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Dossier La via trumpiana al capitalismo

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Dossier | N. 53 articoliMappamondo

La via trumpiana al capitalismo

L’insediamento di Donald Trump da 45esimo Presidente degli Stati Uniti viene largamente visto come l’inizio della fine dell’ordine capitalistico post-1945 che dominò a livello globale dalla fine della Guerra Fredda. Ma è possibile che il Trumpismo sia di fatto la fine dell’inizio? La vittoria di Trump potrebbe forse segnare la fine della confusione post-crisi, quando si capì che il modello economico fallito nel 2008 non era più in grado di funzionare, e l’inizio di una nuova fase del capitalismo globale, in vista di un nuovo approccio alla gestione economica?

Come ci insegna la storia, c’è sempre stata la probabilità che il quasi-collasso del sistema finanziario globale del 2008 si riflettesse – a distanza di circa cinque anni – in una serie di problematiche per le istituzioni politiche esistenti e per l’ideologia economica prevalente. Come ho recentemente spiegato – e illustrato dettagliatamente nel mio libro del 2010 intitolato “Capitalism 4.0” – si è trattato della sequenza di eventi che fanno seguito a precedenti crisi sistemiche del capitalismo globale: l’imperialismo liberale seguì alle rivoluzioni del 1840; il pensiero keynesiano seguì alla Grande Depressione degli anni 1930; e il fondamentalismo di mercato Thatcher-Reagan seguì alla Grande Inflazione degli anni 1970. Che il Trumpismo – inteso come risposta differita alla crisi del 2008 – intenda annunciare la nascita di un nuovo regime capitalistico?
Questa domanda può essere suddivisa in tre parti: le politiche economiche di Trump possono funzionare? Il programma economico della sua amministrazione sarà sostenibile a livello politico? E quale impatto potrebbe avere il Trumpismo sul pensiero economico e sui comportamenti nei confronti del capitalismo a livello mondiale?

Revival dell’effetto ’sgocciolamento’
In merito alla prima domanda, alcuni commentatori di Project Syndicate ravvisano motivi di speranza, ma la maggior parte è profondamente pessimista, una posizione raffigurata dal premio Nobel Joseph Stiglitz. «Davvero non si intravedono squarci di luce nell’oscurità che oggi grava sugli Stati Uniti ed il mondo», sostiene. «L’unico modo in cui Trump potrà far quadrare le sue promesse di una spesa maggiore in infrastrutture e difesa con i grandi tagli fiscali e la riduzione del deficit è una forte dose di ciò che una volta si chiamava ’economia voodoo’». Secondo Stiglitz, Trump rappresenta una rievocazione dell’economia ’trickle down’ socialmente regressiva dell’epoca Reagan, ossia di quell’effetto ’sgocciolamento’ secondo cui i benefici concessi ai ceti più abbienti automaticamente ricadono anche sui più poveri, ma con l’aggiunta di altri due ingredienti letali: una guerra commerciale con la Cina e la perdita della copertura sanitaria per milioni di persone.

“Davvero non si intravedono squarci di luce nell’oscurità che oggi grava sugli Stati Uniti ed il mondo”

Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia 

Le ripercussioni politiche, nell’opinione di Stiglitz, saranno disastrose. L’esperienza dimostra che questa storia «dell’effetto ’sgocciolamento’ non finirà bene per gli elettori di Trump arrabbiati e disoccupati della Rust Belt» che cercheranno in modo ancor più aggressivo dei capri espiatori quando si renderanno conto di quanto profondamente Trump abbia disatteso i loro interessi.

Simon Johnson del Mit Sloan e del Peterson Institute for International Economics giunge a una conclusione simile. Le priorità delle politiche economiche di Trump sono riflesse nelle scelte fatte per il suo esecutivo, che rappresenta una drammatica transizione verso una vera e propria «oligarchia: il controllo diretto dello Stato a opera di soggetti con un sostanziale potere economico privato», afferma Johnson. «Trump sembra determinato ad abbattere le imposte sul reddito per gli americani ad alto reddito, nonché a ridurre le tasse sulle plusvalenze (sborsate soprattutto dai più abbienti) e a eliminare quasi del tutto le tasse sulle imprese (ancora una volta a esclusivo vantaggio dei più ricchi)».

Focalizzandosi sulla politica dei piani della nuova amministrazione, Johnson, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, fa notare come Trump sia alla guida di «una colazione di businessmen che credono erroneamente che il protezionismo sia un buon modo per sostenere l’economia» e di «fondamentalisti di mercato» determinati a tagliare le tasse. Per consolidare questa coalizione, i fondamentalisti di mercato abbracciano il protezionismo, giustificando i dazi sulle importazioni proposti da Trump come strumento per ripagare i tagli sulle imposte societarie. Applicare dazi, però, equivale a incrementare le tasse sulle vendite. Il risultato sarà «distogliere l’attenzione dall’orientamento di base della loro politica: l’abbattimento delle tasse per gli oligarchi» sostenuto da una maggiore pressione fiscale «per quasi tutti gli altri – per non parlare delle significative perdite di posti di lavoro ben remunerati» (per effetto del protezionismo).

A differenza di Johnson, Martin Feldstein dell’Università di Harvard, che ha ricoperto il ruolo di presidente del Consiglio dei consulenti economici durante il mandato di Ronald Reagan, accoglie favorevolmente la prospettiva di una riduzione delle aliquote marginali massime. Le politiche del presidente Barack Obama, secondo Feldstein, hanno dato sostegno a un insano «spostamento dell’onere fiscale sui livelli di reddito più alti» dall’epoca Reagan.

Pur essendo favorevole a un ampliamento della base imponibile «in forma neutrale rispetto al livello di gettito fiscale», Feldstein è però scettico rispetto alle promesse avanzate da Trump sull’aumento dei salari, sull’incremento dei posti di lavoro per la ’middle class’ e sul rafforzamento della crescita economica. «L’economia ha essenzialmente raggiunto la piena occupazione, con la percentuale dei senza lavoro attestata in ottobre al 4,9 per cento», fa notare. Il mercato del lavoro in difficoltà a sua volta ha provocato un «incremento dei prezzi al consumo pari 2,2% nel corso dell’ultimo anno, contro l’1,9% dell’anno prima», mentre «i salari degli addetti alla produzione sono aumentati del 2,4%». Stante la crescita reale dei salari e l’aumento dell’inflazione, secondo Feldstein, «non c’è nessuna ragione, in questo momento, di puntare a un aumento della domanda aggregata».

Strane speranze
Come dimostra lo scetticismo di Feldstein, le idee dei commentatori di Project Syndicate sulla ’Trumponomics’ non rientrano esattamente in nessuna linea ideologica. L’economista dello sviluppo e professore di Harvard Dani Rodrik, di certo non un fondamentalista di mercato, ha motivo di sperare nell’opposizione di Trump agli accordi di “libero scambio” carichi di clausole che nulla hanno a che fare con il commercio. A suo avviso, «Adam Smith e David Ricardo si rivolterebbero nella tomba leggendo il testo del Partenariato Trans-pacifico (Tpp)», con le speciali preferenze che offre a specifici settori e interessi acquisiti, e gli altri accordi commerciali più recenti denunciati da Trump. Questi accordi «incorporano norme in materia di proprietà intellettuale, flussi di capitale e tutela degli investimenti che sono state progettate principalmente per generare e conservare i profitti per gli istituti finanziari e le imprese multinazionali a scapito di altri obiettivi politici legittimi».

“Adam Smith e David Ricardo si rivolterebbero nella tomba leggendo il testo del Partenariato Trans-pacifico (Tpp)”

Dani Rodrik, Harvard University 

Pur deplorando la politica demagogica di Trump e le sue «assurde» dichiarazioni su molte delle sue politiche, Rodrik spera che la sua elezione arresti il trend di iper-globalizzazione che si muove più rapidamente di quanto non sia giustificabile a livello economico. «Gli economisti sanno da tempo che i fallimenti del mercato – tra cui la scarsa funzionalità dei mercati del lavoro, le imperfezioni sul mercato del credito, le esternalità della conoscenza o ambientali e i monopoli – possono interferire con l’ottenimento di tali profitti», sostiene Rodrik. Eppure «hanno continuato a minimizzare» la capacità della globalizzazione di «acuire le divisioni all’interno della società, esacerbare i problemi distributivi e minare i patti sociali interni» – tutti esiti che «hanno direttamente colpito le comunità degli Stati Uniti».

L’economista e storico dell’economia Robert Skidelsky, biografo di Keynes, intravede altri elementi positivi nelle idee politiche di Trump – e anche nella sua filosofia economica. «Il protezionismo di Trump riprende l’antica tradizione americana di un’[economia] del manifatturiero fatto di salari alti e molti posti di lavoro che è affondata con la globalizzazione», asserisce Skidelsky, e anche «l’isolazionismo di Trump è un modo populista di dire che gli Usa devono rinunciare agli impegni che non può e non intende onorare».

Il fatto più importante, secondo Skidelsky, è che la proposta di Trump relativa a un «programma da 800-1000 miliardi di dollari di investimenti in infrastrutture», un «massiccio taglio delle imposte sulle imprese» e «la promessa di mantenere i diritti assistenziali» equivale a «una moderna forma di politica fiscale keynesiana». Come tale, il Trumpismo rappresenta una «sfida diretta all’ossessione neoliberale dei deficit e della riduzione del debito, e al continuo ricorrere all’espansione monetaria come unico – e ora esaurito – strumento di gestione della domanda».

Riaprendo il dibattito su tali questioni che prima erano tabù, Skidelsky conclude, «il Trumpismo potrebbe essere una soluzione alla crisi del liberalismo, e non il presagio della sua disintegrazione». Se così fosse, «i liberali non dovrebbero girarsi dall’altra parte indignati e disperati, ma confrontarsi con il positivo potenziale del Trumpismo». Le sue «proposte devono essere esaminate e perfezionate – secondo Skidelsky – e non rigettate come sparate ignoranti e deliranti».

“Le proposte di Trump devono essere esaminate e perfezionate e non rigettate come sparate ignoranti e deliranti”

Robert Skidelsky 

Di parere simile, Kenneth Rogoff mette in guardia contro il rischio che la disapprovazione della politica di Trump possa sopraffare il giudizio economico. Lo stimolo fiscale di Trump e l’enfasi sulla deregolamentazione incentiveranno la domanda nella classica modalità keynesiana e stanno già rendendo felici alcuni imprenditori. Anche se la deregolamentazione non necessariamente «migliorerà il benessere dell’americano medio», e le sue proposte fiscali «avvantaggeranno in modo sproporzionato il ceto abbiente», potrebbero comunque indurre l’economia Usa «a premere sull’acceleratore, almeno per un po’». È per questo che «è saggio ricordare che non bisogna essere dei bravi ragazzi per far funzionare l’economia», conclude Rogoff. «Per molti versi, la Germania ottenne gli stessi risultati dell’America nell’utilizzare lo stimolo per risollevare l’economia dalla Grande Depressione».

Nella mia personale reazione iniziale alla vittoria di Trump, avevo identificato cinque possibili benefici economici che avrebbero potuto in parte controbilanciare gli ovvi rischi di un aumento dei tassi di interesse, delle guerre commerciali, di un dollaro sopravvalutato e dei regressivi effetti distributivi giustamente criticati da Stiglitz, Johnson e Rogoff. I più importanti sono la promessa di un forte stimolo di crescita keynesiano, un allentamento delle tanto zelanti regolamentazioni finanziarie che hanno tagliato fuori dal mercato dei mutui numerose famiglie, e alcune riforme fiscali ben congegnate, soprattutto quelle volte a incoraggiare il rimpatrio dei profitti da parte delle aziende Usa e l’ampliamento della base imponibile.

Nati per perdere
Il successo o il fallimento di Trump come presidente potrebbe dipendere meno dall’evoluzione delle variabili macroeconomiche come crescita, occupazione, salari e aliquote fiscali e più dalle forze socioeconomiche sottostanti che hanno alimentato la sua campagna. Nel considerare tali forze, alcuni commentatori di Project Syndicate si focalizzano sulla disparità tra redditi, mentre altri sottolineano i fattori culturali e demografici. Sono tutti però concordi nel concludere che è improbabile che il Trumpismo, come programma politico, si riveli una soluzione praticabile.

Se la crescente disuguaglianza e la contrazione dei redditi del ceto medio sono state le principali cause della rivolta populista americana, il Trumpismo alla fine non farà che aggravare, e non migliorare, tali ingiustizie. «I salari reali (adeguati all’inflazione) dei livelli più bassi di reddito sono più o meno allo stesso punto di 60 anni fa», fa notare Stiglitz poco prima dell’elezione. «Quindi non è una sorpresa che Trump trovi un’audience ampia e ricettiva quando dice che lo stato dell’economia è marcio».

Eppure, da due generazioni, continua Stiglitz, Democratici e Repubblicani in egual modo insistono che «la liberalizzazione commerciale e finanziaria» – le riforme chiave alla base della globalizzazione – «garantiscono prosperità per tutti». Non sorprende quindi, che gli elettori «il cui tenore di vita è rimasto bloccato o è diminuito» siano giunti alla conclusione che «i leader politici americani o non sapevano di cosa stavano parlando o mentivano (o entrambe le cose)».

Il dilemma su Trump, sostiene Stiglitz, è che se da una parte ha chiaramente fatto leva sulla «rabbia diffusa che deriva da questa perdita di fiducia nel governo», dall’altra le sue politiche non l’attenueranno. «Sicuramente, un’altra dose di economia ’trickle down’ del tipo da lui promesso, con tagli fiscali finalizzati quasi interamente agli americani ricchi e alle imprese, produrrebbe risultati non migliori dell’ultima volta che sono stati sperimentati».

Robert Johnson, presidente dell’Institute for New Economic Thinking, ci spiega perché ci sarà un brusco risveglio per gli elettori di Trump afflitti dalle ampie disparità di ricchezza e potere. Non è stato un caso, osserva Johnson, che durante le primarie del partito, solo Trump e il senatore Bernie Sanders sul fronte democratico «si sono concentrati su ciò che più stava a cuore alla maggior parte degli elettori: un’economia politica in cui i rappresentanti eletti promuovessero apertamente una prosperità su vasta scala che li includesse».

Gli altri candidati, «impossibilitati da un sistema che rende estremamente difficile finanziare una campagna politica credibile senza soddisfare servilmente la fetta più abbiente della società americana», semplicemente non ce l’hanno fatta. «Quel sistema invitava alla ribellione – asserisce Johnson – e Trump e Sanders – tramite auto-finanziamento l’uno e tramite raccolta di fondi popolare l’altro – erano idealmente nella posizione per guidarne una».

Ora Trump «dovrà escogitare dei rimedi per affrontare i problemi sociali, economici e politici da lui ravvisati – continua Johnson – ma per farlo, dovrà lavorare all’interno di quello stesso sistema ’truccato’ contro cui lotta, e dovrà creare politiche che siano realmente fattibili e avranno un effetto positivo sulla vita degli americani». E poiché l’espansione fiscale di Trump «andrà ancora una volta e in modo sproporzionato a vantaggio dei ricchi, senza avere un effetto a cascata sul resto degli americani», la delusione sarà totale.

“Ora Trump dovrà escogitare dei rimedi per affrontare i problemi sociali, economici e politici da lui ravvisati ”

Robert Johnson, presidente dell’Institute for New Economic Thinking 

E se invece la disparità tra redditi non fosse la ragione principale per cui gli ampi segmenti dell’elettorato della ’middle class’ hanno rifiutato la tradizionale politica dei partiti e si sono rivolti a Trump? E se invece, come sostiene Michael Sandel, filosofo politico di Harvard, «le ingiustizie degli elettori riguardassero la considerazione sociale, e non solo i salari e i posti di lavoro?».

Edmund Phelps, anch’esso economista e premio Nobel, cita i dati a sostegno della tesi di Sandel. «Di fatto, dal 1970, i compensi aggregati della manodopera (salari più benefici accessori) sono cresciuti solo a un ritmo leggermente più lento rispetto ai profitti aggregati», fa notare Phelps, mentre «la crescita media dei salari in fondo alla scala dei redditi non ha registrato un rallentamento rispetto alla ’middle class’». Invece, «i compensi orari medi dei lavoratori del settore privato (dipendenti del settore produttivo che non sono supervisori) hanno evidenziato una crescita nettamente più lenta rispetto a quella di chiunque altro». Gli uomini bianchi della ’working class’ con un reddito medio, impiegati nella produzione e che non sono supervisori, hanno subito le maggiori perdite.

Poi ci sono i lavoratori che hanno abbandonato la forza lavoro più rapidamente e che hanno più probabilità di soccombere alle malattie, al suicidio e alla dipendenza dalla droga. «Questi uomini – secondo Phelps – hanno perso l’opportunità di fare un lavoro serio e di sentirsi attivi; e sono stati privati di uno spazio in cui poter prosperare, guadagnandosi la soddisfazione di riuscire in qualcosa e di fare un mestiere appagante».

Si tratta esattamente del gruppo demografico che ha garantito la vittoria di Trump negli Stati industriali quali Iowa, Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Phelps crede che le opportunità economiche dei lavoratori manuali in tali regioni possano essere ripristinate solo se la crescita della produttività sarà incentivata nei settori del manifatturiero «aprendo le porte alla concorrenza, e non solo tagliando le regolamentazioni». Fa notare, però, come sia più probabile che le politiche di Trump sul protezionismo commerciale, il “bullismo” politico messo in atto per preservare gli attuali livelli di occupazione e le agevolazioni fiscali destinate alle grandi imprese soffochino l’innovazione invece di promuoverla.

L’economista francese Jean Pisani-Ferry giunge a una conclusione simile da una prospettiva diversa. Facendo notare che «il passato sembra improvvisamente più attraente del futuro», non solo negli Usa, ma anche in Gran Bretagna, Francia e molti altri Paesi avanzati ed emergenti, Pisani-Ferry propone quattro spiegazioni: una debole crescita economica, una crescente disparità dei redditi, il cambiamento tecnologico che elimina i lavori manuali, più un quarto fattore, meno familiare: «La nuova disuguaglianza ha una dimensione spaziale politicamente saliente. Le persone istruite e con un buon lavoro tendono a sposarsi e a vivere vicine tra loro, soprattutto in grandi e ricche aree metropolitane. Anche quelle che restano fuori da queste aree tendono a sposarsi e a vivere vicine, soprattutto in zone economicamente depresse o nelle piccole città. [Di conseguenza] le contee americane conquistate da Trump rappresentano soltanto il 36% del Pil, mentre quelle in cui Hillary Clinton ha vinto rappresentano il 64%. Una forte disparità spaziale crea ampie comunità di persone senza un futuro, dove si può soltanto aspirare a spostare indietro le lancette dell’orologio».

Alla luce di queste problematiche socioeconomiche diversificate, secondo Pisani-Ferry “un’agenda pragmatica deve affrontare simultaneamente la dimensione macroeconomica, educativa, distributiva e spaziale”. Non vi sono prove che le proposte politiche avanzate da Trump possano portare a tutto questo. Anzi, mentre Skidelsky cita la promessa di Trump di non tagliare i diritti assistenziali, i Repubblicani al Congresso sono intenti a fare esattamente questo. Con il supporto e l’incoraggiamento di Trump, hanno già iniziato a smantellare l’Obamacare, la riforma sanitaria voluta dal presidente uscente, senza avere nulla con cui sostituirla – una mossa che secondo le recenti stime del Congressional Budget Office farà perdere l’assicurazione sanitaria a 18 milioni di persone solo nel primo anno.

Capitalismo 4.1?
Tutto ciò porta, alla fine, a una domanda: in che modo la presidenza di Trump plasmerà il pensiero economico globale e il futuro del capitalismo? Phelps prospetta una prognosi infausta. «L’innovazione americana ha iniziato un primo processo di declino e contrazione già alla fine degli anni Sessanta», fa notare, a causa di «un’ideologia corporativista che ha permeato tutti i livelli di governo». Vero, «la Silicon Valley ha creato nuovi settori e migliorato il passo dell’innovazione per un breve periodo»; ma ora «anch’essa registra un calo dei rendimenti».

Phelps intravede una soluzione nel rilancio dell’«ideologia individualista di cui si alimenta il capitalismo» e un revival dello «spirito innovativo americano – l’amore per l’immaginazione, l’esplorazione, la sperimentazione e la creazione». A suo avviso, però, questo non rientra nell’agenda di Trump. Trump «raramente ha menzionato l’innovazione», osserva Phelps, «e il suo team sta prendendo in considerazione un approccio pericoloso che potrebbe realmente pregiudicarla»: un maggiore intervento dello Stato, misure restrittive nei confronti del commercio e della concorrenza, e «un’espansione della politica corporativista come non si vedeva dai tempi delle economie fasciste della Germania e dell’Italia negli anni Trenta». Ma qualsiasi politica disposta a «tutelare le attività esistenti e a bloccare quelle nuove» con tutta probabilità «sarà una pugnalata al cuore del processo innovativo».

Sono più ottimista sulle prospettive, almeno nel lungo termine. Come ho scritto lo scorso marzo: «Il capitalismo è un sistema evolutivo che risponde alle crisi trasformando radicalmente sia le relazioni economiche che le istituzioni politiche. Il messaggio delle odierne rivolte populiste è che i politici devono strappare le regole ante-crisi e incoraggiare una rivoluzione del pensiero economico».

Trump rappresenta il rifiuto totale del pensiero economico che ha dominato il mondo per una generazione. Plasmare il nuovo pensiero economico sarà la sfida più importante di economisti e politici per i prossimi anni. A mio avviso, la caratteristica distintiva di ciascuna trasformazione successiva del capitalismo globale è stato lo spostamento del confine tra economia e politica, e tra fiducia nelle forze del mercato e ricorso all’intervento pubblico.

Yoon Young-kwan, ex ministro degli Esteri della Corea del Sud, giunge a una conclusione analoga. «Siamo in un interregno – scrive Yoon – populismo, nazionalismo e xenofobia galleggiano sulla superficie di un’ampia trasformazione radicale: un cambiamento fondamentale su scala mondiale nella relazione tra Stato e mercato». Riconciliare questi due domini di attività «rappresenta oggi il tema centrale dell’economia politica, esattamente come lo era per Adam Smith nel XVIII secolo, per Friedrich List e Karl Marx nel XIX e per John Maynard Keynes e Friedrich von Hayek nel loro lungo dibattito a metà del XX secolo».

E Trump è soltanto il sintomo più acuto di un fenomeno globale. «Il malcontento sociale e politico – fa giustamente notare Yoon – continuerà a imperversare in tutto il mondo fino a quando non riporteremo la relazione Stato-mercato a un sano equilibrio».

La presidenza Trump, come le rivolte anti-establishment scoppiate in Europa e in altre zone, costringeranno tutto il mondo a iniziare a porsi delle domande importanti su come dovrà evolvere la relazione tra mercati e governi nella successiva fase del capitalismo globale. Con Trump, è alquanto improbabile che le politiche economiche Usa dei prossimi quattro anni diano la giusta risposta, ma almeno la sua amministrazione mostrerà al mondo cosa non fare.

Traduzione di Simona Polverino

Anatole Kaletsky è capo economista e co-presidente di Gavekal Dragonomics, nonché autore di Capitalism 4.0, The Birth of a New Economy.

Copyright: Project Syndicate, 2017

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