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«Gm-Fca dovrebbe piacere a Trump»

L'Analisi|AUTO

«Gm-Fca dovrebbe piacere a Trump»

Il teatrino della politica via Twitter è arrivato ieri a Detroit, dove Sergio Marchionne ha ricevuto in piena conferenza stampa i complimenti di Donald Trump per la decisione di investire un miliardo di dollari negli Usa. Il “Finalmente!” del tweet di Trump appare quasi grottesco, dopo che i tre big di Detroit (e non solo loro) hanno comunque investito negli Usa miliardi di dollari dopo la crisi del 2008/2009. Ma si sa, ai politici piace intestarsi le notizie positive ed ecco che tutti i costruttori, non solo i tre big di Detroit ma anche Toyota (con 10 miliardi in 5 anni), corrono ad offrirle in dono al presidente eletto, un po' come i Re magi a Gesù bambino. Marchionne ha premesso, come hanno fatto molti suoi colleghi, che è presto per giudicare le politiche commerciali della futura amministrazione Usa e ha aggiunto che Trump non ha bisogno dei suoi consigli per capire come funziona l’economia. I tweet del neopresidente parlano però il linguaggio della politica; la riconciliazione dei due piani costa in questi giorni parecchi sforzi ai manager di tutte le case automobilistiche, americane e straniere.

Domenica, alla vigilia del Salone, Fiat Chrysler ha annunciato un investimento da 1 miliardo di dollari per la produzione di tre nuovi modelli Jeep negli Usa: la produzione delle Jeep Wagoneer e Grand Wagoneer e di un nuovo pick up (furgone scoperto) a marchio Jeep negli stabilimenti di Warren (Michigan) e Toledo (Ohio) vedrà la creazione di 2mila nuovi posti di lavoro. Trump ha twittato ieri “Finalmente! Fiat Chrysler investe 1 miliardo di dollari in Michigan e Ohio, creando 2mila posti di lavoro”; il manager Fca ha ringraziato a sua volta il presidente e afferma che la decisione di investire è “un atto dovuto al paese”. Marchionne ha però negato che l’annuncio sia legato alle recenti polemiche di Trump sullo spostamento di produzioni dagli Usa verso il Messico, nonostante la nota di Fca di domenica specifichi che «l’investimento a Warren permetterà alla fabbrica di produrre il furgone scoperto Ram Heavy Duty, attualmente prodotto in Messico». Il manager ha ricordato come gli investimenti in oggetto «siano già stati oggetto di lunghe discussioni e accordi con il sindacato americano Uaw». Quanto alla Jeep Compass prodotta in Messico, «l’investimento è stato deciso nel 2014 e la vettura è entrata in produzione; non c'è quindi possibilità di cambiare i piani».

In termini generali, Marchionne ha detto che è presto per giudicare la possibile politica commerciale della nuova Amministrazione Usa: «Dopo otto anni di Obama, ci adatteremo a Trump». Marchionne ha ricordato che l’accordo Nafta riguarda sia il Messico che il Canada, dove Fca ha due stabilimenti ed è in primo produttore Usa: «Le implicazioni per noi di una eventuale modifica al Nafta sono piuttosto ampie». «Una cosa non possiamo fare: non possiamo comunque produrre in perdita, e non vogliamo riprodurre le condizioni che nel 2009 portarono alla bancarotta di Gm e Chrysler».

La strategia delle allocazioni produttive fra i vari stabilimenti è chiara secondo Marchionne: «Abbiamo sempre collocato la produzione nel mercato in grado di assorbire almeno il 50% di ciascun prodotto». Il manager ribadisce la produzione a Toluca, in Messico, della Jeep Compass sia per il mercato Usa che per l'Europa. Da questo punto di vista, insomma, Marchionne rivendica una coerenza di scelte e avverte: «Se cominciamo a mettere barriere allo scambio di merci, ciò potrebbe impattare anche sullo sviluppo degli stabilimenti Usa, come quello di Jefferson North o di Warren». E ha concluso: «Trump capisce i discorsi economici, non voglio parlare per lui. Non ha bisogno del mio aiuto per interpretare le conseguenze negative di alcune mosse».

Il tema caldo del protezionismo di Trump ha «rubato la scena» qui a Detroit alle auto, o meglio alla loro assenza: Fiat Chrysler, per esempio, non presenta novità significative e ha riservato al Ces di Las Vegas il concept elettrico Portal. Marchionne ha detto che al momento del suo addio al gruppo lascerà i cassetti pieni di progetti, e ha citato le tre future Jeep oggetto dell’investimento da 1 miliardo. È chiaro da tempo, del resto, che Jeep è la vera punta di diamante del gruppo. Parlando di progetti, è meno probabile che veda la luce l’Alfa Romeo Giulia station wagon, uno dei modelli compresi nel megapiano Alfa ma che potrebbe essere sacrificato a nuovi Suv (peraltro già compresi anch’essi nei piani). Il boom di Suv e pick up ha messo alle corde qui negli Usa anche le vendite del marchio Fiat, con la 500 e i suoi derivati; il marchio “rimarrà, in maniera molto limitata: verrà appoggiata all’Alfa Romeo, che è più importante» ha detto Marchionne.

Marchionne ha confermato ieri che il suo compito è di portare a compimento il piano 2014-2018: «mi sono rimasti 8 trimestri, alle spalle ne ho già 44... spero che il bilancio 2018 sarà l’ultimo che firmerò». Gli obiettivi finanziari sono riconfermati: «9 miliardi di utile operativo, 5 miliardi di utile netto e 5 miliardi di cassa a fine anno». Anche il balzo del titolo (+60% negli ultimi 2 mesi) si spiega con «la coscienza che forse gli obiettivi per il 2018 potrebbero non essere così campati in aria»; «abbiamo già fatto le simulazioni di quello che succederebbe in caso di recessione - ha aggiunto il manager - : se avremo raggiunto i livelli di cassa cui puntiamo, la solidità è assicurata». Non è escluso che il gruppo possa pagare un dividendo già per l'anno 2017: «Dipenderà da come finirà quest’anno».

Per quanto riguarda il discorso dell’eventuale fusione con General Motors, fusione che resta l’opzione preferita da Marchionne, il manager ha ribadito che le ragioni esposte l'anno scorso restano perfettamente valide e si riferiscono allo spreco di investimenti in atto. «Se guardiamo quanto tutti stiamo spendendo inutilmente, la somma è... quasi oscena».

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