Commenti

Dopo l’inaugurazione, alla «buona Scuola» serve la…

lettere

Dopo l’inaugurazione, alla «buona Scuola» serve la manutenzione

Gentile Galimberti,
da due anni è in vigore la riforma della scuola del governo Renzi, verso la quale Il Sole 24 Ore ha espresso apprezzamento. Ebbene, il mio punto di vista, per quello che vale, è diverso. Da insegnante con più di 30 anni di lavoro alle spalle e da madre di una ragazza che frequenta le superiori, prendo atto di come i primi frutti velenosi della Buona scuola siano già maturati. I punti da toccare sono tanti ma mi limito a due: il merito e l’alternanza scuola-lavoro.

Nel liceo dove lavoro ho notato un azzeramento di tutta quella rete di relazioni spontanee costruita negli anni, sostituita dal protagonismo dei più esuberanti o competitivi, con la radicalizzazione di frustrazioni e tensioni. Dato che il merito, in termini di monetizzazione, non è per tutti, chi ha potuto si è infilato nelle commissioni che contano, gli altri sono rimasti fuori.

Dalla mia esperienza di docente di lettere ho constatato che, tra correzioni di migliaia di compiti all’anno (in media 1.300, mai a crocette!), preparazione delle lezioni, attenzione alle situazioni sempre più frequenti di alunni non italofoni o con particolarità di varia natura, di tempo per fare altro (commissioni, progetti...) non me ne resta, se la notte voglio dormire, se voglio aggiornarmi, leggere qualche libro e se voglio mantenere quella serenità che il mio lavoro richiede. Dal momento che non credo a Superman e neanche a Superteacher, inviterei tutti a una riflessione sul concetto di merito.

Ma il punto più ripugnante, a mio avviso, della Buona scuola è l’alternanza scuola-lavoro. Le scuole hanno abdicato alla loro funzione, si sono improvvisate agenzie di collocamento e per piazzare le migliaia di alunni si stanno spendendo energie degne di miglior causa per contattare enti e aziende, fino a implorare il bar di quartiere e i genitori titolari di attività varie affinché accolgano per qualche ora il proprio figlio e i compagni. Gli alunni vanno a rotazione per due o tre settimane a fare il teatrino del lavoro e quando tornano devono rimettersi in pari con il programma, in altre si interrompe l’attività didattica per tutti... I nostri figli lavoreranno (malpagati ed eternamente precari ) fino a 80 anni, ce l’hanno detto chiaro e tondo, e non ci ribelliamo in massa a questo esproprio di tempo libero o di diritto allo studio?

Le ore che la legge impone sono un’enormità, le scuole si devono inventare soluzioni disparate e disperate da far figurare come alternanza scuola-lavoro, e quindi vanno bene corsi teorici (basta che nel nome ci sia la parola «lavoro») tenuti in classe da qualche esperto, il riordino della biblioteca scolastica, una traduzione, un articoletto da mandare a un giornale, l’orientamento ai ragazzi delle medie e chi più ne ha più ne metta. Un delirio. Ci stiamo rendendo complici di una colossale mistificazione, di più, una farsa immorale che coinvolge, purtroppo, anche gli studenti.

Ora risponderà il/la referente dell’alternanza scuola lavoro di qualche istituto e tesserà le lodi della loro esperienza; per quanto mi riguarda, dalle conversazioni con decine di amici e colleghi di varie parti d’Italia ho ricavato un unanime sconforto.

Lettera firmata


Cara lettrice, non sono un esperto di scuola ma provo a risponderle lo stesso. In linea di principio, premiare il merito e introdurre esperienze di lavoro nel curriculum scolastico, non sono cattive idee. Ma, come si sa, e come diceva Leo Longanesi, «gli italiani preferiscono l’inaugurazione alla manutenzione». Cioè a dire, introdurre dei buoni principi è bene, ma poi bisogna saperli applicare.

Per quanto riguarda il merito, è difficile definire criteri oggettivi: molto dipende dalle condizioni di partenza di una classe, e l’oggettività è possibile solo in casi ben specificati. Più che premiare il merito, avrei preferito punire il demerito. Ci sono casi di insegnanti fannulloni o incapaci che vengono lasciati lì per quieto vivere.

Per l’alternanza scuola-lavoro, non c’è dubbio che, se ben fatta (come in Germania) è cosa buona. Ma ha senso se, sempre come in Germania, è riservata alle scuole di indirizzo tecnico. Là il sistema funziona bene, e non è l’ultima ragione per cui la disoccupazione giovanile è vicina al 40% in Italia e solo del 7% in Germania. Speriamo che, dopo l’inaugurazione, venga la stagione di una (buona) manutenzione.

fabrizio@bigpond.net.au

© Riproduzione riservata