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Convergenza obbligata per rilanciare l’Europa

L'Editoriale|L’EDITORIALE

Convergenza obbligata per rilanciare l’Europa

La Commissione europea ha pubblicato nei giorni scorsi la valutazione della situazione economica e sociale, delle riforme strutturali e degli squilibri degli Stati membri nel «Pacchetto d’inverno del Semestre europeo». Si tratta di elaborati di notevole qualità ma anche complessi che avrebbero sempre bisogno di una sintesi di tipo politico ed economico che susciti più attenzione e tensione verso l’Europa dei politici nazionali e delle opinioni pubbliche. Troppo spesso infatti prevalgono i numeri che sono importanti perché sugli stessi si fanno trattative per le azioni di politica economica ma che non vanno presentati e letti come se la Ue e la Uem fossero solo strutture contabili.

Cooperazioni rafforzate. Ecco perché gli interventi del presidente della Commissione Juncker, considerata la sua visione e la concretezza, sono importanti. Per questo la recente notizia che presto si sarebbe dimesso ha preoccupato anche perché in occasione delle celebrazioni dei 60 anni dei Trattati di Roma ci si aspetta un «Libro bianco» della Commissione sul futuro dell’Unione europea. Un progetto che si annuncia come coerente a quello dei “5 Presidenti” (di cui tre personalità capaci di visione e decisione politica e cioè Jean-Claude Juncker, Mario Draghi, Martin Schulz e due meno sperimentate cioè Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, e Donald Tusk, il presidente del Consiglio Ue) e che presenta anche una proposta in fasi per il completamento della Uem entro il 2025. Questi progetti dovrebbero avere un’accelerazione tenendo conto anche delle tre eccellenti risoluzioni del Parlamento europeo della settimana scorsa sperando che la dichiarazione che faranno i capi di Stato o di Governo il 25 marzo per i 60 anni dei trattati di Roma non siano di pura circostanza magari per fini elettorali.

Su questo sfondo va collocata la recente proposta di Angela Merkel per una Europa a più velocità. Queste sono già previste dai Trattati europei come «cooperazioni rafforzate» di cui la Uem è una applicazione.

Varie personalità hanno apprezzato la proposta Merkel e tra queste Romano Prodi, che è stato Presidente della Commissione europea, e Juncker che lo è ora. Ma Prodi ha precisato che sarebbe inaccettabile se significasse una separazione tra Paesi del Nord e Paesi del Sud Europa.

Quale “velocità” per l’Italia? La domanda che bisogna porsi riguarda anzitutto l’Italia. In quale “girone” potrebbe finire? Per 60 anni siamo stati nel primo “girone” agganciato anche con l’ingresso nell’euro per merito del duo Prodi-Ciampi e per la motivazione di gran parte degli italiani.

Adesso, per rispondere al nostro quesito, partiamo dall’impostazione del Semestre europeo e dalle analisi della Commissione che vedono la convergenza come il graduale allineamento degli Stati Membri ai molti parametri economico-sociali tra cui quelli indicati nel Patto di stabilità e Crescita e quelli di Europa 2020. È un criterio necessario ma se lo si applicasse meccanicamente da subito l’Italia non sarebbe nel primo “girone”. Anche la Francia correrebbe dei rischi ma forse li eliderebbe per la sua rilevanza politica a meno di un deragliamento elettorale. La ragione è che si assiste ad una crescente distacco della Germania dagli altri due grandi Paesi della Ue e della Uem.

Una banale constatazione va però fatta. I tre Paesi pesano per il 65,5% del Pil della Uem e il 46,6% del Pil della Ue. Perciò senza una loro convergenza, quella degli altri 25 frastagliati Paesi (che con Brexit diventeranno 24) della Ue o degli altri 16 Paesi della Uem non farà massa per una dimensione mondiale. Un base a tre darebbe più garanzie anche ai Paesi piccoli che aggregati alla Germania diventerebbero solo la sua periferia.

Ecco perché questi tre Paesi hanno grandi responsabilità per tutta la Ue e la Uem e perché le loro politiche non sono solo o prevalentemente “interne” come quelle dei piccoli Paesi.

Germania,Francia Italia. Italia e Francia devono però accelerare sulle riforme come richiede la Commissione nella recente analisi dove si rileva che i due Paesi presentano squilibri macroeconomici eccessivi e in negativo mentre opposti, ma pur sempre squilibri, sono quelli della Germania che è “troppo “forte.

Più precisamente la Commissione rileva che la Germania ha un surplus di parte corrente eccessivo che riflette uno squilibrio tra investimenti (pochi)e risparmio (troppo). Una riduzione del surplus con più domanda interna specie di investimenti infrastrutturali avrebbe effetti positivi importanti su tutta la Uem. Gli investimenti sarebbero realizzabili senza stress per la Germania dato il surplus delle sue finanze pubbliche e il risparmio di quelle private.

Per converso la Francia soffre di una bassa crescita della produttività che danneggia la competitività e i margini di profitto con effetti sia sulle esportazioni che sugli investimenti e con effetti transfrontalieri. Il debito pubblico continua a crescere anche se in decelerazione ma non tale da fugare preoccupazioni sul medio termine e ciò richiede più efficienza nella spesa pubblica e nella tassazione.

E infine l’Italia soffre di un debito pubblico sul Pil eccessivo (al quale la Commissione dedica addirittura un’analisi specifica) e che, pur avviandosi ad una stabilizzazione, non è ancora su un sentiero decrescente a causa sia della riduzione nel saldo primario strutturale di bilancio sia della bassa crescita del Pil nominale. La scarsa dinamica della produttività continua anche a causa della lenta ripresa degli investimenti, di un settore dei servizi poco dinamico e dell’inefficienza della macchina pubblica. I crediti non performing hanno appena cominciato a stabilizzarsi ma pesano sui profitti delle banche e rendono difficile le ricapitalizzazioni e l’erogazione del credito.

Una conclusione italiana. L’Italia appare però la più debole malgrado la ripresa della crescita e il riconoscimento della Commissione che alcune riforme significative sono state fatte. Eppure l’idea della convergenza dei tre Paesi può essere coltivata sia perché vi è già un’integrazione di sistemi industriali potenti (che potrebbero essere ulteriormente rafforzati anche nei sistemi 4.0) sia perché (come ha dimostrato Marco Fortis) la rilevanza mondiale delle loro esportazioni dipende molto dalle loro interrelazioni. Nulla si potrà tuttavia fare in Italia senza un sistema politico stabile e capace di fare riforme utili e durevoli.

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