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«Occupy Washington»: così Goldman Sachs domina il gioco…

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«Occupy Washington»: così Goldman Sachs domina il gioco nella squadra di Trump

Proteste davanti alla sede di Golman Sachs a New York il 17 gennaio (Reuters)
Proteste davanti alla sede di Golman Sachs a New York il 17 gennaio (Reuters)

Peter Nagy è stanco e indolenzito, e ha le labbra screpolate. Ma dopo due notti passate a dormire in un sacco a pelo a pochi metri dalle porte girevoli che danno accesso alla sede centrale della Goldman Sachs, è pronto per un'altra giornata di protesta.

Nagy ha 29 anni e fa parte di un gruppo di circa due dozzine di manifestanti accampati all'angolo sudest del quartier generale della famosa banca d'affari, nella parte bassa di Manhattan. È giovedì mattina: qualcuno agita striscioni con su scritto «Government Sachs» e importuna i dipendenti che entrano nell'edificio; altri indossano maschere da mostro verde per sbeffeggiare la promessa elettorale di Donald Trump di «bonificare la palude».

Tutti sono qui per protestare contro la lunga lista di uomini della Goldman Sachs nominati in ruoli di primo piano nella squadra del presidente eletto. Nagy, un militante attivo nei movimenti per la casa, dice di temere che con il nuovo presidente Wall Street avrà più potere che mai a Washington, in un momento in cui la Goldman vede impennarsi i profitti.

«La finanziarizzazione di questo Paese sta rovinando l'economia, sta distruggendo posti di lavoro e sta concentrando la ricchezza negli strati più alti della nostra società», dice. «Trump parlava della forte influenza della Goldman Sachs e di Wall Street sul Governo e ora è letteralmente la Goldman Sachs che governa».

Era da un po' che il colosso delle banche d'affari non veniva additato come il mostro delle fiabe. Dopo la crisi finanziaria, quando era diventata un simbolo degli eccessi di Wall Street (tenuta in vita dal salvataggio pubblico e poi oggetto di innumerevoli cause legali per presunti atti illeciti), la Goldman si era impegnata a fondo per tenersi lontano dai guai.

Per esempio il presidente e amministratore delegato, Lloyd Blankfein, non si lascia andare più a spropositi come quella volta che disse che faceva «il lavoro di Dio». Ora i toni sono misurati: la Goldman sponsorizza iniziative in favore delle donne e delle piccole imprese e non fa che parlare di impact investing (il sostegno ad attività che non producono solo un ritorno finanziario, ma anche benefici sociali o ambientali dimostrabili).

L'ottobre scorso la banca si è sentita abbastanza sicura di sé da lanciare la nuova iniziativa di prestiti ai consumatori dandole il nome di «Marcus by Goldman Sachs» invece che semplicemente «Marcus», come si era pensato in un primo momento: il brand non era più un marchio di infamia.
Ma la polemica sulle nomine di Trump ha riportato la banca sotto i riflettori in un momento delicato. Da decenni la Goldman è l'istituzione di riferimento dei ricchi e potenti e incentra la sua attività sull'intermediazione in grossi affari e la raccolta di somme di denaro colossali. Nel corso dell'ultimo anno ha cambiato rotta, cominciando a fornire prodotti semplici come prestiti e conti risparmio, nel tentativo di compensare il prosciugamento dei ricavi provocato dalle regole introdotte dopo la crisi.

EFFETTO TRUMP
Andamento del titolo Goldman Sachs e di alcuni indici azionari (100=elezioni presidenziali dell'8 novembre 2016) (Fonte: elaborazione su dati Thomson Reuters Datastream)

In quest'ottica, i danni d'immagine rischiano di fare molto più male. Steven Mnuchin, l'uomo scelto da Trump per il posto di segretario del Tesoro, questa settimana ha cercato di prendere le distanze dalla Goldman Sachs durante una lunga audizione di conferma al Congresso. Mnuchin ha trascorso 17 anni alla Goldman seguendo le orme di suo padre, un leggendario agente di Borsa conosciuto come «il coach». Poi si è reinventato come gestore di hedge fund, finanziatore cinematografico e ultimamente presidente della OneWest Bank di Pasadena. «Mi considero un banchiere regionale, non un uomo della Goldman Sachs», ha detto.

Dalla Goldman dicono di non vedere dove sia il problema se i loro dirigenti se ne vanno a Washington per ricoprire incarichi ministeriali. Se il Governo va a pescare tra i manager del settore privato, ha detto Blankfein al New York Times la scorsa settimana, è perché si tratta di persone che hanno talento e lavorano sodo, e possono permettersi di accettare una decurtazione dello stipendio. Succede spesso che la gente lasci la banca fra i 45 e i 55 anni per impegnarsi in favore della collettività, ha aggiunto: due esempi in questo senso sono Hank Paulson e Robert Rubin, che avevano guidato la Goldman Sachs (nella veste rispettivamente di copresidente e amministratore delegato) prima di prendere il timone del dipartimento del Tesoro.

In un incontro con gli investitori, questa settimana, Harvey Schwarz, il direttore finanziario della banca, ha parlato della partenza di Gary Cohn, ex presidente e direttore operativo, per andare a dirigere il Consiglio economico nazionale della Casa Bianca. Cohn era entrato alla Goldman nel 1990 come venditore di argento ed era diventato socio nel 1994, lo stesso anno di Mnuchin. Se Mnuchin sarà confermato dal Senato, i due incarichi economici più importanti del Paese saranno appannaggio dei due vecchi colleghi della Goldman Sachs.

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«È chiaro che Gary ci mancherà», ha detto Schwartz. «È fantastico che voglia offrire il suo contributo di esperienza al nostro Paese. E c'è una lunga tradizione di alti dirigenti della Goldman Sachs che fanno questo. Siamo tutti molto orgogliosi di quello che ha deciso di fare».

Anche gli analisti sono ottimisti riguardo alla raffica di nominati legati alla Goldman, come cui Stephen Bannon ed Anthony Scaramucci, tutti e due ex banchieri d'affari, e Dina Powell, ex presidente della fondazione di beneficenza della banca. Jay Clayton, nominato a capo della Securities and Exchange Commission, l'organo di controllo dei mercati finanziari, è un avvocato di Wall Street che ha rappresentato la Goldman in occasione dell'iniezione di denaro pubblico nel momento più grave della crisi. Gretchen Butler Clayont, sua moglie, lavora alla Goldman come consulente patrimoniale privata.

Tutto questo dopo che Trump aveva accusato Ted Cruz, il suo rivale per la nomination repubblicana, di essere «al soldo» della Goldman, e aveva contestato Hillary Clinton per i suoi discorsi retribuiti alle banche, tra cui proprio la Goldman.

Devin Ryan, analista della Jmp Securities a New York, dice che il core business della Goldman Sachs probabilmente esce rafforzato da queste nomine, e dalle polemiche che le hanno accompagnate. «Giusto o sbagliato che sia, i clienti, nelle vendite, nel trading o nell'attività di banca d'affari, avranno la percezione che la Goldman ha più potere a Washington», dice. «La pubblicità probabilmente aiuta, marginalmente».

Non che la Goldman abbia bisogno di grandi spinte. In tutto il settore finanziario le banche hanno il vento in poppa. Il cosiddetto Trump trade – la promessa di tasse più basse, tassi di interesse più alti e regolamentazione più lasca – sta spingendo costantemente in alto i corsi azionari dal giorno delle elezioni. Molte delle banche più importanti hanno registrato una flessione del titolo questa settimana, ma i risultati del quarto trimestre hanno confermato che le prospettive sono rosee.

Ad andare forte nel corso del trimestre sono state soprattutto le divisioni delle banche che negoziano obbligazioni, che erano state colpite in modo particolarmente pesante dalle regole introdotte dopo la crisi: ora gli investitori si stanno riposizionando in vista di Trump.
Alla Goldman, i ricavi della divisione obbligazionaria sono saliti di quasi l'80 per cento nell'ultimo trimestre rispetto a un anno prima. I profitti complessivi sono triplicati. Nel corso dell'anno, le retribuzioni sono salite progressivamente in percentuale dei ricavi, segnale che la banca sta allargando i cordoni della borsa per ricompensare i dipendenti più efficienti.

Dei 30 titoli dell'indice Dow Jones Industrial Average, la Goldman è di gran lunga quello che è andato meglio dal giorno dell'elezione, con una crescita del 27 per cento.
«Entriamo nel nuovo anno con livelli di attività piuttosto alti», ha detto Schwartz. «Veniamo da un contesto a bassissimi volumi e bassa volatilità che si è protratto per molti anni. […] Ma lo spostamento delle politiche in tutto il mondo rappresenta uno straordinario catalizzatore per il dialogo con i clienti, l'assunzione di decisioni e i contenuti. Ed è qui che noi, come azienda, vogliamo creare valore».

Viste da qui, anche le prospettive di un allentamento della regolamentazione sembrano incoraggianti. Da anni le banche si lamentano di essere state troppo tartassate dalla legge Dodd-Frank del 2010, che ha imposto limiti all'assunzione di rischio e costretto le istituzioni finanziarie a operare con livelli di capitale e liquidità molto più alti.
Anche se la Dodd-Frank non verrà cancellata del tutto, come piacerebbe a qualche repubblicano duro e puro, alcune disposizioni potrebbero essere rimosse. E, se poi dovessero restare in vigore, migliorerebbe comunque il contesto operativo.

Con il cambio di amministrazione, sottolineano gli analisti, lasceranno il loro posto più di 4mila nomine politiche, che in molti casi hanno poteri di indirizzo e definizione delle politiche all'interno degli organismi di regolamentazione del settore finanziario, e questo probabilmente comporterà cambiamenti concreti nel modo in cui vengono interpretate e applicate le regole esistenti.
Durante l'audizione in Congresso per la conferma, Mnuchin ha detto di essere favorevole alla Volcker rule (il divieto per le banche di investire in Borsa i soldi dei depositi garantiti dallo Stato federale), che le banche contestano giudicandola impraticabile. Ma si è detto anche favorevole a rivedere l'applicazione della norma, notizia che sicuramente avrà portato sollievo ai banchieri, che faticano a raccapezzarsi con la nuova regola.
«La strada verso la deregolamentazione non sarà semplice, ma quella è la direzione», dice Medy Agami, direttore generale dell'Opimas, una società di consulenza di Chicago.

I manifestanti, nel frattempo, dicono di voler continuare. I leader venerdì mattina hanno smontato l'accampamento e progettavano di dirigersi verso l'appartamento di Mnuchin nell'Upper East Side, per poi fare tappa nella vicina Mnuchin Gallery, ancora diretta da Bob, il padre di Steven. La destinazione finale era la Trump Tower, sulla Quinta Avenue.
Qualcuno sta facendo dei paralleli fra la manifestazione di questa settimana e Occupy Wall Street, un movimento contro le banche che partì da un parco a pochi isolati dal quartier generale della Goldman e finì per estendersi a tutto il mondo alla fine del 2011.
«Dobbiamo sollevare il velo che copre gli occhi della gente», dice Charles Khan, un attivista ventottenne.
«Trump ha fatto campagna elettorale dicendo che Hillary Clinton e Ted Cruz erano al soldo della Goldman Sachs», dice. «Ma ora stiamo vedendo chi era davvero al soldo della Goldman Sachs: tutti e tre».

Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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