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L’amnesia dei repubblicani Usa sul debito

A DIECI ANNI DALLA GRANDE CRISI

L’amnesia dei repubblicani Usa sul debito

La dottrina eterodossa di Donald Trump è raramente in vista come quando in gioco ci sono deficit e spesa, debito pubblico e promesse di investimenti. Se la retorica shock della campagna elettorale è archiviata – compresa la minaccia di rinegoziare gli obblighi americani – sul debito è calata un’amnesia rimarchevole per un partito repubblicano che pur di combatterlo pochi anni or sono aveva paralizzato il governo. Ma in questo caso la “rottura” di Trump riflette un cambiamento di clima: con la ripresa economica in carreggiata, a dieci anni dalla grande crisi, l’America punta sulla marcia del Pil per tenere a bada il passivo. E l’attenzione è piuttosto rivolta a come accelerare la crescita e sanare gli altri squilibri lasciati dalla recessione, l’impoverimento dei ceti medi e popolari e la creazione di posti di lavoro di qualità.

La battaglia è così oggi su queste ricette piuttosto che sullo spettro del debito. Trump ha annunciato l’intenzione di proporre un piano di investimenti pubblico-privato in infrastrutture che mobiliti un totale di oltre mille miliardi di dollari per ricostruire ponti, strade, ferrovie porti e aeroporti. E maggior spesa, da quantificare, è prevista per il Pentagono.

A questo si dovrebbero affiancare altri passi: una strategia fiscale attesa nelle prossime settimane che, assieme a sgravi generalizzati per le famiglie, ridimensioni al 15-20% le aliquote aziendali dall’attuale 35%, eliminando in cambio scappatoie e deduzioni. Ancora uno sconto, forse al 10%, dell’imposta in caso di rimpatrio dei 2.500 miliardi di capitali che la Corporate America tiene all’estero. Una deregulation radicale che cancelli norme apostrofate come “ammazza-lavoro”, soprattutto ambientali e finanziarie. E una riscrittura di accordi commerciali con toni protezionistici che Fitch, tra l’altro, ha giudicato di per sé un rischio per le condizioni economiche globali e tutti i debiti sovrani.

L’esito di questa strategia, a detta dell’amministrazione, sarebbe benefico: le misure dovrebbero innalzare il tasso di crescita oltre il 4%, generando automaticamente maggiori entrate per l’erario. Ma gli scettici, in realtà, non mancano e con loro gli avvertimenti su rischi di bruschi risvegli. Nei prossimi dieci anni, stando alle stime del Congressional Budget Office, l’ufficio studi bipartisan del Congresso, la crescita più credibilmente dovrebbe attestarsi a un modesto 1,9% e il debito federale aumentare di quasi 10mila miliardi. Nel 2027 il deficit annuale, 1.400 miliardi, dovrebbe toccare il 5% del Pil, un livello ritenuto opportunamente stimolativo in un quadro recessivo, ma che potrebbe creare indesiderate zavorre alla crescita e distorsioni in una situazione di espansione. Il debito in mano al pubblico dovrebbe a sua volta lievitare all’89% del Pil, aumentando i pericoli di tensioni finanziari.

Rimane da vedere se la maggioranza repubblicana al Congresso si convertirà davvero a una dose di laissez faire sui conti e sulla spesa in nome del populismo. Se darà credito al vero plenipotenziario economico del debutto di Trump, l’ex direttore generale di Goldman Sachs Gary Cohn. Oppure se correrà verso i tagli delle imposte arginando al contrario le promesse di spesa.

Ma quel che più fa discutere sono fin d’ora le caratteristiche e l’impatto degli investimenti pubblici. Nei criteri delineati dai consiglieri della Casa Bianca e dai parlamentari conservatori alla Camera, il piano prescriverebbe un dollaro federale capace di attirare 40 dollari privati. Una proporzione considerata miracolosa per questi progetti di P3 (public private partnership). E da ottenere con un meccanismo a base di forti incentivi ai privati per l’equity immessa – fino a coprirla all’82% con crediti d’imposta – e di orizzonti di guadagni grazie a pedaggi e tariffe per l’uso dei servizi. Una simile soluzione, agli occhi dei critici, ha tuttavia dubbi effetti moltiplicatori per la crescita e quindi per le casse pubbliche: l’amministrazione rivendica un “multiplo” di 1,6, considerato inarrivabile da molti economisti anche per tradizionali investimenti pubblici da New Deal e tanto meno con lo squilibrio nel mix a favore del privato. Tradizionalmente incentivi alle imprese che abbassano il costo del capitale e sostengono i profitti, oltre ad avere inferiori effetti moltiplicatori, discriminano tra i progetti, scartando i meno immediatamente redditizi e a volte più urgenti in regioni disagiate. Quegli americani dimenticati, cioè, che potrebbero rimanere tali anche nel clamore fiscale della presidenza Trump.

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