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Dossier | N. 53 articoliMappamondo

Cosa farà Trump?

Tutti i presidenti americani salgono al potere – e lo esercitano – raggruppando e sostenendo un’ampia coalizione di elettori con interessi riconoscibili. Donald Trump non è un’eccezione. La sbalorditiva vittoria elettorale di Trump, seguita a una campagna populista che si è concentrata sulle istituzioni americane, sulla politica interna ed estera, e soprattutto sulle élite, è stata alimentata dagli elettori – in stragrande maggioranza bianchi, soprattutto appartenenti a zone rurali, poco istruiti – che si sentono esclusi da un establishment politico che non è stato in grado di rispondere alle loro esigenze.

 

Ora la questione, per gli Stati Uniti e per il mondo intero, è come Trump intenda rappresentare questo blocco elettorale. Parte della difficoltà nel trovare una risposta, come ben comprendono i contributors di Project Syndicate, è Trump stesso. “Gli Usa non hanno mai avuto un presidente senza esperienza politica o militare, né qualcuno che abitualmente distorce la verità, abbraccia teorie sulla cospirazione e si contraddice”, fa notare Jeffrey Frankel di Harvard. Ma forse la cosa più importante è  che gran parte di ciò che ha promesso Trump – su commercio, tasse, sanità e tanto altro – non migliorerà né peggiorerà ulteriormente il benessere economico dei suoi elettori.

 

Questo paradosso è all’origine di alcuni scenari inquietanti. Come osserva Jan-Werner Mueller di Princeton, “vi sono prove concrete che i gruppi a basso reddito negli Usa abbiano in politica scarsa influenza, o non ne abbiano alcuna, ed effettivamente non sono rappresentati a Washington”. Ma la dichiarazione di Trump di rappresentare i suoi elettori non si basa sulla “richiesta di un sistema più equo”.  Anzi, asserisce Mueller, Trump “dice agli oppressi che solo loro sono ‘persone reali’”, e che (nei termini usati da Trump durante la sua campagna), “le altre persone non significano nulla”. Persuadendo i suoi sostenitori “a vedere se stessi come parte di un movimento nazionalista bianco”, sostiene Mueller, una “rivendicazione dell’identità serve per risolvere il problema in base al quale vengono trascurati gli interessi di molte persone”.

 

Sotto questo profilo, Trump non è esattamente l’unico. Come segnala Mueller, circoscrivere la rappresentanza in termini di “costruzione simbolica” di “persone reali”, invece che in termini di concetto pluralista di parità fra i cittadini in base a una costituzione condivisa, è tipico del populismo ovunque. In Ungheria, Polonia, Turchia, Venezuela e altrove (anche, per certi versi, nel Regno Unito dal referendum di giugno sulla Brexit), i leader populisti si sono sentiti autorizzati dalla loro rivendicazione di rappresentare la “singola volontà autentica” di un “singolo gruppo omogeneo” per erodere i vincoli costituzionali e legali sul loro potere.

 

L’America può evitare un simile destino? I contributors di Project Syndicate concordano sul fatto che l’esito delle elezioni abbia malamente macchiato l’immagine globale dell’America, e che le politiche estere di Trump probabilmente implicheranno seri rischi per Asia, Europa e America Latina. Ma c’è ragione di credere che le sue politiche interne deluderanno molti dei suoi sostenitori. Ciò potrebbe spingere Trump a rafforzare la politica dell’identità, alimentando la divisione e forse le sommosse. Ma potrebbe anche creare un’opportunità per gli avversari affinché rimodellino l’autoconsapevolezza di coloro che l’hanno votato.

 

Trump contro la Costituzione

In tutto la storia del paese, la maggior parte degli americani ha considerato la costituzione americana come garante ultimo delle loro libertà. E dall’elezione gli avversari di Trump si sono parzialmente ripresi all’idea che i cosiddetti “checks and balances”, ossia i controlli e i contrappesi sanciti dalla Costituzione, nonché gli altri vincoli costruiti nel sistema politico Usa, possano inibire gli impulsi più imprevedibili di Trump. La Costituzione americana, dopo tutto, pone apparentemente dei reali confini alla libertà di manovra del presidente. Ciò vale particolarmente per la politica interna, perché spetta al Congresso americano allocare i fondi necessari per pagare qualsiasi iniziativa presidenziale.

 

Ma l’idea che la Costituzione american protegga il paese da un destino simile a quello dell’Ungheria e della Polonia, dove i leader populisti hanno politicizzato le istituzioni statali, potrebbe non essere tanto solida come credono molti americani. Come dichiara Alfred Stepan dell’Università della Columbia, i repubblicani già controllano entrambe le camere del Congresso, e i “controlli e contrappesi generati dal settore giudiziario sono certamente in pericolo”. In parte perché i repubblicani “hanno buone possibilità di creare una maggioranza conservatrice nella Corte Suprema con nove membri che potrebbe durare per decenni, soprattutto se vinceranno nuovamente le presidenziali nel 2020.”

 

E la Corte “potrebbe continuare a erodere i checks democratici, come i limiti sui finanziamenti della campagna che hanno risentito del devastante contraccolpo da parte della decisione del 2010 di Citizens United”. In modo analogo, con il Senato sotto controllo repubblicano, “Trump può ora rapidamente coprire i posti vacanti” nei tribunali federali di istanza inferiore – che avevano raggiunto in mezzo secolo un numero storico durante il secondo mandato del Presidente Barack Obama, a causa dell’ostruzionismo repubblicano – con “giudici conservatori che potrebbero ben erodere ulteriormente i controlli e i contraccolpi”.

 

Stepan non è nemmeno convinto del fatto che i governi di stato riescano a fornire un controllo sullo smodato potere federale. “I repubblicani ora controllano la cifra record, la più alta di tutti i tempi, di 68 organi legislativi statali su 99 e 33 governatorati su 50” dei 50 stati d’America, fa notare, e che questo comporta serie conseguenze per i controlli finali sul governo: l’effettiva concorrenza politica ed elezioni libere ed eque. Le legislature statali, dopo tutto, creano i distretti legislativi della Camera dei Rappresentanti, che sono già stati manipolati per rinforzare la maggioranza dei repubblicani proprio lì.

 

Peggio ancora, la minaccia dell’America alla democrazia sta perseguitando la società civile. Secondo Stepan, “dal 2013, quando un’altra decisione della Corte Suprema distrusse il Voting Rights Act, molti stati, se non la maggior parte di essi, a maggioranza repubblicana in entrambe le camere hanno promulgato leggi e regolamenti che sopprimessero il voto” nelle aree non abitate da bianchi. Un Partito Repubblicano che è quasi interamente dipendente dagli elettori bianchi – e sempre più dipendente dalla politica dell’identità dei bianchi – probabilmente continuerà su questa strada.

 

Addio Occidente?

 

Non è solo la democrazia americana ad essere a rischio, ma anche l’Occidente geopolitico costruito dagli Usa negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. E come fa notare il cancelliere dell’Università di Oxford, Chris Patten, quella costruzione “ha fornito per molto tempo le basi per l’ordine globale – probabilmente le basi più sicure mai create prima”. Sotto la leadership americana, “l’Occidente ha costruito, forgiato e caldeggiato istituzioni internazionali, accordi di cooperazione e approcci comuni a problemi comuni”, dichiara Patten. E contribuendo “a sostenere la pace e incentivare la prosperità in gran parte del mondo, i suoi approcci e principi hanno attratto milioni di seguaci”.

 

L’elezione di Trump, “minaccia questo intero sistema”, continua Patten. Se Trump “farà ciò che ha promesso di fare durante la sua cruda e mendace campagna, potrebbe distruggere una creazione altamente sofisticata, una creazione che ha impiegato diversi anni per svilupparsi e che ha giovato a miliardi di persone”. Dopo tutto, come osserva Joseph Nye di Harvard, durante la sua campagna elettorale, “Trump ha messo a rischio le alleanze e le istituzioni che sostengono l’ordine mondiale liberal”. E sebbene, come commenta Nye, “Trump abbia esplicitamente dichiarato poche politiche specifiche”, i concetti e gli obblighi di fedeltà a lungo dati per scontati, sia dagli alleati dell’America che dai suoi nemici, non saranno più gli stessi.

 

Tanto per iniziare, afferma Mark Leonard, direttore del Consiglio europeo sulle Relazioni estere, “le garanzie americane non sono più affidabili”. In nessuna parte del mondo. “In Europa, nel Medio Oriente e in Asia, Trump ha chiarito subito che l’America non rivestirà più il ruolo di poliziotto; anzi, sarà una società per la sicurezza privata disponibile in affitto”. Non solo “ha messo in dubbio la possibilità di difendere i membri NATO dell’Est europeo se non faranno di più per difendere se stessi”, ha anche suggerito “che l’Arabia Saudita paghi per la sicurezza americana” e “ha incoraggiato il Giappone e Corea del Sud a dotarsi di armi nucleari”.

 

Inoltre, dichiara Gareth Evans, ex ministro degli Esteri australiano, considerando che Trump ha “scarse conoscenza, o una conoscenza poco profonda, degli affari internazionali, si sta affidando a degli istinti confusi”. Di conseguenza, la sua retorica “combina la contraddittoria retorica isolazionistica dell’‘America first’ con i vigorosi discorsi del ‘make America great again’”. E l’incoerenza di Trump, suggerisce Evans, non sarà compensata dal suo presunto acume imprenditoriale (decantato durante la sua campagna). Anzi, “se da un lato rivendicare posizioni estreme che possono essere facilmente abbandonate possa funzionare nella negoziazione di accordi immobiliari, non può valere come solido fondamento per condurre la politica estera”.

 

Evans non è ottimista.  A suo avviso “i pericolosi istinti di Trump potrebbero essere frenati se lui fosse in grado di assemblare un team ricercato e competente di consulenti di politica estera”. “Ma staremo a vedere”. In ogni caso, il pericolo per la stabilità globale è aggravato dal fatto che, qualsiasi controllo e contrappeso disponibile possa affrontare Trump a livello nazionale, in politica estera “la Costituzione americana gli garantisce uno straordinario potere personale come Comandante capo, se decidesse di esercitare tale potere”.

 

Ovviamente, alcuni beneficeranno della confusione che con tutta probabilità Trump seminerà. Come ha osservato l’ex primo ministro svedese Carl Bildt, i “governanti autoritari di tutto il mondo” non sentiranno più “parole dure da parte degli Usa sul disprezzo dei loro regimi per la democrazia, la libertà o i diritti umani”. Anzi, lo storico “obiettivo di rendere il mondo sicuro per la democrazia sarà ora rimpiazzato da una politica del tipo ‘America first’, un radicale cambiamento nella politica estera americana che sta già accendendo l’entusiasmo dei centri di potere russi e cinesi”.

 

L’ordine globale trumpista  

 

Quindi esattamente quale forma assumerà una politica estera improntata sull’“America First”? Il modo in cui Trump farà affari con la Russia, suggerisce Nye, ci fornirà i primi segnali della serietà della sua politica estera. “Da un lato, è importante resistere al cambio di scenario del [presidente russo Vladimir] Putin che sfida la proibizione dell’ordine liberale post-1945 sull’uso della forza da parte degli stati per conquistare i territori dei paesi vicini”, come ha fatto in Georgia e Ucraina. “Dall’altro”, secondo Nye, “è importante evitare di isolare completamente un paese con cui gli Usa hanno degli interessi condivisi in molte aree: sicurezza nucleare, non proliferazione, antiterrorismo, l’Artico e le questioni regionali come l’Iran e l’Afghanistan.”

 

In modo analogo, un’efficace leadership Usa in Asia, che è diventata sia il centro dell’economia mondiale che la scena di una crescente frizione tra i due paesi più potenti al mondo, Cina e Usa, richiede una capacità di mediazione che Trump non ha ancora sfoggiato. L’America, secondo Evans, “pregiudica se stessa quando clamorosamente sostiene il proprio primato regionale, ignorando la legittima richiesta della Cina di essere riconosciuta come leader congiunto nell’attuale ordine mondiale”. Allo stesso tempo, “quando la Cina eccede, come ha fatto con le sue rivendicazioni territoriali nel Mare cinese del Sud, è necessario dare un freno”. E qui, fa notare Evans, “il ruolo calmo ma fermo degli Usa resta necessario e appropriato”.

 

Come Evans, anche l’esperto di geostrategia vietnamita Le Hong Hiep ha scarsa fiducia nel presidente-eletto americano. A seguito dell’elezione di Trump, il “ribilanciamento strategico verso l’Asia su cui [il presidente americano Barack] Obama ha lavorato tanto duramente per ottenere dei risultati potrebbe essere annullato, infliggendo un duro colpo all’Asia e agli Usa allo stesso tempo”. Il successo dipende soprattutto dalla partecipazione dei paesi regionali e dal supporto dell’architettura regionale sulla sicurezza guidata dagli Usa. Ma dato che Trump potrebbe “focalizzarsi in modo schiacciante sulle questioni domestiche”, potrebbe ignorare “l’impegno strategico con l’ASEAN e i suoi membri”, afferma Hiep, così “provocando un deterioramento dei loro rapporti con gli Usa”.

 

E come Bildt, Hiep crede che “la Cina possa accogliere l’esito dell’elezione”. Certo, Trump ha accusato la Cina di “aver rubato posti di lavoro americani – e l’ha incolpata di aver creato la ‘beffa’ del cambiamento climatico”. Ma “Trump potrebbe assumere un atteggiamento più morbido sull’espansionismo della Cina nella regione, soprattutto nel Mare cinese del Sud, rispetto a quanto non abbia fatto Obama”.

 

Anche altri sembrano aver intravisto – almeno inizialmente – qualcosa di positivo nella vittoria di Trump. “Trump”, asserisce l’analista palestinese Daoud Kuttab, “ha attirato il sostegno degli arrabbiati e dei frustrati, e i palestinesi si sentono persino più adirati e più disperati della working class degli americani bianchi che lo hanno appoggiato”. Cosa più importante, poiché “Trump è un outsider politico, con pochi legami con la tradizionale politica estera [dell’America] o con i gruppi di interesse che l’hanno forgiata”, molti palestinesi credono che “potrebbe sovvertire le convenzioni che hanno spesso danneggiato la Palestina, cambiando le regole del gioco”.

 

Ma Kuttab spegne questo barlume di speranza. “Israele” fa notare, “sembra alquanto fiducioso che la presidenza di Trump faccia pendere l’ago della bilancia ancor più a suo favore”. Trump ha già suggerito con fermezza che sposterà l’ambasciata Americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme – cosa che tutti i presidenti americani si rifiutano di fare da 49 anni. E dato che “incitare all’odio contro i musulmani è stato un fondamento della sua campagna”, non bisogna “illudersi che Trump possa essere l’arbitro della correttezza, né tanto meno un custode della pace, nel conflitto israelo-palestinese”.

 

I latinoamericani non hanno la minima aspettativa di un trattamento equo, e nemmeno civile, da parte di Trump. Di fatto, riferisce l’ex ministro degli Esteri messicano Jorge Castañeda, “l’elezione di Trump è un assoluto disastro per la regione”. Castañeda definisce l’America Latina “una regione del mondo che non può avere un atteggiamento lungimirante”.

 

Il Messico ha più motivi degli altri paesi di non fidarsi di Trump, considerata la sua promessa di “deportare tutte i sei milioni di messicani irregolari che vivono e lavorano negli Usa e di costringere il Messico a pagare per la costruzione di un muro sul confine Usa-Messico”. Inoltre, Trump ha promesso di “rinegoziare il North America Free Trade Agreement (NAFTA), di scartare il Trans-Pacific Partnership (TPP) e di scoraggiare le aziende Usa dall’investire e creare posti di lavoro in Messico”.

 

Ma le proposte di Trump impatteranno in modo negativo su gran parte della regione. “Ogni paese dell’America centrale è fonte di migrazione verso gli Usa, come molti paesi dei Caraibi e del Sud America”, fa notare Castañeda. In modo analogo, “Honduras, Guatemala, El Salvador, Cuba, Haiti, la Repubblica Dominicana, Ecuador e Peru hanno tutti ampie popolazioni di connazionali che legalmente o illegalmente risiedono negli Usa e sentiranno tutti gli effetti delle politiche di Trump, se saranno attuate”. Poi ci sono “paesi come il Cile, che hanno negoziato bona fide il TPP con gli Usa, il Messico, il Perù e i paesi del Pacifico asiatico”, e tutti “ora patiranno le conseguenze della posizione protezionista di Trump”. E il NAFTA non è l’unico patto bilaterale di libero scambio – gli Usa conta qualcosa come dieci FTA con i paesi dell’America Latina – che Trump potrebbe prendere di mira.

 

Libero scambio in bilico

 

Questo genere di accordi è particolarmente vulnerabile perché il commercio è l’area in cui gli istinti di politica estera dell’“America first” di Trump incontra la sua promessa di riportare in America i ben remunerati posti di lavoro del manifatturiero. Su questo punto potrebbe incontrare una dura resistenza, non solo da parte di una Cina sempre più sicura di se, ma anche dal Messico, i cui leader non avrebbero lunga vita politica se dovessero arrendersi a un presidente americano che ha, secondo Castañeda, “ignorato gli interessi nazionali del Messico e diffamato il carattere della sua gente”.

 

Ma Nouriel Roubini della NYU pensa che Trump, avendo “vissuto tutta la sua vita in mezzo ad altri ricchi uomini d’affari”, finirà per essere più pragmatico. La sua “scelta di concorrere come populista è stata tattica, e non riflette necessariamente convinzioni radicate”. Se da un lato un “Trump populista e radicale scarterebbe il TPP, abrogherebbe il NAFTA e imporrebbe elevati dazi sulle importazioni cinesi”, un Trump pragmatico probabilmente “tenterà di modificare leggermente il [NAFTA] come una strizzatina d’occhio agli operai americani”. Inoltre, coloro che “stroncano la Cina durante le loro campagne elettorali” spesso “realizzano in fretta una volta insediatisi che la cooperazione è nel loro interesse”. Di fatto, “anche se un Trump pragmatico intendesse limitare le importazioni dalla Cina, le sue opzioni sarebbero limitate da una recente decisione della World Trade Organization contro il ‘dumping mirato’ dei dazi sui beni cinesi”.

 

Se Trump insistesse con un programma protezionista, si scontrerebbe con la resistenza non solo da parte dei partner commerciali dell’America, ma anche con la realtà economica. Gli “argomenti a favore dei patti sul libero scambio fatti a pezzi e dei negoziati abbandonati per far spazio a nuovi accordi”, fa notare Patten, “si basano sulla convinzione che la globalizzazione è la ragione della crescente disuguaglianza tra redditi, che ha tagliato fuori la working class americana”. In realtà, il commercio non è più reo di aver allontanato i posti di lavoro del manifatturiero dagli Usa.

 

Patten fa notare, invece, che le “fonti della sofferenza economica dei lavoratori americani sono l’innovazione tecnologica e le politiche di spesa e tassazione che favoriscono i ricchi”. E diversamente dal libero scambio, che ha incrementato il potere d’acquisto delle famiglie americane, “l’attuale ondata di innovazione tecnologica non sta sollevando tutte le barche”, osserva Alex Friedman, CEO di GAM. “Come i simili Uber e Amazon, e soprattutto la robotica, aggiungono comodità, questo succede perché rimpiazzano il lavoro della working class e/o abbassano i salari”.

 

Ma ciò che gli odierni protezionisti non riescono a riconoscere è che l’America non è più competitiva in settori come carbone e acciaio – e non dovrebbe tentare di esserlo. Per i policymaker, osserva Friedman, “il problema è che potrebbe volerci un decennio o più prima che la robotica e i suoi simili” si diffondano sufficientemente da “alimentare una marea crescente che sollevi tutte le barche”. Ma abrogare il libero scambio certamente non aiuterebbe. Se Trump dovesse farlo, i posti di lavoro non tornerebbero indietro, e i prezzi delle importazioni aumenterebbero, così abbassando il potere d’acquisto degli americani – e quindi, con le parole di Patten, danneggerebbe “proprio quelle persone che hanno votato per lui”.

 

Il premio Nobel Joseph Stiglitz concorda. “La tecnologia”, a suo avviso, “sta facendo così tanti passi avanti che il numero di posti di lavoro a livello globale nel manifatturiero è in calo”. Di conseguenza, “non c’è modo che Trump possa riportare negli Usa un significativo numero di posti di lavoro ben remunerati del manifatturiero”.

 

Dove sono i posti di lavoro

 

Come farà, allora, Trump a soddisfare i suoi sostenitori? Una possibilità, ovviamente è un’opzione abbracciata da Obama – clean tech e green energy. Ciò che serve, sostiene Jeffrey Sachs della Columbia, sono “massicci investimenti in sistemi energetici a basso contenuto di carbonio, e la fine della costruzione di nuove centrali elettriche alimentate a carbone”. Servono “investimenti in veicoli elettrici (e batterie avanzate) della stessa portata, insieme a una netta riduzione dei veicoli a motore a combustione interna”. Inoltre, una “tassa sul carbonio”, sostiene Stiglitz, “garantirebbe un triplice scenario di benessere: una maggiore crescita dal momento che le aziende si ammodernerebbero per riflettere l’aumento dei costi delle emissioni di diossido di carbonio; un ambiente più pulito; ed introiti che potrebbero essere utilizzati per finanziare le infrastrutture e orientare gli interventi finalizzati per accorciare il divario economico dell’America”.

 

Ma come osserva Stiglitz, “considerata la posizione negazionista di Trump rispetto al cambiamento climatico, è improbabile che sfrutti questa opportunità”.  Sta già assumendo nel suo team di transizione funzionari che la pensano allo stesso modo, e il caucus repubblicano del Congresso ha profondi legami con le tradizionali società del petrolio e del gas.

 

È più probabile quindi che Trump abbracci gli investimenti su vasta scala per le infrastrutture. L’economista e storico britannico Robert Skidelsky fa notare che Trump ha “promesso un programma di investimenti per le infrastrutture del valore di 800-1000 miliardi di dollari, che sarà finanziato dai bond, nonché una massiccia riduzione delle imposte sulle aziende, due interventi finalizzati a creare 25 milioni di nuovi posti di lavoro e a incentivare la crescita”.

 

Jim O’Neill, ex CEO di Goldman Sachs Asset Management ed ex ministro del Tesoro britannico, non vede molte alternative a quello che Skidelsky chiama “una moderna forma di politica fiscale keynesiana”. A suo avviso O’Neill, “con un attivismo monetario che va oltre la sua data di scadenza, una politica fiscale attiva in grado di includere una spesa più solida per le infrastrutture è una delle uniche opzioni rimaste”. Allo stesso tempo, con la stessa brama con cui i repubblicani intendono tagliare le tasse per pochi, “i policymaker non possono ignorare gli elevati livelli di debito pubblico in gran parte del mondo avanzato”.

 

La stessa argomentazione avanzata per la spesa sulle infrastrutture può essere riferita alla tecnologia. “È scioccante per un paese il cui successo economico si basa sull’innovazione tecnologica”, riprende Stiglitz, “che la percentuale di investimenti, in proporzione al Pil, destinata alla ricerca sia più bassa oggi di cinquant’anni fa”. Ma è difficile immaginare che Trump diventi un sostenitore della tecnologia come è accaduto con Obama durante la sua presidenza. Come dimostra il suo estraniamento dal comparto tecnologico Usa, i cui leader si sono fortemente opposti alla sua candidatura. Nè lascia ben sperare la sua posizione sull’immigrazione. Come osserva Roubini, una delle proposte di Trump sarebbe quella di “limitare i visti per i lavoratori altamente specializzati, così danneggiando una parte del dinamismo del settore tech”.

 

Sebbene i repubblicani non abbiano favorito la spesa pubblica per le grandi opere da quando fu presidente Dwight Eisenhower, con tutta probabilità vi si adeguerà in cambio degli sgravi fiscali. Senza dubbio si creeranno posti di lavoro. Ma, come osserva Frankel, “la disuguaglianza tra redditi tornerà ad ampliarsi di nuovo, malgrado i marcati miglioramenti del reddito medio di una famiglia e del tasso di povertà dell’anno scorso”. Inoltre, “aumenteranno i disavanzi di bilancio”.

 

E questo per Trump potrebbe rappresentare un problema, dato che programma di finanziare gli investimenti per le infrastrutture con l’emissione di bond. “I partecipanti del mercato”, dichiara Martin Feldstein di Harvard, “stanno guardando [la Federal Reserve americana] per giudicare se e quando inizierà il processo di normalizzazione dei tassi di interesse”. E “in base all’esperienza storica”, ricorda Feldstein, “la normalizzazione potrebbe aumentare i tassi di interesse a lungo termine di circa due punti percentuali, facendo precipitare le sostanziali correzioni nei prezzi di obbligazioni, titoli azionari e immobili commerciali”.

 

Ci sarà presto uno scontro tra Trump e la Fed. Trump potrebbe tentare di piegare la Fed alla propria volontà; secondo Roubini, però, esiste una forza indipendente che non riuscirà a controllare. “Se tenterà di perseguire politiche populiste radicali”, accumulando debito senza alcun piano per risanarlo, la risposta dei mercati internazionali “sarà rapida e punitiva: i titoli precipiteranno, il dollaro scenderà, gli investitori abbandoneranno i buoni del Tesoro americano, i prezzi dell’oro saliranno alle stelle e così via”.

 

Cosa dovrebbe fare il mondo?

 

Lo scorso Maggio, Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, immaginando la prospettiva di una presidenza Trump, ha sostenuto che i paesi “devono sperare nel meglio ma prepararsi al peggio”. Dopo tutto, devono sostenere “le proprie alleanze e i propri rapporti di amicizia, in previsione di una rottura in stile ‘America First’ con le vecchie partnership e l’ordine internazionale liberal che prevale dagli anni 40”.

 

Quel momento, secondo Leonard, è arrivato. Gli europei devono “cercare di esercitare una certa influenza sugli Usa”, il cui nuovo leader “proverà a somigliare ad altri presidenti forti e trattare la debolezza come un invito all’aggressione”. E se “un’Europa divisa ha scarse possibilità di influenzare gli Usa”, quando “l’Europa ha lavorato insieme – in tema di privacy, concorrenza e tassazione – ha affrontato gli Usa da una posizione di forza”. Guy Verhofstadt, ex primo ministro belga attualmente leader dei liberali nel Parlamento europeo, si spinge oltre. “L’Ue non può più aspettare di costruire la propria Comunità di Difesa Europea e sviluppare la propria strategia di sicurezza”, dichiara. “Qualsiasi cosa meno di questa sarà insufficiente per garantire la sicurezza del territorio”.

 

La democrazia liberale, secondo Verhofstadt, “sta rapidamente diventando un movimento di resistenza”, e questo ritornello ora si sente in tutto il mondo. L’Australia, asserisce Evans, “dovrebbe aver capito ora che gli Usa, sotto le amministrazioni con una credibilità di gran lunga maggiore prima facie di quella di Trump, sono perfettamente in grado di fare terribili errori, come le guerre in Vietnam and Iraq”. Dovendo fare i conti con la prospettiva delle “assurdità americane che saranno forse peggiori di quelle del passato”, dichiara, “dovremo prendere le nostre decisioni su come reagire agli eventi, sulla base dei nostri interessi nazionali”.

 

Patten invoca una risposta diplomatica più robusta, encomiando la risposta della cancelliera tedesca Angela Merkel all’elezione di Trump, in cui ha sostenuto la cooperazione bilaterale sulla base della condivisione dei “valori di democrazia, libertà e rispetto della legge e della dignità dell’uomo, indipendentemente dalle origini, dal colore della pelle, dalla religione, dal genere, dall’orientamento sessuale e dalle convinzioni politiche”. Questa “eloquente e potente” dichiarazione, sostiene Patten, fa della Merkel “un leader che sembra riconoscere con quanta rapidità il collasso della leadership americana possa mettere fine all’ordine globale post-1945”. E aggiunge, “è esattamente così che dovrebbero rispondere tutti gli alleati e gli amici dell’America”.

 

Cosa dovrebbe fare l’America?

 

Non tutto è perduto. Stepan ha ragione quando dice che i tradizionali “checks and balances” della politica americana sono in serio pericolo. Come ci ricorda Roubini, però, i mercati non sono l’unica barriera se le politiche vanno fuori dai binari. Il potere esecutivo del governo americano che Trump comanda “rispetta un processo decisionale secondo cui dipartimenti ed agenzie pertinenti determinano rischi e benefici di dati scenari, e poi forniscano al presidente un ventaglio limitato delle opzioni politiche tra cui scegliere”. “Considerata la sua inesperienza, Trump conterà ancor di più sui suoi consiglieri, esattamente come gli ex presidenti Ronald Reagan e George W. Bush”.

 

Inoltre, secondo Roubini, “Trump sarà spinto maggiormente verso il centro da parte del Congresso, con cui dovrà lavorare per far passare qualsiasi normativa”. L’elezione di Trump, dopo tutto, giunge al culmine della sua ostile presa di potere del Partito Repubblicano, e ora dovrà impegnarsi per un riavvicinamento con lo speaker della Camera Paul Ryan e i leader repubblicani al Senato che, fa notare Roubini, “hanno posizioni più tradizionali (nel GOP) di Trump su commercio, migrazione e deficit di bilancio”. Inoltre, “la minoranza democratica nel Senato sarà in grado di fare ostruzionismo nei confronti di qualsiasi riforma radicale proposta da Trump, soprattutto se vanno a toccare il terzo binario della politica americana: la sicurezza sociale e Medicare”.

 

In modo analogo, fermi restando i legittimi timori di Stepan, le istituzioni possono combattere la sovversione populista, come è capitato con la recente decisione dell’Alta Corte britannica che ha conferito al Parlamento di scrutinare e votare sulla decisione del governo di scatenare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Nessuno può essere certo, e neanche Trump, che tutti i membri conservatori della Corte Suprema marcino a ranghi compatti con il suo atteggiamento di negazione della democrazia americana. La sua proposta di bandire gli immigrati musulmani, fa notare Frankel, “verrebbe stroncata persino da una Corte Suprema di estrema destra”.

 

Esiste anche il vincolo dell’azione cittadina tutelata dalla costituzione, cui abbiamo già assistito nelle affollate manifestazioni anti-Trump tenutesi in tutto il paese nei giorni successivi all’elezione. Le proteste continueranno, suggerisce Lucy Marcus della IE Business School, sulla scia di un’“impennata dei reati generati dall’odio, compreso il numero allarmante di scontri segnalati nelle scuole o nei campus universitari”. Se Trump “spera di essere qualsiasi cosa vagamente vicina a un leader responsabile”, secondo Marcus, “deve agire con urgenza per affrontare le profonde divisioni che lui stesso ha alimentato con tanto entusiasmo durante la sua campagna”. E fatto altrettanto importante, “i leader della comunità non devono consentire ai propri costituenti di essere manipolati o incitati a un comportamento che rischia gravi ripercussioni”.

 

La sfida a lungo termine posta da Trump, però, è di cercare i mezzi per scindere la politica dell’identità bianca, su cui il Partito Repubblicano ha investito molto, dal risentimento economico. Come sostiene Mueller, le sacche del “Trumpenproletariat di oggi non sono state tagliate fuori per sempre dalla democrazia, come ha suggerito la Clinton definendoli ‘irredimibili’”. Mueller cita George Orwell: “se volete farvi nemico un uomo, ditegli che i suoi mali sono incurabili”. Invece, gli anti-populisti devono “focalizzarsi su nuove modalità per appellarsi agli interessi dei sostenitori di Trump, difendendo al contempo in maniera risoluta i diritti delle minoranze che si sentono minacciati dal programma di Trump”.

 

Skidelsky concorda, e asserisce: “è l’economia, e non la cultura, a colpire al cuore della legittimità”. In altre parole, “è quando i benefici del progresso economico si accumulano nelle tasche dei già ricchi che la divergenza tra i valori culturali della minoranza e quelli della maggioranza diventa seriamente destabilizzante”.

 

Trump ha sfruttato spietatamente questa divergenza, e così facendo, “ha ovviamente  risposto con successo a una rivendicazione per rappresentare il popolo” afferma Mueller. “La rappresentanza non è però mai semplicemente una risposta meccanica alle richieste pre-esistenti”, fa notare. Anzi, “le rivendicazioni per rappresentare i cittadini plasmano anche l’autocoscienza”,  che è il motivo per cui ora “è cruciale rimuovere quell’autocoscienza dalla politica dell’identità bianca per riportarla nel campo degli interessi”.

 

Qualsiasi cosa succeda, gli americani devono essere consapevoli di ciò che hanno perso – forse per sempre – eleggendo Trump. La sua vittoria ha “profondamente compromesso il soft power di cui godevano gli Usa”, afferma Shashi Tharoor, presidente della commissione affari esteri del Parlamento indiano, mettendo in evidenza “tendenze che il mondo non ha mai associato agli Usa – risentimento e xenofobia, ostilità nei confronti degli immigrati e dei profughi, pessimismo ed egoismo”. Agli occhi del mondo, “il timore ha sconfitto la speranza e ha prevalso nella politica americana”, lamenta Tharoor. E agli occhi del mondo, “l’America non sarà più la stessa”.

Traduzione di Simona Polverino
 Copyright: Project Syndicate, 2016.
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