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Questo non è (ancora) un tapering

L’EDITORIALE

Questo non è (ancora) un tapering

A prima vista, può sembrare una questione semantica. Alla fine, forse è soprattutto una questione politica.

Per il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, la decisione di estendere gli acquisti di titoli, il Qe, per nove mesi dal marzo prossimo, ma per importi mensili ridotti di 60, invece che di 80 miliardi di euro, non è un “tapering”. Questo è dato dalla riduzione graduale fino allo zero e non è questo che è stato deciso. Anzi, ha detto Draghi, la questione non era neppure sul tavolo della discussione. In effetti, quando il tapering venne introdotto per la prima volta dall’allora presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, venne applicato appunto abbassando progressivamente gli importi degli acquisti. E provocò violenti scossoni di mercato (il “taper tantrum”) che Draghi è stato ben attento a cercare di evitare con la sua comunicazione in conferenza stampa.

La Bce ha fatto una scelta diversa dalla Fed. Taglia l’ammontare mensile, ma non riduce, anzi aumenta, il totale da acquistare: 60 miliardi per nove mesi fa 540 miliardi, più dei 480 miliardi che avrebbe assommato con 80 miliardi per sei mesi che i mercati si aspettavano. «La Bce – afferma Elga Bartsch, di Morgan Stanley – pensa più in termini di consistenze (stock), di dimensioni del proprio bilancio, che di flussi». E sarà presente, ricorda Draghi, ancora molto a lungo sul mercato contribuendo a tenere bassi i rendimenti. Per di più, secondo Francesco Garzarelli, di Goldman Sachs, con il reinvestimento dei titoli già acquistati che verranno a scadenza, anche nel 2018, quando ci si aspetta che la Bce cominci veramente il tapering, le banche centrali dell’eurozona continueranno a essere sui mercati obbligazionari.

Inoltre, si tiene completa flessibilità di tornare ad acquistare più titoli se le cose dovessero peggiorare (l’ipotesi che invece possano migliorare più rapidamente del previsto Draghi non se la pone neanche, ha riconosciuto ieri).

Non tutti sono convinti. Per Joerg Kraemer, il capo economista di Commerzbank, la riduzione annunciata ieri è «l’inizio della fine del Qe». La Bce ha dato un segnale e questo spiega il comportamento del mercato dei bond dopo l’annuncio, anche se temperato dalle parole di Draghi.

Secondo Marco Valli, di Unicredit, che definisce la decisione «problematica», con l’inflazione che non riparte (anzi la Bce ha tagliato le sue previsioni per l’inflazione di base) e che non arriverà all’obiettivo, per ammissione dello stesso Draghi, nemmeno nel 2019, il consiglio avrebbe dovuto semmai far di più, non di meno.

È qui che entra in gioco la politica. Anche se le mosse di ieri sono state approvate «con un consenso molto ampio», il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha fatto subito sapere di aver votato contro. Nonostante la riduzione dell’importo mensile del Qe e anche l’apertura agli acquisti di titoli con vita residua fra un anno e due anni (che rende più ripida la curva dei rendimenti, venendo incontro ai desiderata delle banche) siano in fondo una concessione al campo dei cosiddetti “falchi”. Le cui critiche alla Bce, dentro il consiglio, ma soprattutto fuori, da parte dei politici e dei media, sono destinate ad aumentare di volume nel 2017, in un anno elettorale in Germania e Olanda, i due Paesi in prima linea nell’opposizione alla Bce. Non a caso il quotidiano conservatore “Frankfurter Allgemeine Zeitung” ha addirittura rispolverato già ieri le accuse rivolte a Draghi dal ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, nella primavera scorsa, di favorire con le sue scelte l’euroscetticismo e il consenso di partiti come AfD.

«La mancanza di una coesione politica più forte nell’eurozona – sostiene Lena Komileva, di G+ Economics – impone stretti limiti politici all’abilità della Bce di estendere il Qe oltre il 2017. Perciò il rischio di eventi politici europei filtrerà in modo più significativo sulle decisioni dell’eurozona di quanto i mercati si aspettino attualmente, con il risultato di spread più ampi sul mercato dei titoli di Stato dei Paesi periferici e di volatilità più alta». Quando Draghi parla di grande incertezza, derivante soprattutto dalla politica, come ha ripetuto ieri, non parla a caso. Portandosi a fine 2017, supera almeno la boa delle molte tornate elettorali dell’anno prossimo. A quel punto, si riparlerà di tapering.

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