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A 10 anni dalla crisi il mondo è ripartito, l’Italia resta in…

l’INCHIESTa del sole

A 10 anni dalla crisi il mondo è ripartito, l’Italia resta in affanno

2008 e 2017. I dieci anni della grande crisi. Il mondo si è mosso. Alla velocità della luce e, con l'energia esplosiva delle nuove fasi storiche, in direzioni identiche e diverse rispetto al passato. L'Italia non è rimasta ferma, ma...

L’Italia non è rimasta ferma. Ma ha proceduto con la lentezza esasperante e il passo non lineare di uno strano animale che è insieme gazzella e bradipo.

Tutto è cambiato. Molto è da capire. Le cartine del nuovo mondo sono un susseguirsi di “hic sunt leones”, i territori inesplorati indicati dalle mappe del tardo Medioevo. Di sicuro “gli altri” – chiunque essi siano, nelle pieghe insieme rilucenti e oscure della nuova modernità ipertecnologica e vagamente barbarica - corrono. Magari finiscono fuori strada per l’eccessiva velocità o si schiantano con dinamiche economiche alla fine distruttive. Ma vanno veloci. Di sicuro “noi” – qualunque cosa siamo diventati, con le nostre originalità storiche e la nostra crescente marginalizzazione – al massimo camminiamo.

Le sequenze storiche del Pil nelle elaborazioni del Fondo Monetario Internazionale sono più che eloquenti. Il Pil americano, dopo il calo del 2,8% del 2009, è salito del 2,5% nel 2010 per poi riassestarsi, negli anni successivi, in un range compreso fra l’1,6% e il 2,4 per cento. Una crescita non residuale, che in qualche misura ha consentito di assorbire gli eccessi incestuosi della finanza sull’economia della Wall Street dei subprime e dei derivati e di provare a ricostruire una base industriale in un Paese assai terziarizzato.

“L’Italia non è rimasta ferma. Ma ha proceduto con la lentezza esasperante e il passo non lineare di uno strano animale che è insieme gazzella e bradipo”

 

Back to manufacturing
Una ricomposizione dell’ossatura manifatturiera che, dalla versione soft del “back to manufacturing” di Obama, è passata adesso alla versione hard e neoprotezionista del “make America great again” di Donald Trump, che con metodi “energici” ha persuaso l’industria dell’auto americana a incrementare la produzione (e l’occupazione) negli Stati Uniti. Quest’anno, secondo il Fondo Monetario Internazionale, anche in virtù del nuovo ciclo di investimenti prospettati da Trump e degli effetti positivi della discontinuità delle politiche della Federal Reserve, il Pil americano dovrebbe salire del 2,2 per cento.

Il Giappone, dopo il crollo del 5,5% del 2009 e il rimbalzo del 4,7% nel 2010, ha cronicizzato il morbo della bassa crescita. Per il Fondo Monetario Internazionale, quest’anno il Pil giapponese dovrebbe essere pari allo 0,6 per cento. Questa isola paradossale, insieme radicalmente distinta e profondamente interconnessa con il resto del capitalismo internazionale, ha provato a curare il suo virus con il doping dei tassi zero, per contrastare la malattia della deflazione, che oggi incombe anche sull’Italia. L’area euro è il grande malato che, forse, sta per alzarsi dal letto. Il problema è che, pirandellianamente, ci sono una, nessuna e centomila area euro. Sotto il profilo meramente statistico, dopo la flessione del 4,5% del 2009, l’area euro è tornata a una crescita misurata ma non irrilevante (1,7% nel 2016 e 1,5% nel 2017), ponderazione di comportamenti assai dissimili, sia nel primo periodo della recessione sia in questa ultima parte del decennio nero.

Italia vs Germania
Per esempio, nel 2009 la Germania e l’Italia hanno perso rispettivamente il 5,6% e il 5,5% del Pil. Ma, già nel 2010, hanno recuperato la prima il 4% e la seconda l’1,7 per cento. Due cose ben diverse. E, poi, hanno accentuato la divergenza, intonando l’una un canto wagneriano e l’altra un fischiettare da cameriere di bar di provincia: nel 2014 la Germania è cresciuta dell’1,6% e l’Italia è scesa dello 0,3%, nel 2015 sono rispettivamente salite dell’1,5% e dello 0,8% e, nel 2016, dell’1,7% e dello 0,8 per cento. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2017, la Germania dovrebbe crescere dell’1,4% e l’Italia dello 0,9 per cento.

Il nostro è, dunque, un passo più lento rispetto al resto del mondo e ai principali Paesi con cui ci confrontiamo. Un passo il cui ritmo ondulato e non uniforme è dato dalle nostre mille contraddizioni sociali e economiche, industriali e antropologiche. A dieci anni dall’inizio della grande crisi, l’economia internazionale sta sperimentando una serie di fenomeni radicali e strutturali. L’indebolimento della globalizzazione e il ritorno del protezionismo. L’allentamento del libero commercio e il ritorno del primato della politica sull’impresa, dimostrato dall’interventismo strategico di Trump.

L’addensarsi di gigantesche masse di debito pubblico e la loro maggiore o minore compatibilità con gli investimenti statali. La religione laica del controllo dell’inflazione (con la forza centrifuga dell’andamento divergente in medesime aree monetarie, rappresentato dall’Italia in deflazione e dal riaffacciarsi di una lieve dinamica positiva dei prezzi in Germania) e la riqualificazione dei sistemi industriali occidentali, che può essere compiuta – almeno in Europa – soltanto con faticosi upgrading organizzativi e tecnologici e non più adoperando la piacevole droga della svalutazione della moneta.

Il dato di mutamento strutturale, che investe l’intero organismo mondiale e che richiama le fratture storiche rilevate in altri periodi da Fernand Braudel, è rappresentato dalla fine dell’epoca aurea dell’ultima globalizzazione: una caduta di percezione che vale sia nel mood delle élite occidentali sia nella pancia dell’oscuro volgo che nome non ha, nello scenario politico di crescente avversione verso i trattati per il libero scambio e nel nuovo profilo della manifattura internazionale che, sulla spinta politica violenta della nuova presidenza americana e in generale dei Paesi avanzati dove i ceti operai si sono assottigliati e impoveriti e dove la classe media sta conoscendo la paura del futuro e la perdita del benessere, potrebbe presto perdere l’equilibrio fissato dalla coesistenza dell’ “assembled” (in Paesi a basso costo del lavoro) e del “designed” (nei Paesi occidentali), il dualismo funzionale su cui si basa per esempio l’ideologia industriale e estetica e il successo commerciale e finanziario di Apple.

Il nuovo corso della storia si annuncia su una realtà che appare straordinariamente internazionalizzata. Mai l’organismo mondiale ha avuto una integrazione dei suoi gangli e una osmosi dei suoi processi così intime e pervasive. E, tutto questo, non è stato stravolto dalla grande crisi del 2008-2017. Prendiamo, adoperando le statistiche della Banca Mondiale, l’indicatore dato dal rapporto fra il commercio internazionale e il Pil, che suggerisce bene il grado di apertura delle economie nazionali e delle grandi aree con cui si misura anche il nostro Paese.

Perché l'Italia cresce meno degli altri paesi

Il peso dell’export
Gli Stati Uniti, che sono essi stessi un continente economico potenzialmente conchiuso e autosufficiente, erano nel 2008 intorno al 30%: la somma delle loro importazioni e delle loro esportazioni valeva un terzo del Pil complessivo da essi sviluppato. E, in questi dieci anni, questa proporzione non è cambiata. Il Giappone, con il suo autismo economico insieme florido e problematico, è rimasto intorno al 35 per cento. L’area euro, composta da economie per loro natura export-oriented, è salita dal 78% del 2008 all’85% del 2015, ultimo anno disponibile. La Germania, che dell’area euro è l’epicentro strategico e che dell’intera architettura manifatturiera continentale è il cuore, è salita dall’80% del 2008 all’85% del 2015. L’Italia, che senza l’export probabilmente sarebbe già saltata per aria e che senza la razionalità economica e culturale imposta dal rapporto con i mercati e le industrie globali sarebbe già sprofondata nei suoi vizi storici e nelle sue pene contemporanee, è passata dal 54% al 57 per cento.

L’uscita dal Novecento
Questa internazionalizzazione, che nei prossimi anni potrebbe vacillare, fa il paio con la conservazione dell’identità manifatturiera, messa in discussione negli ultimi cinquanta anni, ma non minata dalla grande crisi 2008-2017: secondo l’Ocse, fra 2008 e 2017 la quota dell’industria negli Stati Uniti è rimasta stabile intorno al 12,5% del Pil (nel 2000 era il 15,5%); nell’area euro è rimasta intorno al 15% (nel 2000 era il 17,6%). In Germania vale, oggi come nel 2008 e come già nel 2000, fra il 22 e il 23% del Pil. In Italia ha tenuto, calando in questi dieci anni dal 17% al 16 per cento. L’Italia, dunque, si trova in un contesto estremamente complesso. E la complessità ha anche una matrice storica interna alla traiettoria evolutiva del nostro Paese.

Non c’è solo la decade della grande crisi. Ad essa si assomma anche la dolorosa – e non ancora del tutto compiuta – uscita dal Novecento. L’Italia non è più il confine fra Est e Ovest – il capitalismo a maggiore o minore componente privata e il socialismo con timbro più o meno concentrazionario – che ospita il Vaticano e non è più la cerniera abbastanza ben funzionante fra il Nord e il Sud del mondo, con l’antica sapienza andreottiana e morotea che costituiva un elemento della politica internazionale.

Trent’anni fa, alla caduta del comunismo, questa centralità strategica è stata cancellata con un tratto di gommapane dalle cartine della geopolitica. Nello scenario internazionale siamo diventati più piccoli, meno interessanti e meno influenti. Peraltro, sul versante interno, dai primi anni Novanta a oggi la sequenza storica è da togliere il fiato: la fine della grande impresa pubblica e privata e l’ingresso nella disciplina della moneta unica, la metamorfosi del tessuto imprenditoriale e i tentativi di autoriforma e di autorigenerazione della società e della politica. Tentativi vitali ma dolorosi, nella sostanza incompiuti. La transizione è , dunque, ancora in atto. La produttività italiana, partendo dalle statistiche e dalle stime dell’Ocse e di Eurostat e ponendo a 100 l’indice del 2008, ancora quest’anno dovrebbe valere solo e soltanto 100 punti, mentre quest’anno negli Stati Uniti dovrebbe salire a 108 punti, in Giappone e in Francia a 106, in Germania a 105. È vero che la produttività cancella gli sbalzi e allinea le frastagliature di un tessuto imprenditoriale come il nostro, multiforme e variegato, poco definibile e impalpabile della sua prevalenza della piccola e piccolissima dimensione.

Confermato dalla lettura comparata dell’andamento degli investimenti: per l’Italia il calo è del 3% nel 2008, del 10% nel 2009, di mezzo punto nel 2010, del 2% nel 2011, del 9,2% nel 2012, del 6,6% nel 2013 e del 3% nel 2014. La stabilizzazione del 2015 (+1,2%), del 2016 (+1,8%) e del 2017 (stima Ocse dell’1%) non colma la voragine apertasi nella nostra base manifatturiera, soprattutto in un contesto internazionale segnato dal recupero degli investimenti dell’intera area euro (quest’anno e l’anno prossimo a +3%) e degli Stati Uniti (+2,3% nel 2017 e +5,3% nel 2018).

I limiti del mercato interno
Nella sua involuzione evolutiva il tessuto imprenditoriale, che resta la dorsale civile e economica del nostro Paese, nella decade 2008-2017 ha perso il 20% del suo potenziale manifatturiero e ha visto accentuarsi la sua polarizzazione: la stragrande maggioranza delle aziende sopravvive a se stessa e non riesce a uscire dall’asfittico mercato interno, mentre una minoranza composta dal 20% delle imprese sviluppa la quasi totalità dell’export e produce l’80% del valore aggiunto nazionale. Si tratta di un bipolarismo vitale, ma non felice.

Il clima, nelle nuove terre definite dalla grande crisi, è del tutto mutato. Sulle nuove mappe del capitalismo internazionale, la selezione procede inesorabile. Alcuni animali hanno mutato i loro comportamenti. Vanno veloci. Sono aggressivi. Molti, invece, sono scomparsi. Il lento e acciaccato calabrone italiano, che in altre epoche storiche ha dimostrato di sapere volare nonostante le leggi della fisica mettessero in dubbio questa sua capacità, deve adesso confrontarsi con la nuova natura delle cose.

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