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Una Cop per discutere di sviluppo sostenibile

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Una Cop per discutere di sviluppo sostenibile

È acquisito che già oggi - e ancor più nei prossimi decenni - la crescita dei consumi energetici e la realizzazione di nuovi impianti avverrà soprattutto nei grandi Paesi in crescita, a cominciare da Cina e India (ma non va trascurato il Sud Est Asiatico, il Sud America e va auspicato uno sviluppo energetico del continente africano come fattore per uscire dal sottosviluppo).
Molti sostengono che l'Europa debba “a qualunque costo” ridurre le proprie emissioni di CO2. L'illogicità è nella connotazione “a qualunque costo” tenuto conto che:
l'impronta energetico ambientale dell'Europa non è particolarmente alta, anzi;
in Europa sono diffuse situazioni di sovracapacità produttiva, quindi non è necessario realizzare nuovi impianti, anzi stanno fermi anche impianti di elevata efficienza come turbogas e ciclo combinato;
si applica al settore la legge dei rendimenti marginali decrescenti (è più costoso e impegnativo ottenere ulteriori benefici su efficienza e impatto ambientale se il livello di partenza è già buono)
la Ue pesa circa il 10 % nelle emissioni di CO2 e, se si lancia in un programma “lacrime e sangue” di riduzione pari al 15 % dei valori attuali, a fine periodo (immaginiamo al 2040, tanto per fissare una data) avrà dato al contenimento del totale delle emissioni un contributo pari a circa l'1,5 %. Anche meno, visto che le emissioni, inevitabilmente, a quella data, saranno salite rispetto a ora. La retorica del dare un segnale e del fare la propria parte appare inefficace e inefficiente. E rischiosa, perché penalizzante oltre misura nella competitività sia di importanti comparti sia trasversale, per effetto degli elevati costi dell'elettricità sostenuti dal sistema produttivo;
un approfondimento a parte dovrebbe essere dedicato ai meccanismi di attuazione delle policy Ue; un esempio dei limiti di questi meccanismi sta nella ripartizione tra Paesi degli impegni Ue e nell'enforcement di strumenti quali gli Ets per non parlare, a livello internazionale, delle interminabili discussioni sulla carbon tax.
È evidente la convenienza di realizzare gli interventi delineati nel paragrafo precedente in quei Paesi dove l'esigenza di efficienza è più marcata, dove si manifesta la domanda di nuovi impianti e infrastrutture e dove i rendimenti economici sono più soddisfacenti. Meccanismi di collaborazione tra Paesi in crescita e Paesi industrializzati erano stati previsti nelle fasi di negoziazione e in parte nei testi finali degli accordi via via sottoscritti ma l'entità della loro applicazione è stata modesta.
Un principio di riferimento potrebbe essere che i sovra costi associati all'impiego delle best available technologies sia sostenuto dai Paesi industrializzati, con meccanismi da definire, per esempio in forma di prestiti a lungo termine e basso tasso di interesse. Si potrebbe anche far ricorso a un meccanismo di project financing ad hoc per i costi aggiuntivi che preveda la cessione ai Paesi finanziatori di una quota delle tariffe per l'elettricità prodotta dai nuovi impianti. Potrebbe essere delineata una sorta di Piano Marshall con benefici quali una responsabilità condivisa tra Paesi in crescita e industrializzati e, per questi ultimi, una rinnovata stagione di commesse per imprese dell'elettromeccanica e della green economy che stanno fronteggiando una crisi di domanda. Un ruolo potrebbero giocarlo anche le grandi imprese del mondo idrocarburi, che hanno già dato segnali di disponibilità e le grandi utility come l'Enel, già significativamente internazionalizzate. Spunti interessanti potrebbero essere colti dal ricorso ad accordi del tipo usato dai cinesi in Africa.
Un approccio di questo tipo richiede una diversa modalità operativa di alcune importanti Agenzie internazionali e soprattutto più coordinamento e integrazione a livello di policy e di gestione di singoli progetti. In sede di COP21, è stata menzionata l'ipotesi di coinvolgere la Wto nella gestione del fantomatico fondo da 100 miliardi di dollari.
Ottima idea. Ma per raggiungere il livello di investimento necessario, dovranno essere coinvolti organismi quali l'Fmi e la Banca Mondiale e anche la Banca europea degli investimenti.
Un'osservazione conclusiva. Si sta diffondendo la consapevolezza che le crisi politiche con risvolti bellici, le difficoltà economiche e sociali, le migrazioni e il terrorismo sono fenomeni inestricabilmente connessi che non ha senso affrontare singolarmente. Bisogna riconoscere che con il Migration compact il governo italiano ha disegnato un percorso che merita di essere approfondito. La sua udienza in ambito europeo è una parabola, partita con le critiche, passata per una effimera condivisione e relegata in un colpevole oblio.
Eppure è l'unica proposta degna di nota in un contesto di improvvidenza desolante di fronte a tragedie che proseguono e non accennano ad attenuarsi. Tante parole sulle potenziali future drammatiche conseguenze dei cambiamenti climatici (e pochi fatti). Sulle migrazioni con il loro carico di conseguenze immediate e prospettive, son finite pure le parole e i fatti restano pochi anzi pochissimi. Lo sviluppo del binomio disponibilità di energia e protezione dell'ambiente potrebbe dare invece luogo a risultati concreti sul fronte della risposta ai cambiamenti climatici e non solo. A quando una COP sul Piano Marshall degli anni 2000 che affronti il dramma dello sviluppo sostenibile nei suoi risvolti ambientali economici e sociali con lo stesso risalto mediatico e lo stesso parterre de rois che ha avuto a Parigi la COP21? (Speriamo, però, con esiti meno vaghi e inconcludenti).

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