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Anche le Popolari vittime della crisi

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Anche le Popolari vittime della crisi

Caro direttore,

credo che qualsiasi analisi sulla riforma delle banche popolari, se davvero l’esigenza è quella di «fare chiarezza sul credito», non possa che muovere dal riconoscimento che le difficoltà di bilancio non sono certo una caratteristica precipua delle Banche popolari, ma di tutto il sistema bancario italiano, come dimostrano peraltro i rilevantissimi aumenti di capitale che sono stati messi in campo da banche di ogni forma giuridica, da UniCredit a Carige, per fare solo alcuni esempi, ma la lista potrebbe continuare.

La difficoltà è dunque da ascrivere non alla forma giuridica di Spa o di cooperativa, ma a oltre dieci anni di crisi economica che ha prostrato in modo impressionante il nostro Paese, come evidenziano i dati relativi al crollo del Pil di oltre il 6% e della produzione industriale di oltre il 10% negli ultimi dieci anni.

Da ciò sono derivati problemi ai bilanci di tutte le banche italiane: naturalmente quelle che di più hanno sofferto sono le banche a vocazione locale che, come le Banche popolari, hanno servito e servono i propri territori, provati duramente dalla recessione.

La realtà è che se questo Paese ancora gode di un minimo di coesione sociale, se ci sono aziende che, una volta ristrutturate, sono in grado di competere sui mercati internazionali, gran parte del merito va proprio alle banche del territorio che le hanno supportate a prezzo di grandi sacrifici.

Merita ricordare, in proposito, a riprova della solidità delle Popolari che le quattro banche – tra cui tre Spa ex casse di risparmio - risolte a novembre 2015 sono state prese in carico proprio da (ex) Banche Popolari: se proprio delle Popolari sono state chiamate a rimediare i guasti causati da cattive gestioni qualche merito forse lo avranno...

Quanto alla pretesa mancata riforma di Carlo Azeglio Ciampi, è bene precisare che Ciampi considerò sempre con favore il mondo delle Banche popolari e fu promotore, realizzandola, con Draghi Direttore Generale del Tesoro, della legge del 1992 che ne consentì la quotazione dei titoli.

Successivamente, nel 2012, il Governo Monti ha ulteriormente riformato la disciplina delle Popolari: non può dunque dirsi che il settore attendesse riforme da un ventennio.

Peraltro, il decreto legge del 2015 ha bruscamente interrotto l’iniziativa di Autoriforma promossa dal settore, che aveva incaricato tre luminari quali i professori Tantazzi, Marchetti e Quadrio Curzio, di mettere a punto un intervento di ammodernamento della disciplina.

Qualsiasi interlocuzione è stata resa impossibile da parte del Governo che ha rifiutato ogni confronto trincerandosi sempre dietro la formula salvifica del «ce lo chiedono l’Europa e i mercati». Richieste europee che, peraltro, ad oggi sono rimaste indimostrate quando non smentite.

In termini di patrimonializzazione, inoltre, il dato medio delle Banche popolari cooperative del Core Tier 1 ratio è pari al 15,6%, contro un dato richiesto dalla normativa prudenziale europea del 7%, mentre il Total Capital ratio è pari al 16,4% contro il corrispondente limite richiesto dalla normativa europea al 10,5%.

Non va dimenticato, infine, che le Banche popolari, nei 150 anni della loro storia, hanno contribuito in modo fondamentale allo sviluppo dell’Italia, e non solo in senso economico e finanziario, e ancora oggi, pur di fronte alle avversità, continuano a rappresentare più di un quarto del sistema bancario e a sostenere la crescita del nostro Paese.

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