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La piccola Bana racconta: «I miei tweet sotto le bombe di Aleppo»

pranzo con un’eroina

La piccola Bana racconta: «I miei tweet sotto le bombe di Aleppo»

Nei quattro anni della battaglia di liberazione di Aleppo, il mondo è stato inondato dalle immagini di civili, vittime dei combattimenti, intrappolate tra il regime siriano e le milizie dell’opposizione. Quando l’assedio si è fatto inesorabile, l’antica città è stata soprannominata la “Stalingrado siriana”, e ha dovuto affrontare incessanti combattimenti in strada, bombardamenti indiscriminati con i barili bomba e le letali esplosioni in tre fasi ravvicinate, quelle che facevano strage prima di civili, poi di coloro che andavano a soccorrere i feriti e infine distruggevano gli ospedali dove i pochi sopravvissuti riuscivano a trovare assistenza.

L’assedio di Aleppo è stato avvolto da una fitta cortina fatta di tante cose inventate e di propaganda. Con pochi giornalisti indipendenti rimasti a documentare l’agonia e la caduta della città, quell’assedio doveva essere raccontano sui social media senza filtri, in modo immediato e spesso ineluttabile. Nella marea di immagini, si è levata e distinta dal frastuono di fondo una voce, alla stregua di uno squillante monito del nostro fallimento a proteggere i più deboli.

Era la voce di Bana al-Abed, una bambina intelligente e sensibile i cui tweet – gestiti per lei dalla madre – hanno saputo cogliere e trasmettere con dolorosa accuratezza tutta la confusione e la paura di essere bambini travolti e sopraffatti da un conflitto. Ogni suo tweet sembrava un’inquadratura di un film dell’orrore, nel quale i suoi follower temevano sempre che potesse restare uccisa. Per molte persone Bana è diventata il volto di Aleppo.

Adesso è qui, di fronte a me, con gli occhioni spalancati in un centro commerciale di Ankara, e insieme a sua madre Fatemeh è mia ospite a pranzo.

«Mi chiamo Bana, ho sette anni. Questo è il mio ultimo istante di vita. Forse morirò»: così ha scritto Bana il 13 dicembre scorso, nel pieno di una delle più intense campagne di bombardamento. Tre giorni dopo, mentre le bombe si facevano sempre più vicine, ha scritto: «Per favore, salvateci. Subito!». Appena un paio di settimane prima aveva twittato: «Sono malata, senza medicine, senza casa e senza acqua potabile. Tutto ciò mi porterà alla morte, prima ancora che sia una bomba a uccidermi».

In quelle settimane terribili, il Twitter feed @AlabedBana è diventato virale. Le ha portato fama: JK Rowling, l’autrice dei libri di Harry Potter, ha condiviso i tweet di Bana con i suoi milioni di follower. Il Twitter feed l’ha messa in pericolo: per il regime siriano, quella sua testimonianza era il memento quotidiano delle sofferenze inflitte ai civili, ed era necessario porre fine a quel protagonismo, anche con la morte, se necessario, come ha temuto a lungo sua madre. Alla fine, in ogni caso, quel Twitter feed l’ha portata in Turchia.

Adesso Bana è una dei tre milioni di siriani che vivono qui dopo il più imponente esodo umano della Storia dalla spartizione dell’India. È diventata un personaggio intrigante – è una bambina, una leggenda dei social media, una testimone di guerra – ed è anche una pedina alta una spanna nella partita della propaganda geopolitica. Entrambe le cose, spiego a Fatemah, sono ottimi motivi per pranzare con loro. Ma, come vi dirà qualsiasi genitore, decidere dove invitare a pranzo una bambina di sette anni non è così scontato: se si sceglie un locale troppo formale, la bambina potrebbe perdere interesse; se si sceglie un luogo troppo avventuroso, la bambina potrebbe distrarsi.

Chiedo un parere a Mira, la figlia di un collega. Ha sei anni e mi dà un ottimo consiglio. Ci diamo appuntamento nel Kent Mall di Ankara, dove un’enorme area giochi sopperisce alla mancanza di cibo raffinato. In più si vendono gelati.

Bana approva la scelta. Tiene le mani strettamente intrecciate a quelle di Mira, che mi sono portato dietro con sua madre per spezzare il ghiaccio. Passeggiamo nello sfavillante centro commerciale, quel genere di posto che i ragazzi turchi adorano. Ci intrufoliamo con difficoltà in un ascensore che ci porta in un passaggio senza uscita, in fondo al quale c’è «Gelato Ice & Caffè».

Uno stereo trasmette musica pop e la decorazione del locale ha la pretesa di evocare l’atmosfera di un ristorante «Ruby Tuesday» del Midwest americano. Il nostro tavolo è una sorta di versione moderna della Torre di Babele; Bana parla arabo e mastica un po’ di inglese; la sua nuova amica Mira parla turco e inglese; la mamma di Bana sfoggia un inglese sciolto e l’arabo. Io non parlo né turco né arabo e il mio interprete Jihad (che più tardi, scherzando, mi confida che farebbe bene a scegliersi un altro nome se intende trasferirsi in America) è così entusiasta di conoscere Bana che spesso si dimentica di tradurre le mie parole.

Ordiniamo rapidamente: per Bana un hamburger con anelli di cipolla e una Coca-Cola; per sua madre una pizza ai funghi e ali di pollo fritte; per me fajitas; per Mira manti (ravioli al formaggio ricoperti di yogurt). Cibi semplici, quasi ordinari, ma un vero banchetto se li si paragona a quello che Bana ha mangiato durante l’assedio.

Per molti mesi Bana è stata come Anna Frank. È stata autrice di un diario intimo online sulle più spontanee emozioni umane. Ma è stata anche accusata di essere uno strumento della propaganda. Nella versione dell’assedio di Aleppo diffusa dai gruppi filo-Assad, compresa la propaganda di RT (ex Russia Today) e i cyber troll, Assad era il leader coraggioso che combatteva i terroristi e difendeva il mondo dall’Isis. La storia di Bana ha contribuito a far esplodere quella menzogna e per mesi sua madre è stata assillata da gente che affermava che stavano falsificando i suoi tweet, che Bana non parlava inglese, che era manipolata per generare simpatie fasulle nei confronti dei terroristi. Ci sono state minacce di morte, accompagnate dalla paura di essere presi di mira da una vera e propria esecuzione su commissione.

Dietro questo profilo globale c’è una bambina di cui sappiamo poco, se non che adora Harry Potter e non voleva morire. Forse, agli occhi di milioni di persone ha incarnato l’atrocità della guerra, ma in fondo è rimasta nascosta da un velo fino a trasformarsi nell’immagine totemica di tutti i bambini in guerra. Per quella che probabilmente è una prima assoluta della rubrica «A pranzo con il FT», ci accordiamo così: mangeremo qualcosa, poi chiacchiereremo e infine prenderemo tutti il gelato.

Bana è orgogliosa del suo inglese, che parla come farebbe qualsiasi altro bambino non madrelingua: talvolta zoppicando, in qualche altro momento riversando un fiume sgrammaticato di parole scollegate tra loro. Adesso, però, è pensierosa. Dice che l’idea di andare su Twitter è stata sua e di sua madre. Dice che voleva dare al mondo un’immagine di sé. Il suo primo tweet risale al 24 settembre 2016, ed era di tre sole parole: «I need peace» (ho bisogno di pace).

Dopo decine di interviste televisive, agli inizi, molti suoi tweet hanno assunto il tono di dichiarazioni quasi convenzionali («Voglio aiutare i bambini di Aleppo», «Voglio essere la voce dei bambini siriani»). Facciamo affidamento sull’interprete, sperando che si apra un po’ di più. Le chiedo se capisce quanto diversa sia stata la sua vita rispetto a quella degli altri bambini della sua età.

Bana ci pensa un po’ su. Poi da lei sgorga un fiume di parole intrise di forti emozioni. «Ad Aleppo non mi sentivo una bambina. Non potevo dormire. Non potevo trovare un posto tranquillo. Le bombe ci cadevano in testa di continuo, mattina, pomeriggio e sera. Non c’era da mangiare, non c’erano i biscotti o le cose normali che mangiano i bambini. Eravamo sempre in preda all’ansia: ci cadrà una bomba in testa? Io volevo andare a scuola, ma la mia scuola era stata distrutta dai bombardamenti».

C’è mancato davvero poco che Bana e la sua famiglia perdessero la vita nei bombardamenti. Una sera, durante un raid aereo, la loro cucina è andata completamente distrutta. Si sono salvati solo perché erano seduti in soggiorno. La madre mi mostra sul cellulare la foto di una stanza sventrata, con alcuni bambini ricoperti da polvere. La foto riporta la data, 27 novembre, e l’ora, le 19.55. Così descrive l’accaduto: «Mio marito, mio cognato e mia suocera erano con Bana in soggiorno a chiacchierare. All’improvviso, come uccelli dal cielo, sono piovuti razzi. Io ero in cucina a preparare la cena. Grazie a Dio mi sono allontanata due secondi…».

Bana inizia a raccontarmi delle sue amiche: «Avevo un’amica di nome Yasmin e un’altra di nome Fatma. Avevamo la stessa età e giocavamo insieme tutti i giorni… Yasmin è morta. Fatma è ancora viva, ma non riusciamo a metterci in contatto». La morte di Yasmin ha ispirato uno dei tweet più commoventi di Bana, accompagnato dall’immagine del volto senza vita e ricoperto di sangue di una bambina: «Caro mondo, stanotte piango. Questa è la mia amica, uccisa da una bomba proprio adesso. Non riesco a smettere di piangere».

Ci portano da mangiare, e sembra quasi inopportuno e crudele in questo momento. Il cameriere si dà un gran daffare, porge a Bana il suo hamburger, a sua madre la pizza e le ali di pollo: sono particolarmente speziate e Fatemah ne è soddisfatta. L’hamburger di Bana è troppo grande per lei, ma le piace molto, come le piacciono gli anelli di cipolla fritti e la Coca-Cola. Mi accorgo che ha perso alcuni dentini: lei li conta in inglese tutti e sette, uno per uno, e poi si illumina in un gran sorriso.

Mi torna subito alla memoria un suo tweet risalente a ottobre, in cui lei sorrideva tenendo in mano un dentino appena caduto. La mattina seguente, aveva spedito un altro tweet: «Il topolino dei denti ha paura delle bombe e deve essere chiuso nel suo nascondiglio. Quando finirà la guerra, verrà».

Fatemah mi spiega come hanno usato Twitter: chiedeva a Bana come si sentiva o a cosa pensava e lo scriveva per lei. Per ricaricare i cellulari hanno avuto i pannelli solari fin quasi alla fine, e ogni tanto intercettavano il segnale della telefonia mobile governativa di Aleppo, o si collegavano via satellite a internet fornito dai turchi e da alcune Ong.

Bana ha la bocca piena, quindi chiacchiero con Fatemah. Ha 27 anni e quando è scoppiata la guerra stava svolgendo la pratica per diventare avvocato. Non posso fare a meno di chiederle come si senta al riguardo di sua figlia, usata come «uno strumento per la propaganda», prima dalle forze antigovernative e adesso dal governo turco. Quando quest’ultimo ha mediato la caotica ritirata dei combattenti e la fuga dei civili da Aleppo est, Bana e la sua famiglia sono stati individuati in un campo improvvisato nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, e sono stati portati subito in elicottero ad Ankara. Bana e i suoi due fratellini si sono trovati di fronte alle telecamere, immortalati in grembo al presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Oggi, mentre la Turchia spedisce i suoi militari, arma i combattenti dell’opposizione ed esige la destituzione del presidente siriano Bashar al-Assad, i tre bambini sono esibiti come simboli della sua magnanimità.

Fatemah dice di averci riflettuto sopra. Si dice preoccupata per ciò che questo comporta per sua figlia. I figli più piccoli, due maschietti di tre e cinque anni, conoscono soltanto la realtà della guerra e ancora oggi sono terrorizzati, se restano da soli, e piangono nel sonno. «Bana vuole dare il suo contributo, ma io desidero che il mondo capisca che è solo una bambina. Noi vogliamo che sia una bambina normale e che viva come ogni altro bambino del mondo, senza guerra, senza paura».

Fatemah aggiunge che Bana, però, ha una personalità molto forte: «Per lei - dice - le cose sono diverse, perché fin da piccola sua padre e io l’abbiamo cresciuta in modo che lei si formasse una sua personalità. Non abbiamo mai voluto che facesse quello che volevamo noi. E non vogliamo che sia un robot e faccia questo o quello a comando».

«La guerra stessa è una grande maestra. Perfino per i bambini. Conoscono il tipo di bomba in arrivo ancora prima che cada, la riconoscono dal rumore. Capiscono se si tratta di una bomba a grappolo, di un barile-bomba o di una bomba al fosforo. Sanno tutto». I bambini hanno imparato intercettando le conversazioni degli adulti, reagendo alla loro paura, ascoltando la televisione. Fatemah prosegue: «Se chiedete a un bambino piccolo, di soli tre anni, dove abita, vi risponderà che la sua casa è stata distrutta. Se gli chiedete perché, vi dirà che è stata distrutta da una bomba. Se gli chiedete chi ha sganciato quella bomba, vi dirà che è stato un bombardiere. Sa tutto. Ciò nonostante, i bambini ignorano la vita reale e alla richiesta di un disegno, vi presenteranno il disegno di un razzo, forse di una bomba. I bambini normali disegnano fiori e farfalle, perché pensano alla vita».

Bana è sazia e vuole il gelato. Facciamo un compromesso: prima può andare a giocare nell’area giochi con Mira. Le bambine corrono via accompagnate dalla madre di Mira, e mentre chiacchiero con Fatemah il mio cellulare continua a trillare riempiendosi di immagini di Bana in altalena, di Bana su una parete da arrampicata, di Bana su un’altra attrazione del centro commerciale. Gioisce. Ride. Mira è la sua prima nuova amichetta in Turchia e, benché si capiscano a stento, hanno legato.

Ritorno alla mia domanda: come è possibile conciliare il fatto di essere una bambina, la sopravvissuta di un assedio e un simbolo globale a uno stesso tempo? Chiedo a Fatemah se lei, sua madre, si senta lacerata da ciò. Mi risponde pesando le parole: dice di essersi abituata al fatto che sua figlia attiri attenzione e follower, ma è spaventata all’idea che adesso possa essere considerata una bambina che parla di questioni importanti, forse senza capirle fino in fondo. Ora che vivono in Turchia, mi spiega, Bana non fa altro che parlare di Aleppo, dice di voler salvare i bambini siriani. Fatemah è guardinga: sta prendendo in considerazione l’idea di restare in Turchia, di imparare il turco, di cercare scuole per i suoi figli.

«Bana è una bambina di guerra e una bambina di guerra capisce più cose degli adulti e si preoccupa per gli altri più di loro, perché percepisce di aver perduto qualcosa per sempre. Durante la guerra era nostra figlia, ma nel contempo era anche la sorella maggiore dei suoi fratellini e voleva fare loro da angelo custode, essere la loro salvatrice. Ha sempre avuto una grande paura di perdere uno di noi, ma ha trovato l’energia e le risorse per fare qualcosa. Adesso che è libera, per lei è istintivo continuare ciò che ha iniziato a fare durante la guerra. Dice di voler tornare in Siria, che la Siria è libera e che lei tornerà a giocare lì. Parla della sua scuola e della sua casa».

Fatemah riflette ad alta voce, e si chiede se la guerra e la fama non abbiano fatto sì che sua figlia desideri cose che nemmeno lei, adulta, desidera: Fatemah vuole una vita normale, fare shopping nel centro commerciale, portare a termine gli studi. Bana, invece, vuole molto di più. Quando chiedo a Fatemah di farmi un esempio, ridacchia: «Se le chiedi “Perché Dio ti ha fatto venire al mondo?”, Bana risponde: “Il mio Dio mi ha creato per aiutare gli altri”. Non so come le sia venuta in mente una cosa del genere. La prima volta che glielo abbiamo chiesto, ci ha dato questa risposta. Quando parla così, ci lascia davvero stupefatti».

Fatemah aggiunge che la prima volta che Bana ha risposto così, lei e suo marito sono scoppiati a ridere. Quando poi glielo hanno domandato una seconda volta, la bambina si è arrabbiata e ha chiesto: «Perché ridete?».

Forse, l’aspetto più affascinante e irresistibile dei tweet di Bana è che, per lo più, erano il riflesso di un’innocenza perduta. Nella maggior parte dei casi, i suoi tweet riflettevano come sopravviveva da un giorno all’altro, quello che aveva fatto, quello che aveva visto. I suoi tweet erano piccole finestre aperte sull’infanzia, spalancate su un mondo macabro. Chiedo a Fatemah se è rimasta sorpresa dall’attenzione che i tweet della figlia hanno suscitato, tanto che perfino JK Rowling è diventata loro follower.

«Quando si esprimeva su Twitter, Bana parlava della sua vita, non di politica. Non c’è nessuna agenda politica dietro. Non c’era niente del genere… Lei è soltanto una bambina che si faceva sentire da una zona di guerra. Una bambina con la voglia di vivere e andare a scuola. Di notte sentiva le bombe. Ha visto morire la sua amica. Voleva scappare. Ha mostrato al mondo il giardino nel quale un tempo giocava e che poi non ha più potuto frequentare perché è andato distrutto dai bombardamenti. Ha mostrato al mondo tutto ciò. Come se dicesse: “Guardate: dalla mia finestra io vedo questo. Vedo piovere bombe”».

Bana e la sua nuova amica tornano al tavolo. Bana sceglie un cono di cialda con due palline di gelato – una di fragola e una di vaniglia – e una spruzzata di zuccherini. Fatemah ordina un caffè turco. Sistema un fermaglio tra i lunghi cappelli della figlia e fa una treccia a Mira, identica a quella della sua bambina.

Poi, con il cono gelato in mano, il fermaglio a posto, accaldata per essersi divertita nel parco giochi, Bana ride con la sua amica. E, all’improvviso, è soltanto una bambina di sette anni, nient’altro.

Traduzione di Anna Bissanti - Mehul Srivastava è il corrispondente di FT dalla Turchia.

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