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E se il Jobs act avesse creato almeno 840mila posti?

L'Analisi|LAVORO E STATISTICHE

E se il Jobs act avesse creato almeno 840mila posti?

Nel comunicato sul mercato del lavoro del 31 gennaio l’Istat ha presentato per la prima volta una innovativa analisi dell’effetto della componente demografica sulle variazioni tendenziali dell’occupazione per classi di età. Noi abbiamo provato ad applicare questa metodologia all’intero periodo del Governo Renzi per cercare di capire meglio l’impatto delle misure a sostegno dell’occupazione (decontribuzioni e Jobs Act).

Le stime sono di particolare interesse perché al netto della componente demografica, calcolata sulle varie classi di età, la performance occupazionale complessiva tra febbraio 2014 e dicembre 2016 risulterebbe essere stata nell’intorno di circa 840mila occupati in più (rispetto alle già significative 600mila unità in più indicate dalle variazioni osservate sulla base dei normali dati destagionalizzati). Inoltre, anche i giovani avrebbero beneficiato di tale crescita al netto della componente demografica, benché l’analisi confermi che la ripresa occupazionale ha interessato soprattutto i più anziani, denotando dunque la persistenza di un significativo squilibrio generazionale nel nostro mercato del lavoro.

L’Istat si è soffermato sul confronto tra dicembre 2015 e dicembre 2016 per la popolazione compresa tra 15 e 64 anni (senza considerare le persone con 65 e più anni). In questo periodo di 12 mesi, al netto delle variazioni delle popolazioni delle diverse classi di riferimento e dei rispettivi tassi di occupazione iniziali e finali, gli occupati di 15-64 anni sono cresciuti complessivamente di 111mila in più rispetto alle +182mila unità indicate dalla semplice dinamica tendenziale osservata: per la precisione, l’effetto della performance occupazionale depurata della componente demografica è stata di +293mila unità. Tale crescita si è così suddivisa: +27mila occupati tra i 15 e 34 anni (mentre la popolazione di riferimento è scesa di 116mila persone); +49mila occupati nella classe 35-49 anni (popolazione -273mila); +217mila occupati nella classe 50-64 anni (popolazione +228mila). Ricordiamo a beneficio dei lettori che gli occupati, i disoccupati e gli inattivi sommati tra loro compongono la popolazione di riferimento per ciascuna classe di età, su cui poi vengono calcolati anche i rispettivi tassi di occupazione e di inattività.

Nel periodo da febbraio 2014 al dicembre 2016, durante i quasi tre anni del Governo Renzi, le variazioni demografiche tra le diverse classi di età sono state ancor più rilevanti, nel quadro di un progressivo invecchiamento della popolazione italiana. Il che ha complicato la lettura della dinamica del mercato del lavoro e anche la valutazione dell’efficacia delle misure introdotte dal Governo per il rilancio dell’occupazione. I nuovi dati e la nuova metodologia dell’Istat ora contribuiscono a fare maggiore chiarezza su ciò che è realmente accaduto

In particolare, nel periodo marzo 2014-dicembre 2016 la classe di età 15-34 anni ha fatto registrare un calo della popolazione di ben 316mila unità ma nello stesso tempo anche una variazione positiva dello 0,8% del tasso di occupazione. Conseguentemente la performance occupazionale della classe 15-34 anni è stata di circa +102mila unità stimate al netto della componente demografica (rispetto al calo di 24 mila unità indicato invece dalle variazioni osservate).

Stesso discorso vale per i 35-49enni, una cospicua parte dei quali nel periodo esaminato è passata a far parte della classe di età superiore. Sicché la popolazione di riferimento dei 35-49enni, non adeguatamente alimentata dal flusso proveniente dalla classe dei più giovani, è diminuita di ben 653mila unità. Ma il tasso di occupazione, già molto alto, nel frattempo è migliorato dello 0,7 per cento. Per cui al netto della componente demografica gli occupati di 35-49 anni risulterebbero cresciuti di circa 100mila unità stimate (rispetto alla rilevante diminuzione di 373mila unità indicata invece dalle variazioni osservate).

Quanto ai 50-64enni, le loro fila si sono ingrossate per i cospicui afflussi dalla fascia di età inferiore. La popolazione di riferimento dei 50-64enni è così aumentata nel periodo considerato di 579mila unità. Nel frattempo l’allungamento dell’età pensionabile ha certamente contribuito al forte innalzamento del tasso di occupazione di questa classe la cui occupazione osservata è cresciuta addirittura di 880mila unità. Tuttavia, tale crescita risulterebbe in realtà pari a “solo” circa 541mila unità stimate al netto della componente demografica.

Infine, la classe dai 65 anni in avanti ha visto aumentare la sua popolazione di 491mila unità mentre il suo tasso di occupazione, peraltro molto basso, è cresciuto dello 0,8%. Al netto di queste variazioni l’occupazione relativamente marginale di questa classe di età risulterebbe salita anch’essa di circa 99mila unità stimate.

In conclusione, al netto delle consistenti variazioni demografiche intervenute tra le diverse classi di età, la performance della crescita occupazionale italiana nel periodo marzo 2014-dicembre 2016 risulterebbe essere stata migliore di quella osservata nella misura di circa 240mila unità stimate (inclusi arrotondamenti). Ciò dimostra che le decontribuzioni e il Jobs Act hanno funzionato meglio di quanto sinora supposto. Ma la nostra analisi evidenzia anche che la ripresa dell’occupazione si è polarizzata principalmente sulla fascia di età 50-64 anni. Il che deve stimolare le politiche economiche e del lavoro a moltiplicare gli sforzi per migliorare soprattutto il tasso di occupazione dei 15-24enni attraverso l’aumento di nuove occasioni di impiego, in particolare indipendenti, favorendo la nascita di nuove professioni e nuove imprese.

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