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La Milano di Marotta e la passione di Sara

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La Milano di Marotta e la passione di Sara

La Galleria di Milano (Contrasto)
La Galleria di Milano (Contrasto)

Gentile direttore Napoletano,
mi rivolgo a lei nella timida presunzione che i miei diciannove anni e la passione nei confronti di un universo passato mi riservano. Mi imbatto con una distanza di quasi dodici mesi in un suo articolo riguardante la libreria Bocca di Milano. Ritengo che la causa del mio interesse sia in buona parte dovuta al fatto che a breve dovrò sostenere un esame di letteratura italiana del ’900 con particolare riferimento all’opera di Giuseppe Marotta «A Milano non fa freddo». Nel timore di essere banale o apparire inconsistente tenevo a ringraziarla per gli spunti tematici e le conferme che le sue parole sono state in grado di offrirmi. Nella convinzione della necessità di mantenere vivo il ricordo di scrittori quali Marotta, della loro docile direzione verso il lato umano di attimi apparentemente insignificanti, le porgo i miei più distinti saluti e colgo l’occasione per augurarle buone feste.

Sara Rainoldi

Questa lettera è arrivata alle 23 e 43 del giorno di Natale e mi ha colpito perché “la passione nei confronti di un universo passato” di una ragazza di 19 anni mi riempie di gioia e mi fa sperare per il futuro. Se poi la passione riguarda il vecchio, caro Marotta e la “sua casa in Galleria”, l’uomo che ha amato Milano e non ha mai “lasciato” Napoli, la magia della libreria Bocca dove antico e moderno stanno insieme e raccontano la bellezza cosmopolita di Milano, l’emozione diventa curiosità. Ho cercato Sara Rainoldi e ho scoperto che è al primo anno di Mediazione linguistica e culturale alla Statale di Milano, vive con la madre e la sorella in zona Loreto da poco più di cinque anni: «Siamo venuti qui da Senago, nell’hinterland milanese, e all’inizio tutto ci è apparso abbastanza nuovo e grande; io mi sono sentita un po’ “immigrata”, proprio come Marotta, e con la sua stessa volontà di fare mia questa città».

Domando: «Che cosa le è piaciuto di più dello scrittore napoletano?». Prende fiato un attimo e butta lì: «Mi ha conquistato perché punta sugli aspetti più piccoli che a molti potrebbero apparire irrisori e invece è da lì che capisci uomini e cose, percepisci quanto gli piace Milano e quanto ci sta bene, dal suo racconto afferri lo stile e la lingua di questa città. A volte il ritratto può sembrare favolistico, ma in realtà è solo un modo di guardare e raccontare i personaggi con uno spirito positivo, alla fine riescono quasi sempre a cavarsela». A Milano non fa freddo , appunto, ma anche Mal di Galleria e Le milanesi , perché don Peppino racconta una milanesità nascosta, fatta di donne trafelate e di uomini che si “arrangiano” negli anni della ricostruzione, ma perseguono il “riscatto del lavoro”, sentono l’aria del miracolo economico in arrivo. A Milano non fa freddo perché c’è il “sole dei caloriferi” e si tocca con mano una carica di umanità che passa da un personaggio all’altro di una piccola borghesia raccontata sempre con amore, anche quando si trova in difficoltà. Questa Milano è quella che “ha accolto” Marotta uscito dalla povertà e offre a lui e agli altri come lui una possibilità concreta di realizzazione, ma è anche una comunità che tiene insieme le debolezze e le infelicità, aiuta a riconoscersi e, quindi, allevia la sofferenza perché è comunità nel bene e nel male. Chiedo a Sara qual è il passo di A Milano non fa freddo che le è piaciuto di più. Cita il capitolo L’acqua e questo passaggio: «Acqua, acqua del Parco: qui ci accorgiamo di volerci bene perché uno stesso bisogno e una stessa speranza ci hanno raccolti in questa radura: come il senso della forza deriva al soldato dal sentirsi accanto altri fucili e altri passi pesanti, così l’amore nasce dal riconoscersi egualmente deboli e infelici».

È bello scoprire che, alla Statale a Milano, studiano la letteratura italiana del Novecento partendo da Giuseppe Marotta, ingiustamente liquidato da molta critica come uno scrittore di impronta popolare se non “macchiettistica”, per raccontare non Napoli ma Milano. È bellissimo che una ragazza di 19 anni, che ama Milano con la stessa passione di Marotta, abbia così tanta voglia di conoscere il passato e di farne rivivere il ricordo. A ben pensarci, la malattia più grave dei nostri giorni è quella di essere immersi in un presente che logora tutto e tutti perché tutto, o quasi, finisce stritolato in un “pentolone” rumoroso di risse da talk show, scambi frenetici di post e di tweet dove si mescolano intuizioni, segnalazioni e riflessioni sensate con maleducazione, qualunquismo, frustrazioni e peggio ancora. C’è sempre qualcuno che, prima o poi, ti supererà in questa agorà permanente che esalta personalismi, successi e arrabbiature del momento, ma inevitabilmente consuma valori e credibilità. Senza memoria non c’è futuro e, per avere la prima e costruire il secondo, bisogna conoscere in profondità la nostra storia, capire chi siamo e da dove veniamo, intraprendere un cammino condiviso di lungo corso, fuori da populismi o giacobinismi. Il futuro si costruisce con la solidità della memoria e l’intelligenza di aggirare le trappole di un presente litigioso e inconcludente.

roberto.napoletano@ilsole24ore.com

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