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Perché le scelte di Trump anti-global non salveranno la mia città…

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Perché le scelte di Trump anti-global non salveranno la mia città nella Rust Belt

Un impianto industriale dell’Indiana : è la Rust Belt  colpita dalla crisi manifatturiera
Un impianto industriale dell’Indiana : è la Rust Belt colpita dalla crisi manifatturiera

Già firma di punta per l’economia di Time magazine, commentatrice Cnn e autrice del libro «Makers and takers» sulle lezioni incomprese della grande crisi iniziata nel 2008, la giornalista turco-americana Rana Foroohar è stata ingaggiata come editorialista «global business» dal Financial Times. Questo è il suo primo articolo.

Nel 1989, il cineasta americano Michael Moore divenne improvvisamente famoso grazie al suo lungometraggio d’esordio, «Roger & Me», un documentario che ricostruiva l’impatto economico della decisione dell’amministratore delegato della General Motors Roger Smith di tagliare 30mila posti di lavoro nella città natale di Moore, Flint, in Michigan. Era una storia che trovavo familiare, essendo cresciuta a Frankfort, in Indiana, nel cuore della Rust Belt rurale dove la rabbia verso la globalizzazione liberista ha contribuito a portare Donald Trump alla Casa Bianca.

Mio padre, un immigrato turco che aveva studiato ingegneria negli Stati Uniti e aveva finito per mettere in piedi una piccola impresa manifatturiera, ha lavorato per anni nell’industria della componentistica per auto, a un certo punto anche per la United Technologies Corporation, che attraverso una sua controllata, la Carrier, recentemente ha firmato un accordo con il presidente per mantenere 1.000 posti di lavoro in Indiana invece di trasferirli in Messico, salvo poi finire sotto il fuoco dei sindacati per aver esternalizzato centinaia di altri posti di lavoro e aver sostituito gli operai con i robot.

L’Indiana, come gran parte del Midwest industriale, ha giocato un ruolo cruciale nella vittoria del presidente Trump: nella mia contea natale ha preso il 71,5% dei voti. Non è difficile capire perché: poco meno della metà della popolazione dell’Indiana ha un livello di istruzione che non va oltre il diploma di scuola superiore, il reddito della famiglia mediana è inferiore di 5mila dollari al dato nazionale (55.775 dollari) e quelli che in passato potevano sperare di trovare lavori in fabbrica a 25 dollari l’ora adesso lavorano alla Walmart per 11-13 dollari l’ora.

Eppure il sogno americano è ancora vivo a Frankfort, all’interno della crescente comunità di immigrati. Ispanici che un tempo magari si sarebbero rotti la schiena lavorando come braccianti nelle aziende agricole ora cominciano a salire nella scala sociale, aprendo ristoranti e negozi di specialità alimentari nel centro della cittadina, che prima era dominato da un supermercato Woolworths, oggi chiuso. Tutto sommato è un’evoluzione positiva, visto che il 60% dei posti di lavoro in America è creato dalle piccole e medie imprese: ma è all’origine di quelle tensioni culturali che hanno fatto da motore alla vittoria di Trump.

Il risultato è che un dibattito legittimo sul nazionalismo economico, almeno per quanto riguarda cose come la politica commerciale e industriale, è stato depistato dalla xenofobia. Un’ampia letteratura scientifica dimostra che l’immigrazione apporta benefici netti agli Stati Uniti, sia ai livelli alti che a quelli bassi. Il tasso di crescita per le imprese di proprietà di immigrati è nettamente più alto della media nazionale. Il 40% delle aziende del Fortune 500 americano sono state fondate da immigrati o figli di immigrati. I migranti sono la ragione fondamentale della crescita demografica degli Stati Uniti, e quindi di una crescita del prodotto interno lordo che nei prossimi due decenni, secondo le previsioni, supererà quella di gran parte degli altri Paesi ricchi. La verità pura e semplice è che non esistono ragioni economiche per limitare l’immigrazione: dovremmo semmai incoraggiarla, a tutti i livelli.

Ugualmente incoerente è la posizione del presidente sulla globalizzazione stessa. Non sbaglia quando dice che il sistema commerciale mondiale è iniquo. Il fatto che la globalizzazione economica abbia corso molto più rapidamente della globalizzazione politica ha creato una situazione in cui il sistema attuale serve gli interessi di aziende e individui ricchi, più che gli interessi dell’elettorato di una qualsiasi nazione.

Il problema è che le sue politiche non centrano il bersaglio. I dazi sui prodotti di importazione lodati da Trump creerebbero il caos nelle catene logistiche delle aziende americane. Pensate all’effetto che avrebbero su un prodotto come il Dreamliner 787 della Boeing, elogiato recentemente dal presidente come made in America, ma che in realtà è l’esempio perfetto di un outsourcing complesso. Il primo esemplare di questo aereo era troppo pesante e troppo costoso, perché i fornitori, ognuno con una struttura verticale e sparsi in decine di nazioni, fabbricavano dei singoli componenti che erano pesanti e non funzionavano insieme. Un dazio alle importazioni su tutti questi componenti produrrebbe lo stesso effetto sui bilanci del colosso aeronautico.

Cosa più importante, quando si parla di commerci, Trump sta combattendo una guerra del passato: gli scambi di beni e servizi tradizionali sono in stagnazione da oltre tre anni, mentre gli scambi di beni e servizi digitali nell’ultimo decennio sono cresciuti di 45 volte. Eppure questi prodotti sono praticamente ignorati nei dibattiti vecchio stampo sulla necessità di tenere in America i posti di lavoro industriali.

Tutto ciò mette in evidenza una questione ancora più importante, e cioè che la natura della globalizzazione aveva cominciato a mutare già prima che Trump salisse alla Casa Bianca. Negli Stati Uniti le imprese di piccole e medie dimensioni hanno guadagnato quote di mercato rispetto a concorrenti più grandi, perché la tecnologia consente loro di servire i mercati locali più efficacemente e varcare i confini più facilmente. L’occupazione manifatturiera statunitense, in realtà, nel complesso è cresciuta del 7% dal 2010 a oggi, perché le multinazionali localizzano una quota maggiore della loro produzione, per una serie di ragioni: l’aumento dei salari in Cina, la complessità delle catene logistiche che comporta rischi economici e politici e la produzione locale che consente alle merci di raggiungere più rapidamente consumatori incostanti.

La globalizzazione non scomparirà, come Moore e altri forse avrebbero gradito, ma si evolverà in regionalizzazione. Questo non significa che i posti di lavoro esternalizzati da aziende come la General Motors, la Boeing o la Utc negli ultimi decenni verranno necessariamente rimpiazzati. Se il fenomeno dell’outsourcing probabilmente ha raggiunto il picco, gli effetti dirompenti della tecnologia sull’occupazione cominciano a farsi sentire soltanto adesso. Il progresso tecnologico è un fattore più importante del Nafta nell’evoluzione del settore manifatturiero statunitense negli ultimi vent’anni.

Le pose antiglobalizzazione di Trump possono essere, come ha detto Moore, «musica per le orecchie» della classe operaia bianca. Ma non riporteranno indietro la Flint o la Frankfort di un tempo. I problemi e le soluzioni di queste comunità sono molto più complicati di quanto la retorica del presidente spingerebbe a credere.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Copyright: The Financial Times 2017

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