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«Sfruttare meglio la tecnologia»

IL FUTURO DELL’INFORMAZIONE

«Sfruttare meglio la tecnologia»

«Fra cento anni potremo trovarci a discutere qui della durata dei tg. I telegiornali non sono destinati a scomparire. Così come non scomparirà la tv generalista». Sono 22 anni che Clemente Mimun dirige telegiornali, prima in Rai e dal 2007 il Tg5. Proprio in questi giorni il tg dell’ammiraglia Mediaset, che agli esordi ebbe Enrico Mentana come direttore, ha compiuto 25 anni. Un quarto di secolo per il Tg della prima televisione commerciale italiana che a quell’epoca – era il 1992 – rappresentò un’innovazione forte in un panorama dominato dai soli Tg Rai. «Il Tg5 ha dato senz’altro un’importanza maggiore alla cronaca e alla comprensibilità del linguaggio. Oggi ha un’impronta più politica, ma i tratti dell’innovazione sono ancora visibili». Al di là delle celebrazioni, per la televisione e per i Tg che ne sono stati il prodotto di punta indiscusso fino a oggi (da domani chissà), si è aperta una sfida fatta di nuovi linguaggi, nuovi attori, nuovi contenuti che spingono i pubblici, soprattutto i più giovani, lontano dalla tv tradizionale e dai palinsesti.

In un quadro del genere chi fa telegiornali sta andando incontro a morte sicura?

Non credo proprio. I telegiornali, parlo soprattutto del mio ma il discorso può essere esteso, hanno un vantaggio: l’immediatezza e l’abitudine consolidata nel pubblico, unita alla capacità – che dobbiamo avere e coltivare di certo ma che c’è – di parlare a tutti i pubblici. Certo, un tempo i palinsesti televisivi si costruivano attorno all’informazione e oggi non è più così. Tra l’altro c’è un aspetto che si considera poco quando si parla di informazione televisiva.

Quale?

La tv continua ad avere un ruolo fondamentale nella formazione dell’opinione pubblica. Ma molta parte di questa opinione pubblica viene fatta nei programmi anziché nei tg. La presenza da Barbara D’Urso come da Giletti è considerata con grande attenzione dai politici in primis. Il rapporto fra informazione e tv oggi non passa più solo attraverso i Tg.

Però è anche vero che la possibilità di informarsi, tempestivamente e selettivamente, il web, molto banalmente, ce l’ha. Come fare a combattere anche contro questo prodotto, senza andare a pescare nelle altre modalità ancora più innovative di offerta on demand?

Questo lo sappiamo bene. Tant’è che Mediaset ha Tgcom 24 che è uno dei siti più visitati in assoluto. Non c’è dubbio che il linguaggio deve seguire i tempi. E quando parlo di linguaggio mi riferisco anche alle possibilità offerte dalla tecnologia che devono essere meglio sfruttate. Un tempo c’era necessità dei cameraman, delle troupe. Oggi ci sono giornalisti che, sui primi network internazionali, non su tv di provincia, con uno zainetto in spalla riescono a fare dirette. Basta un iPhone per collegarsi in diretta con qualsiasi redazione.

Se guardiamo ai dati di ascolto, l’informazione televisiva ha comunque perso. Il vostro stesso tg della sera, ad esempio, nel 2007 aveva il 27,4% di share e nel 2016 il 18,5 contro un 18,1% del 2014 e un 19,3% del 2013. Questi sono dati indicativi.

A quei tempi c’era un panorama informativo diverso, non paragonabile. Non c’erano 600 canali più la pay come oggi. Noi comunque abbiamo mantenuto la nostra quota di mercato e come Tg5 sul target commerciale siamo primi da sempre. A ogni modo, in questi anni di crisi i giornali non hanno risentito di questo trend e dei cambiamenti di consumo?

Vero. Ma per quanto vi riguarda c’entra anche il fatto che i vostri dati di ascolto sono stati in qualche modo colpiti pure dalla decisione presa dai vertici Mediaset di togliere Canale 5, Italia 1 e Rete4 dalla piattaforma Sky?

Personalmente ero e resto contrario. Ma io ragiono ovviamente tenendo in considerazione gli ascolti del telegiornale. Mediaset è una tv commerciale e non un servizio pubblico. Le logiche aziendali quindi possono essere altre rispetto alla mia esclusiva visione sugli ascolti.

Lo scontro fra Vivendi e Mediaset degli ultimi mesi vi preoccupa?

Noi abbiamo un compito editoriale chiaro. E devo dire, in tutta onestà, che non credo che esista un editore migliore del nostro. Da Silvio Berlusconi, Pier Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri abbiamo avuto sempre la possibilità di svolgere il nostro lavoro nella maniera migliore possibile.

Ma siete preoccupati per questo scontro e per il momento che vive Mediaset?

Si può essere più o meno preoccupati personalmente, anche perché la fama che sull’informazione ha il gruppo Vivendi non è delle migliori. Ma mi ripeto: sappiamo quello che dobbiamo fare e siamo messi nelle condizioni di farlo al meglio ogni giorno. Il Tg5 c’è stato, c’è e ci sarà sempre.

Un tempo siete stati sinonimo di innovazione. Oggi non rischiate di essere vecchi come tutti?

Siamo un miracolo. Noi rispetto al passato facciamo molto più prodotto con poco più di 60 giornalisti. E questo anche grazie alla creazione dell’agenzia che oggi abbiamo, grazie al lavoro di Mauro Crippa. Noi ci siamo riorganizzati. Se vediamo quel che sta accadendo in Rai non è poco.

Con web e all news, fruibile attraverso una molteplicità di device, può ancora funzionare un Tg serale di mezz’ora?

Possiamo discutere sull’idea delle troppe edizioni, questo sì. Ma sulla durata delle edizioni principali io credo che non sia neanche abbastanza. Se guardiamo al contenuto andrebbe forse ripensata con più rubriche specializzate, strutturate e ben fatte. Poi bisogna guardare con attenzione alle tecnologie e al futuro. Se, come detto, basta un iPhone per lavorare sarebbe bello, per esempio, avere una tv della notte, dalle 2 alle 6 del mattino con giornalisti in grado di raccontare la vita degli italiani. O rassegne stampa dalle edicole. Sono tutte possibilità di interazione che oggi esistono e che bisogna cavalcare.

Lei è direttore del Tg5 da dieci anni...

Quasi dieci anni.

Ok: dal 2007. Quanto ce ne è ancora?

Nessuno mi manderà via. E questa è la prima considerazione da fare. In questa redazione e in questa azienda c’è un’armonia e un rapporto così bello che potrei dare un contributo e una mano fino alla fine dei miei giorni, anche in posizione non esecutiva. Il momento in cui andrò via da direttore, comunque, dentro di me l’ho già deciso.

Può dirmelo?

Certo che no.

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