborg, direttore del Copenhagen Consensus Center, ma "include cose che non ci rendono più ricchi, lasciandone fuori altre che hanno un impatto positivo sul nostro benessere." Il PIL diminuisce se prodotti ad alta efficienza energetica riducono il consumo di energia elettrica, ma aumenta con attività inquinanti che riducono lo stock di risorse naturali. E se investiamo in campagne contro il fumo o nella lotta al terrorismo, il PIL cresce, senza creare nuova ricchezza.

 

Per dirla in altro modo, il PIL è interessato solo alla quantità, non alla qualità. Esso misura il flusso delle merci prodotte, senza catturare come queste cambino nel corso del tempo. Dal punto di vista di contabilità nazionale, una macchina con l'aria condizionata, un autoradio di ultima generazione e il GPS equivale a una macchina senza gadget, indipendentemente dalle diversa esperienza dei suoi utilizzatori.  Stiglitz usa un esempio tratto dal settore sanitario: "Come facciamo a valutare con precisione il fatto che, grazie  ai progressi della medicina, un intervento al cuore oggi ha una probabilità di successo maggiore rispetto al passato, portando a un significativo aumento della speranza e qualità della vita?".

 

Inoltre, il PIL esclude tutte le attività che si svolgono nell'economia senza un corrispettivo monetario, come le attività domestiche. Il premio Nobel Paul Samuelson era solito scherzare sul fatto che il PIL crolla quando un uomo sposa la sua cameriera. Allo stesso modo, una maggiore partecipazione femminile alla forza lavoro induce le famiglie ad affidare al mercato attività come la pulizia, il cucinare o la cura di bambini e anziani, facendo così aumentare fittiziamente il PIL.

 

Edward Jung, fondatore di Chief Technology Officer di Intellectual Ventures, osserva che l'emergere dell'economia digitale aggrava ulteriormente il problema. I conti nazionali ignorano la maggior parte dei servizi offerti gratuitamente da giganti tecnologici come Wikipedia, Facebook, Twitter o Google. Ma questo vale, più in generale, anche per i modelli di business innovativi. "L'innovazione più dirompente di domani," Jung afferma, "può non avere alcun effetto sugli [investimenti diretti esteri] o sul PIL di oggi."

 

Ma l'innovazione non è necessariamente neutrale rispetto al PIL o, come sostiene Eichengreen, "un presagio di tempi migliori." L'innovazione può portare a un calo del PIL, anche quando il benessere della società aumenta, sostiene Charles Bean della London School of Economics. Oggi prenotare on-line un volo o un hotel  è più conveniente e veloce di quanto non fosse 20 anni fa, quando i clienti dovevano affidarsi a un agente di viaggio. A parità di ogni altra condizione, le statistiche del PIL riporterebbero un calo del valore creato dal settore degli agenti di viaggio. Allo stesso modo, il prezzo di uno smartphone è inferiore alla somma dei prezzi dei suoi componenti - come GPS, fotocamera o lettore MP3 - che in passato erano venduti separatamente. Anche questo implica un calo del PIL. Tuttavia, in entrambi i casi, il benessere dei consumatori aumenta.

 

Bill Gates il fondatore di Microsoft, offre un altro esempio interessante. Nel 1960, le enciclopedie erano costose, ma veniva loro attribuito un grande valore. Ora, Internet rende tutte queste informazioni disponibili gratuitamente. Questa trasformazione ha davvero ridotto il nostro benessere rispetto al 1960 come il crollo del PIL sembrerebbe far pensare?

 

Massaggiare le statistiche

Gli uffici statistici nazionali fanno continui sforzi per aggiornare le proprie metodologie e tenere il passo con i grandi cambiamenti strutturali del nostro tempo, spesso rivedendo, in modo sostanzioso, le loro stime -- anche quelle di decenni prima. In alcuni casi, vengono aggiunte nuove attività al paniere di beni e servizi. Recentemente, per esempio, l'Unione Europea ha incluso droga, prostituzione e altre attività illecite o informali nei suoi calcoli del PIL. In altri casi, invece, si cerca di dare maggior peso alle industrie più dinamiche, come la telefonia mobile o il cinema in Africa.

 

Questi cambi di metodologia migliorano l'accuratezza dei dati di PIL, ma rendono difficile il confronto nel tempo di panieri diversi, creando distorsioni anche nel breve periodo. Nel 2010, dopo aver affinato la sua metodologia statistica il Ghana ha annunciato un aumento del 60% del PIL in quell’anno. Ma questo, come osserva Gates, "era solo un'anomalia statistica, non un effettivo cambiamento del tenore di vita degli abitanti del Ghana." Tuttavia, aberrazioni statistiche di questo genere accadono anche nel mondo avanzato. Lo scorso luglio Dublino ha riportato che il PIL irlandese era cresciuto del 26% nel 2015 a causa di modifiche nel domicilio fiscale di alcune multinazionali. Anche in questo caso, nessuno in Irlanda si sentiva effettivamente più ricco.

 

Revisioni del PIL sono più rare nei regimi autoritari. Ma questo non significa che le loro stime siano affidabili. Al contrario, i numeri gonfiati di PIL aiutano a preservare l'ordine interno e a impressionare i concorrenti internazionali. I sovietici, per esempio, erano maestri nel manipolare le loro statistiche di crescita per tenere il passo con gli americani. Oggi, come riporta l'economista Heleen Mees, la Cina è il grande manipolatore di dati.  "Scettici", sottolinea la Mees, "spesso citano la discrepanza tra la crescita del PIL ufficiale e i consumi di energia elettrica", così come "la dichiarazione nel 2007 del vice premier Li Keqiang che i dati sul PIL della Cina sono 'artificiali' e 'solo di riferimento.' "

 

Massaggiati o no, i dati di crescita cinese esemplificano un problema tipico che emerge nei confronti internazionali dei dati di contabilità nazionale. Nel 2014, la Banca Mondiale riportò che l'economia cinese aveva superato per dimensioni  quella degli Stati Uniti, quando misurata in termini di Parità di Potere d’Acquisto. Un simile annuncio ebbe un'immediata  risonanza geopolitica. Ma, come  osservato  Joseph Nye dell'università di Harvard,  "anche se il PIL complessivo della Cina supera quella degli Stati Uniti, le due economie hanno strutture e livelli di sofisticazione molto diversi". Inoltre," in Cina il reddito pro capite - una misura più accurata di benessere economico - è pari a solo il 20% di quello americano, e ci vorranno decenni per colmare il differenziale".

 

Uno sviluppo insodisfacente

 

Nonostante i suoi limiti concettuali e tecnici, dal dopoguerra a oggi il Pil è stato idolatrato. Massimizzarlo attraverso l'innovazione, la liberalizzazione del commercio, e la deregolamentazione è diventata l’obiettivo primo e ultimo di tutti i governi in giro per il mondo. Ma la convinzione che un PIL crescente aumenti il benessere e la felicità individuale era ingiustificata. Come sostiene l'ex presidente di Harvard Derek Bok osserva che "le persone oggi non sono più felici di quanto lo fossero 50 anni fa, nonostante il reddito pro-capite sia raddoppiato o quadruplicato".

 

Questo non dovrebbe sorprendere. Il PIL è un aggregatore di reddito, non una misura della sua distribuzione. Due paesi ugualmente ricchi in termini aggregati potrebbero differire notevolmente in termini di benessere individuale e felicità. Basti pensare a come il progresso tecnologico e la globalizzazione abbiano beneficiato una piccola elite a discapito del resto della popolazione. Kemal Dervis, vicepresidente della Brookings Institution, riporta che negli Stati Uniti, la quota di reddito del top 1% è più che raddoppiato dalla fine degli anni 1970. Tendenze analoghe caratterizzano l'intero Occidente.

 

Inoltre, il PIL non solo confonde costi e benefici aggregati e individuali; omette anche fattori - quali relazioni interpersonali, altruismo, impegno civile e salute mentale - che contribuiscono a creare una vita soddisfacente, ma non hanno nulla a che fare con la generazione di reddito. E Gus O’Donnell, presidente di Frontier Economics, osserva che lo scollamento tra PIL e benessere aumenta all’aumentare della ricchezza aggregata, in quanto le persone che soddisfano facilmente i loro bisogni essenziali sono sempre meno interessate all’accumulo di beni materiali e sempre al tempo libero, allo sviluppo personale, e all'arricchimento intellettuale.

 

Oltre il PIL

Nel corso del tempo, l’egemonia intellettuale ed economica del PIL è stata spesso messa in discussione. Nel 1980, l'ONU ha presentato il suo Indice di Sviluppo Umano, e nel 1995 il think tank Redefining Progress ha creato l’Indicatore di Progresso Genuino. Oggi, l'innovazione dirompente, l’ampliamento delle disuguaglianze, e il cambiamento climatico stanno forzando i leader politici a ripensare il modo in cui misuriamo il benessere umano. Nel 2008, l'allora presidente francese Nicolas Sarkozy creò la Commissione sulla Misurazione della Performance Economica e del Progresso Sociale. L'OCSE ha adottato un insieme di indicatori per il suo Better Life Index, e nel 2011 le Nazioni Unite hanno adottato la risoluzione "La felicità: verso un approccio olistico allo sviluppo."

 

L'ispirazione per questo approccio innovativo viene dal regno himalayano del Bhutan, che da più di 40 anni massimizza la Felicità Interna Lorda (FIL), piuttosto che il PIL. Come spiega Jeffrey Sachs della Columbia University, la FIL ruota attorno a quattro pilastri: lo sviluppo sostenibile, la conservazione e promozione dei valori culturali, la conservazione dell'ambiente naturale, e il buon governo. La FIL sta facendo presa in tutto il mondo, e gli Emirati Arabi Uniti hanno addirittura nominato un ministro per la felicità, Ohood Al Roumi.. "La domanda che poniamo," dice, "non è se stiamo fornendo servizi adeguati, ma se stiamo rendendo la nostra gente felice", ossia "un modo di sentirsi che va al di là della semplice soddisfazione immediata e ambisce al raggiungimento di una duratura gioia ".

 

Ma indicatori alternativi di benessere non creano meno problemi del PIL, che, per quanto imperfetto, guarda ad una dimensione oggettiva di benessere. Le altre misure, invece, si concentrano più su dimensioni soggettive dello sviluppo. Peter Singer dell’università di Princeton osserva che sia difficile trovare una definizione ampiamente accettata di felicità. Non siamo tutti felici allo stesso modo. Alcune persone pongono maggiormente enfasi sulla vita materiale, mentre altre persone sono più interessate a fattori spirituali. Questo rende impossibile effettuare confronti tra paesi. Allo stesso tempo, i dittatori potrebbero approfittarne e facilmente manipolare gli indicatori di felicità, quando non riescono a stimolare le loro economie.

 

Piuttosto che pensare a rimpiazzare il PIL, sarebbe più saggio affinare e combinare le informazioni in esso contenute con altri indicatori socioeconomici, tra cui il FIL. Gli statistici dovrebbero studiare metodologie per attribuire un valore monetario al deterioramento ambientale e ai servizi digitali gratuiti, investire nella raccolta di dati granulari sul reddito disponibile, dare un maggiore peso ai cambiamenti di qualità, e costruire conti satellite per misurare attività non di mercato. E, come sottolineato da Tara M. Sinclair della George Washington University, i governi dovrebbero fare maggiore affidamento ai Big Data per traccare la performance dell'economia in tempo reale e limitare le revisioni alle loro stime.

 

Come molte grandi invenzioni, il PIL è stato utilizzato in modo diverso rispetto a come i suoi ideatori avrebbero voluto. E 'giunto il momento di riconoscere i limiti del PIL, così come i suoi punti di forza. Come argomentato da Klaus Schwab and Richard Samans del World Economic Forum, i paesi devono puntare "a migliorare il tenore di vita dei loro cittadini nel suo complesso, piuttosto che utilizzare la crescita del PIL come unica misura della performance economica nazionale".

 

Questo sembra l’approccio più corretto. Il PIL non può misurare molte di quelle cose che ognuno di noi considera fondamentali per la propria vita, come la dignità, la gioia o un senso diffuso di sicurezza. Ma è difficile immaginare che sia possibile massimizzare un qualsivoglia aspetto della vita senza le informazioni provenienti dal PIL.

 

Edoardo Campanella è Economista zona Euro di UniCredit e junior fellow dell’Aspen Institute.

 

Copyright: Project Syndicate, 2016.
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