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Il confine più delicato di Brexit

L'Analisi|Scenari

Il confine più delicato di Brexit

I paesaggi campestri del lungo inverno irlandese, le colline verdeggianti e i pascoli curati tradiscono lo sguardo del visitatore. L’Irlanda ha superato, o quasi, la crisi finanziaria che l’ha travolta un decennio fa. L’economia è tornata a crescere, così come l’occupazione. Eppure, nel Paese, a dispetto della sua campagna pittoresca e riposante, monta una nuova angoscia. L’annuncio dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sta mettendo in gravi ambasce l’Irlanda. Non vi è capitale in Europa che tema Brexit quanto Dublino.

A vent’anni dall’accordo del Venerdì Santo, che nel 1998 mise fine a un secolare conflitto religioso tra protestanti e cattolici, l’Ulster torna a interrogarsi sul suo futuro. Cosa accadrà ai 499 chilometri che separano la Repubblica d’Irlanda dall’Irlanda del Nord? Oggi è una frontiera invisibile tra due partner dell’Unione europea che hanno straordinari legami economici e sociali. Con l’uscita dall’Unione del Regno Unito e quindi dell’Irlanda del Nord, il confine è destinato a diventare una frontiera esterna dell’Unione, un limite invalicabile senza appositi controlli per merci, servizi e persone.

La paura di Brexit si tocca con mano in Irlanda. Incontrando nei giorni scorsi un gruppo di giornalisti bruxellesi invitati dal governo irlandese a visitare l’Ulster, il ministro degli Esteri Charlie Flanagan ha parlato di «gravi conseguenze» se «la particolarissima posizione» dell’Irlanda nella vicenda Brexit non venisse «presa in considerazione». Qualsiasi cambiamento allo «status legale della frontiera» sarebbe per Dublino «inaccettabile», ha affermato l’esponente del partito conservatore Fine Gael. Il mondo economico non è da meno.

Conor Patterson presiede nella città irlandese di Dundalk una agenzia incaricata di promuovere l’economia della regione, la Newry & Mourne Enterprise Agency: «Per secoli, siamo stati le vittime della divisione tra il Nord e il Sud dell’isola. Siamo oggi una prova visibile di quanto la libertà di movimento possa assicurare in termini economici e sociali. Non possiamo permetterci il ritorno di una frontiera nell’Ulster. Brexit rischia di penalizzare come non mai l’economia irlandese. Stiamo ridisegnando le lealtà politiche e nazionali in questa regione e non sappiamo in quale direzione questo ci porterà...».

Per lungo tempo, il Regno Unito ha assorbito circa il 70% delle esportazioni irlandesi. Oggi la quota di merci che parte verso il Regno Unito è minore, grazie anche alla diversificazione dell’export per via della partecipazione dell’Irlanda all’Unione. Ciò non toglie che tra i due Paesi i legami sono strettissimi. Non meno di otto compagnie assicurano collegamenti aerei; mentre i varchi per i frontalieri sono oltre 300. Si parla esplicitamente di una all-island economy nella quale differenze nazionali e contrasti religiosi si sono annullati, confluendo in una straordinaria collaborazione economica e politica.

L’accordo del Venerdì Santo ha portato la pace nell’Ulster. C’era un tempo quando il confine in Irlanda del Nord era militarizzato e la caserma di Bessbrook era l’eliporto militare più utilizzato d’Europa. Solo nel 1972, un anno terribile, si contarono 472 morti. L’intesa ha eliminato qualsiasi frontiera. L’unica indicazione che suggerisce al visitatore il passaggio del confine sono i segnali stradali: in miglia a Nord, in chilometri a Sud. Una vecchia chiesa nei pressi di Dundalk è divisa in due: si dice che il vicario dica messa a Nord, mentre i fedeli siedono a Sud. Dal 1973, la Repubblica d’Irlanda e il Regno Unito appartengono all’Unione europea e godono insieme degli enormi vantaggi del mercato unico, ma fin dal 1923 sono parte di una area comune di viaggio.

In vent’anni, l’Ulster è cambiata radicalmente. L’industria pesante ha lasciato il posto all’informatica, all’agricoltura specializzata, e ai servizi. I successi economici non mancano. Spiega Justin Lawless, il presidente della società informatica Intact: «Guardiamo all’isola come a una sola economia. La nostra sede è in Irlanda, ma al di là della frontiera abbiamo il 20% dei nostri clienti. Nuovi muri creerebbero nuove tensioni tra le due comunità. Ci preoccupano non solo possibili ostacoli alla libera circolazione, ma anche l’adozione di nuove tariffe doganali tra Nord e Sud».

La società LacPatrick Diaries è una cooperativa irlandese che raggruppa 1.050 fattorie sui due lati del confine; vende latte e latticini in giro per il mondo, in particolare in Cina. «Noi quotidianamente importiamo latte dall’Irlanda del Nord, vale a dire dal Regno Unito, e lo trattiamo qui in Irlanda per poi riesportarlo nel mondo. Come faremmo – si chiede l’amministratore della società Gabriel D’Arcy – se Londra dovesse lasciare il mercato unico? I nostri fratelli europei devono capire che la situazione qui è unica. Con il ritorno di una frontiera, il processo di pace che ha consentito il progresso economico sarebbe gravemente a rischio».

Nell’Ulster, una regione a cavallo della frontiera, il visitatore attento non può fare a meno di imbattersi nei memoriali dedicati alle vittime della guerra settaria che ha insanguinato la regione per secoli. L’establishment economico sui due lati del confine intravvede nell’uscita del Regno Unito dal mercato unico sfide politiche, ma anche prettamente commerciali e regolamentari. Il governo irlandese le ha fatte proprie. Da tempo, organizza grandi dibattiti pubblici, gli All Island Civil Dialogues, un modo per dare voce alle preoccupazioni della popolazione, ma anche per sensibilizzare i partner europei.

Nei giorni scorsi, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha assicurato di voler «minimizzare l’impatto» di Brexit per l’Irlanda. Eppure, per certi versi Dublino vuole l’impossibile: si dice fedelmente europeista, non vuole che il Regno Unito possa godere degli stessi vantaggi dell’Unione senza farne parte; ma al tempo stesso chiede di salvaguardare la sua speciale relazione con la Gran Bretagna. «Non saremo un mandatario di Londra nei negoziati a Ventotto», assicura il ministro Flanagan, «ma l’Irlanda difenderà i suoi interessi nazionali. La nostra speciale situazione deve essere riconosciuta». I dirigenti irlandesi reagiscono quasi offesi alla domanda se il Paese sia pronto a lasciare l’Unione in assenza di un accordo soddisfacente.

Sorprende, tuttavia, ascoltare Danny McCoy, il presidente dell’associazione imprenditoriale Ibec, sostenere la necessità di rivedere le regole sugli aiuti di Stato per consentire al governo di sostenere le imprese del Paese ad affrontare l’impatto di Brexit; o notare la velata minaccia di altri membri dell’establishment, pronti a guardare definitivamente verso il grande largo e gli Stati Uniti, rinnegando la fedeltà all’Europa continentale. Più del Regno Unito, l’Irlanda è consapevole di quanto il quadro europeo abbia contribuito al ritorno della pace nell’Ulster e alla modernizzazione dell’economia nazionale. Visto da Dublino, il negoziato a Ventotto sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione appare irto di ostacoli e di sorprese.

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