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Dove inizia la crisi dell’Occidente

L'Analisi|Cultura & Società

Dove inizia la crisi dell’Occidente

Siamo abituati alle previsioni. Possono riguardare il tempo o l’economia, lo sport o le elezioni, un governo o i lavori che spariranno. Tutti le tentano, le discutono cercando di ipotecare un po’ di futuro. Ci sono i professionisti del genere, tra i quali - dato lo spazio concesso loro dai media - i più ascoltati sono sempre gli astrologi, i guru degli oroscopi. Certo, anche gli economisti occupano buone posizioni ma, come dire?, non sempre prevedono la crisi che poi si deve scontare. Quella iniziata nel 2008, dalla quale l’Occidente sta cercando di uscire, non si prevedeva né così lunga, né con le caratteristiche che sta mostrando. Mai come in quest’ultimo caso viene in mente quanto Rousseau ha scritto ne Il contratto sociale, un’opera che ogni tanto andrebbe riletta: “È una previdenza necessaria capire che non si può prevedere tutto”.

Questi pensieri, insieme alle invadenti proiezioni e agli exit poll generalizzati, vengono alla mente a chi riapre un saggio di Immanuel Wallerstein, Dopo il liberalismo (appena ristampato da Jaca Book, pp. 272, euro 24), un’opera della fine del secolo scorso che ritorna per la sua attualità. In essa l’autore, economista e sociologo statunitense, fra i teorici del cosiddetto “sistema-mondo”, prevedeva due decenni e qualche anno fa che nel volgere di mezzo secolo ci sarebbe stato un Nord sempre più ricco e attento ai diritti dei propri cittadini e un Sud minato da continui svantaggi. Quest’ultimo, opponendosi ai valori cari all’Occidente, avrebbe fatto quello che ora stiamo vedendo: disgregare il sistema mondiale per poter ricavare vantaggi, tentare la strada dell’emigrazione, ricorrere se necessario alla violenza. Una frase di Wallerstein colpisce: lo spostamento di popolazione avrebbe creato “un altro Sud all’interno del Nord”. E ancora questo economista e sociologo, dopo aver ricordato Mao («Il potere politico esce dalla bocca di un cannone»), ribadisce che il liberalismo, come lo intendeva l’Occidente, non ha più ragioni per sussistere dopo il crollo del comunismo della vecchia Urss e degli Stati satelliti. La stessa economia, con le sue concezioni riguardanti il capitale e gli investimenti, sarebbe mutata. La globalizzazione avrebbe ereditato molte incombenze economiche arrivando a dettare le regole a un mondo in cui domanda e offerta si sarebbero liberate anche dai non molti vincoli che poneva la vecchia politica.

Il saggio di Wallerstein è sostanzialmente dedicato alla crisi dell’Occidente, la quale si manifesta non soltanto nella perdita di influenza e di controllo sul resto del mondo, ma anche in troppe incapacità politiche e nell’impossibilità di superare facilmente le recessioni che diventano un’opportunità per gli speculatori. Cose analoghe, seppur con un linguaggio diverso e con scenari più colti, le aveva proferite Nietzsche alla fine dell’Ottocento. Sossio Giametta, uno dei massimi studiosi e traduttori del pensatore tedesco, ci confidava: «È l’incarnazione della crisi europea, il cosiddetto tramonto dell’Occidente». Del medesimo Giametta è appena uscita la nuova edizione da Garzanti di Introduzione a Nietzsche opera per opera (pp. 544, euro 16). La sua tesi è originale: il filosofo tedesco non sapeva di essere una creatura della crisi; con lui non comincia, come egli credeva, una nuova era ma finisce una civiltà. Gli esegeti lo hanno interpretato sul piano della storia della filosofia e non, ribadisce Giametta, “su quello della pura storia”. Pur essendo un antipolitico e, tuttavia, “un fenomeno epocale mitico-terrificante”, fu “profondamente dipendente dal suo tempo”, attualissimo invece che inattuale. Un’antenna che captò inconsciamente quanto sarebbe successo. Prosegue Giametta: “La crisi avanzava per conto suo, Nietzsche le ha conferito un corpo spirituale. L’ha legittimata, accelerata. In lui si comprende quello che stiamo oggi vivendo. Ha pensato la crisi nell’empireo della cultura, ma la sua filosofia, scendendo verso il popolo e raggrumandosi in movimenti politici, è all’origine, anzi è il cuore spirituale, di fascismo e nazismo”.

Nietzsche nega la realtà, che per lui è inafferrabile, inconoscibile; nega la verità come corrispondente alla realtà: è l’errore che ci permette di sopravvivere; nega il libero arbitrio, e quindi la responsabilità: per lui tutto è fatale; afferma la sopraffazione come legge fondamentale della natura, la necessità della schiavitù e la strumentalizzazione della religione per penetrare nell’anima dei sudditi. Si potrebbe continuare. Tutto questo coincide con quanto stiamo vedendo? Chi ha realizzato un simile programma? Datevi una risposta senza cercarla tra i lettori di Nietzsche.

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