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Il lento recupero della giustizia

L'Analisi|Italia

Il lento recupero della giustizia

Alla fine una possibile chiave di lettura la dà un sommesso Roberto Bichi, presidente del tribunale di Milano. E in una giornata dedicata alla presentazione della ricerca sulle performance della giustizia civile condotta da ItaliaDecide (presente con il presidente Luciano Violante) e dal ministero della Giustizia, nell’ambito del progetto di ricerca «L’Italia e il valore della reputazione», con ampia dovizia di dati e informazioni sull’andamento di un fattore cruciale per la capacità attrattiva del Paese, Bichi testimonia con plastica icasticità le condizioni concrete di amministrazione della giustizia.

E lo fa con riferimento a un provvedimento basico come il “classico” decreto ingiuntivo. Dove a Milano, a fronte di una contrazione dei tempi costante negli anni passati, gli ultimi dati segnalano un aumento dei tempi di rilascio. Perché? Per paradosso di un sistema il cui motto identificativo potrebbe essere un “vorrei ma non posso”, a contrassegnare da una parte l’enfasi sulle brillanti sorti e progressive del processo telematico, che, dall’altra però, si scontrano, almeno a Milano (ma non solo) con l’assenza di personale amministrativo competente all’apertura delle buste digitali.

Gli fa eco, su scala nazionale questa volta, il presidente della Corte di cassazione, Giovanni Canzio, che sottolinea come al Palazzaccio sono ferme 3mila sentenze in attesa di pubblicazione perché mancano i cancellieri.

Una lettura che però non vede del tutto d’accordo il ministro della Giustizia Andrea Orlando che, nel suo intervento, mette in luce i segnali confortanti che stanno arrivando in termini di durata e smaltimento dell’arretrato, dovuti, sottolinea il ministro a tre fattori: l’effetto positivo di mediazione e conciliazione, con il ruolo importante assunto dagli avvocati, l’elevata produttività dei magistrati, la digitalizzazione del processo.

Sul peso del fattore risorse, Orlando da una parte rivendica di avere per la prima volta da molto tempo proceduto a un aumento del personale amministrativo, dall’altro ne sminuisce l’incidenza, ricordando che 7 dei peggiori 10 tribunali italiani quanto a risultati è a pieno organico, sia di personale togato sia amministrativo. Inoltre, da Orlando arriva anche una frecciata a chi ha contestato l’aumento, per i magistrati, da 3 a 4 anni di permanenza minima nell’ufficio prima di potere chiedere il trasferimento. «Nel resto della pubblica amministrazione è 5 anni, peraltro», chiosa il ministro.

E Orlando mette nel mirino anche quello che gli appare un altro luogo comune: il costo elevato di accesso alla giustizia, fattore determinante, sostengono i critici nel miglioramento delle performance. «Non è così. Ci sono in Europa Paesi dove il reddito medio è assai più basso del nostro, penso ad esempio all’Est, dove i costi della giustizia sono assai più alti», ha detto il ministro.

Il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, intervenendo subito dopo Orlando, rende evidente un certo dissenso, quando puntualizza che decisioni come quella di abbassare l’età pensionabile dei magistrati a 70 anni, ha avuto come effetto il pensionamento anticipato di più di mille magistrati, scoprendo soprattutto le funzioni apicali. Situazione aggravata poi dall’assenza di quasi un terzo della pianta organica del personale amministrativo. Legnini ha poi annunciato per la prossima settimana la revisione del sistema tabellare di organizzazione degli uffici giudiziari.

Luci e ombre della Cassazione nell’intervento di Canzio. Che ha anticipato alcuni dati rispetto all’inaugurazione dell’anno giudiziario della prossima settimana. I ricorsi complessivi sono 83mila, 50mila dei quali nel penale, dove, per esempio, il fattore prescrizione è pressoché nullo, 677 in tutto nel 2016, e il tasso di annullamento è basso (il 22%), a riprova della stabilità nell’interpretazione delle norme da parte della magistratura. Semmai è discutibile il numero elevato di ricorsi contro condanne patteggiate con il pubblico ministero. Più difficile la situazione del civile, in assenza oltretutto del filtro di ammissibilità, dove dei 30mila ricorsi il 40% riguarda il contenzioso tributario con previsioni di crescita notevolissime nel corso dei prossimi anni, in assenza di interventi.

Tiepido, Francesco Greco, procuratore di Milano, sulla proposta avanzata nell’ambito della ricerca di un’estensione delle competenze del tribunale delle imprese ai reati societari. Meglio, ha sottolineato Greco, pensare a un nuovo intervento sulla geografia giudiziaria, chiudendo i piccoli tribunali, «ha senso l’avvocato di prossimità, non il magistrato», per rafforzare organici e competenze di quelli distrettuali, dove la stessa Procura milanese è peraltro in affanno.

Greco, un po’ celiando, ha ricordato di avere fatto entrare, l’anno scorso, tra i 2 e i 3 miliardi nelle casse dello Stato, per effetto delle misure patrimoniali esito dei procedimenti penali avviati nei confronti di alcune grandi società. Per Greco così, deve essere valorizzata la giustizia negoziata. «Considero un errore non avere previsto – ha concluso – la non punibilità in caso di adesione all’accertamento fiscale. Ma sono stato l’unico a sostenerlo».

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