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Se tornano i maestri del galleggiamento italiano

il segnale da dare

Se tornano i maestri del galleggiamento italiano

Non si è ancora capito bene se stanno tutti lavorando più o meno consapevolmente per l'incoronazione prossima ventura di Grillo, sotto la spinta del crescente disagio sociale e di un moto diffuso di protesta, o per affrettare i tempi dell'arrivo della Troika che commissaria il Paese e costringe ognuno di noi a fare i conti con la realtà. Lo spettacolo offerto, in casa e fuori, dalle mille anime del Pd, più o meno scissioniste, un tutt'uno di prepotenza politica, protagonismi e rancori personali, dibattiti surreali e piccole furbizie, spiana la strada, giorno dopo giorno, a entrambi gli scenari. Ha i modi, i toni e i colori bizantini tipici delle società decadenti, mette a nudo i calcoli di una politica in crisi di identità che sembra avere perso il bandolo della matassa.

Quasi senza accorgersene ci si ritrova in un clima da anni Ottanta con gli scioperi selvaggi, taxi, metropolitane, aerei, che si fermano senza preavviso e paralizzano le città, nuova voglia di proporzionale e operazioni di piccolo cabotaggio, furbetti del cartellino, aumenti agli statali e “manomorta” della burocrazia. In un clima schizofrenico tornano comportamenti e atteggiamenti che alimentarono la grande illusione di quella stagione e portarono nei fatti l'Italia, tra un'euforia e l'altra, disservizi, corruttele varie e sistemiche che riguardarono la politica e l'impresa, a un passo dalla bancarotta del '92. Non manca neppure il carosello quotidiano di analisi politologiche così vecchie e logore da fare impallidire il Cencelli della politica della Prima Repubblica dove tutto si riduce a distribuzione di seggiole e poltrone, vecchie e nuove clientele, tornano le ombre dei soliti maestri dell'eterno galleggiamento italiano in un Paese sospeso che fugge dalle sue responsabilità. Promana da tutto ciò una sensazione mista di nausea e di disorientamento.

Non c'è spazio per occuparsi delle cose serie e, cioè, di un debito pubblico che non si schioda dal 133% del prodotto interno lordo e che, quindi, ha superato le vette dell'inizio degli anni Novanta, il primato della peggiore crescita europea, i consumi che sono a zero e mettono a nudo la debolezza sistemica di una politica di bonus a partire dai famosi 80 euro che avevano incantato un po' tutti ma non sono riusciti a spingere l'aumento della domanda interna oltre lo 0,1% e hanno bruciato capitali ingenti che non riavremo più e che avrebbero dovuto invece ridurre in modo strutturale il cuneo fiscale e contributivo, la più odiosa delle tasse a carico di lavoratori e datori di lavoro. Rischia di non esserci spazio, tra un calcolo elettorale e l'altro, per proseguire il cammino di Industria 4.0 dove si è fatto benissimo perché si sono poste le basi per un cambio di mentalità e si sono stanziate risorse appropriate per cominciare a fare seriamente innovazione con una logica di medio termine. Rischia di interrompersi o di non fare percepire fino in fondo alle nuove generazioni i vantaggi del primo riformismo compiuto che è quello del Jobs act e che segna uno spartiacque positivo nel mondo del lavoro e delle relazioni industriali. Si può bruciare, parlando solo di elezioni, il capitale della fiducia legato a questi interventi strutturali e a un sentiment di modernizzazione lasciando spazio a proposte surreali che ignorano i vincoli di deficit, debito e crescita: guai a innamorarsi di teorie economiche fantasiose come il reddito di cittadinanza che ignorano l'assenza di risorse e alimentano aspettative che non si possono soddisfare. Neanche il peggiore degli immobilismi può legittimare questo tipo di ragionamenti.

Si corre il rischio di non prendere coscienza che la parte sana del Paese - compete sui mercati globali nonostante la zavorra di un pesantissimo total tax rate e mette a segno il record della bilancia commerciale con un surplus da 51,6 miliardi - chiede solo alla politica di non fermare il processo esecutivo delle riforme che, tra mille errori e contraddizioni, è stato comunque avviato, a partire da pubblica amministrazione e giustizia, di cominciare a occuparsi seriamente di produttività riaprendo la stagione degli investimenti in infrastrutture e stimolando in modo serio l’edilizia, di fare in modo che la piccola crescita si consolidi sottraendo l’Italia al ciclone infernale delle scadenze politiche elettorali di Olanda, Francia, Germania, lasciando il palcoscenico alla Le Pen e al debito francese e nascondendo finché è possibile il macigno del debito italiano. Abbiamo scritto domenica scorsa che il Paese di tutto ha bisogno meno che di sprecare il tempo tirando a campare dentro la nuvola referendaria mai uscita dal cielo italiano di un regolamento di conti trasversale che nulla ha a che fare con le ragioni nobili della politica e molto invece con l’assenza di realismo e l’irresponsabilità.

Questo giornale ha da tempo messo sotto accusa l’eccesso di austerità e la miopia politica di un’Europa che non ha voluto spingere come avrebbe dovuto su investimenti pubblici e privati secondo un disegno di sviluppo coerente e solidale, ha documentato lo strabismo della vigilanza bancaria europea che chiude tutti e due gli occhi sui derivati malati in pancia alle banche tedesche e francesi e non dà tregua alle banche italiane per il carico pesante di sofferenze nonostante la dote di immobili e beni che ha in garanzia, ma questo non ci può esimere dal constatare che l’Europa oggi cresce più degli Stati Uniti e che la Spagna (non la Germania) viaggia con un Pil in espansione intorno al 3 per cento. Beneficiano, certo, della politica monetaria espansiva della Bce di Mario Draghi ma è indubbio che quella politica il vantaggio più grande lo ha dato proprio alla nostra economia appesantita dal terzo stock di debito pubblico al mondo e dalla necessità di collocare sul mercato oltre 400 miliardi di titoli pubblici sovrani l’anno. Allora la domanda è ineludibile: perché siamo sempre gli ultimi? Forse, perché ci permettiamo il lusso, con la crescita e il debito pubblico che ci ritroviamo, di mettere uno stop politico a qualche timido accenno di rilanciare la stagione delle privatizzazioni o di provare ad aprire mercati e professioni alla libera concorrenza?

Siamo seri, l’economia può morire di calcoli elettorali e quella italiana, già convalescente, rischia una bruttissima polmonite. Il “fattore I” di cui ha parlato su queste colonne, con la consueta lucidità, Adriana Cerretelli è una realtà, evitiamo per piacere che la grande paura europea ancora sotto traccia che riguarda l’Italia emerga alla luce del sole e diventi qualcosa di percepito come una prospettiva concreta e non solo potenziale. Non lo meritano il tessuto economico non assistenziale del Paese, la sua straordinaria manifattura e il mondo più internazionalizzato dei servizi, i giovani di talento e il capitale civile che nulla hanno a che vedere con le spinte populiste che attraversano la coscienza nazionale e trovano linfa in uno stato di disagio che dura da troppo tempo e segna qualcosa che va oltre il conto della grande crisi che ha fatto sparire, di suo, un quarto della produzione industriale e quasi dieci punti di Pil all’apice delle difficoltà.

Faremmo bene per una volta a non attribuire sempre agli altri, a partire dalle debolezze politiche della vecchia Europa, responsabilità che sono tutte nostre. Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e il ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, che sono due persone serie e godono della stima dei mercati e della politica internazionale, aprano il capitolo scottante del debito pubblico italiano prima che sia troppo tardi e chiamino la maggioranza parlamentare a misurarsi con il senso di responsabilità dell’interesse generale. Si venda tutto ciò che è vendibile del patrimonio pubblico, si ignorino veti ideologici fuori dalla realtà e si privatizzi tutto il possibile, si dia incarico alla Cassa Depositi e Prestiti di studiare come utilizzare al meglio il suo capitale di intelligenze tecniche per acquistare asset immobiliari, gestirli e sottrarli dalla contabilità del perimetro pubblico nazionale.

Cdp cominci, magari, con una tranche di 10 miliardi di caserme e di immobili di questo o quello tra i tanti enti pubblici, si punti ad attivi vendibili provvisti cioè di un canone, beni con un affitto, si chieda al sistema bancario di finanziare questa operazione con un impiego a basso rischio e si cominci a dimostrare concretamente che il debito può scendere per davvero, di poco ma scende. Si può aprire così la strada a una cartolarizzazione strutturata del patrimonio pubblico, partendo da una mappatura realista dei beni e tenendo presente che non si tratta di una favola perché è vero che l’Italia ha un debito enorme ma ha anche un patrimonio enorme e deve dimostrare che è in grado di gestire quel debito indipendentemente dalla dinamica del Pil che va, a sua volta, irrobustito risollevando costruzioni e domanda interna. Di queste scelte coraggiose e di un riformismo operoso e concludente ha bisogno il Paese se vuole ripartire in casa, liberando l’economia vitale dalla zavorra di un debito pubblico monstre e di uno Stato asfissiante, e se vuole avere un ruolo di peso in Europa per smontare equilibri consolidati e togliere le chiavi della cassaforte del vecchio continente al club franco-tedesco. L’esatto contrario, come si vede, di quella incertezza politica che ci condanna alla stabilità di governo del galleggiamento che consuma tempo e brucia il futuro dei nostri giovani.

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