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Mps, Deutsche Bank e la Vigilanza Bce «flessibile» sui derivati

l’inchiesta ESCLUSIVA

Mps, Deutsche Bank e la Vigilanza Bce «flessibile» sui derivati

La sede della Deutsche Bank a Francoforte (Ap)
La sede della Deutsche Bank a Francoforte (Ap)

Secondo Sabine Lautenschläger, vice-presidente dell'organo di sorveglianza della Bce, «le banche dell'area dell'euro sono vigilate sulla base degli stessi standard e nel modo più obiettivo possibile». Ma questa asserzione di rigore e imparzialità fatta dall'avvocatessa di Stoccarda che governa la macchina del Single supervisory mechanism, o Ssm, si scontra con quanto accertato da un'inchiesta condotta negli ultimi mesi da Il Sole 24 Ore.

Un’approfondita analisi delle attività di vigilanza svolte sulle due banche europee che più di altre sono state affette dai grandi problemi del sistema bancario internazionale, quello dei cosiddetti Non-performing loan (o Npl, cioè i crediti deteriorati) e quello dei titoli di livello 3 (e cioè i derivati) ha messo in luce approcci visibilmente asimmetrici, contraddistinti dall’estrema severità sui Npl ed evidenti deficit di rigore sui derivati.

Due pesi, due misure
Dalle testimonianze e dai documenti raccolti abbiamo concluso che l’Ssm ha dato prova di severità nei confronti del Monte dei Paschi di Siena e d’indulgenza in quelli di Deutsche Bank, due banche forse non a caso fortemente legate alla storia dei rispettivi Paesi di appartenenza. Il Monte in quanto più antica banca italiana (e del mondo), Deutsche in quanto istituto di credito fondatore di Lufthansa e responsabile, nel lontano 1926, della storica fusione tra le case automobilistiche Daimler e Benz.

Se c’è una persona in grado di avere un quadro accurato delle attività della sorveglianza europea e della loro incisività, questa è proprio Sabine Lautenschläger. L’avvocatessa tedesca è non solo l’unico membro del Ssm ad avere un doppio ruolo, appartenendo anche all’Executive board, l’organo decisionale supremo della Banca centrale europea presieduto da Mario Draghi, ma ha anche il controllo operativo della macchina della vigilanza. È stata lei a supervisionare la definizione di modalità e metodologie dell’Asset quality review (o Aqr), il grande check-up che l’Ssm ha fatto sui bilanci delle 128 maggiori banche europee nella seconda metà del 2014. Ed è lei a rappresentare la Bce al Comitato di Basilea. «Fuori, la presidente Danièle Nouy è il volto dell’Ssm. Ma negli equilibri interni, Lautenschläger è considerata più decisiva», ci dice una persona che ha lavorato con entrambe.

Insomma è da escludere che Sabine Lautenschläger non sappia come sono andate le cose. Eppure le sue dichiarazioni d’imparzialità contrastano con i fatti: a Mps l’Ssm ha imposto condizioni patrimoniali, chiesto contromisure creditizie e soprattutto dato scadenze ben definite, mentre a Deutsche ha riservato un trattamento di favore esclusivo e concesso la gradualità più lasca.

La prova più evidente deriva da un’analisi delle recenti ispezioni che in questi ultimi mesi l’Ssm ha condotto sia a Rocca Salimbeni negli uffici del Monte sia nelle Torri gemelle di Francoforte presso Deutsche.

Un ispettore molto determinato
A Siena la vigilanza europea ha inviato come capo-ispettore il franco-tedesco Jan Hemmers, noto per i suoi picchi di severità, che ha trascorso a Rocca Salimbeni ben oltre i sei mesi solitamente dedicati alle ispezioni più approfondite. In sé la cosa è giusta e doverosa, viste le passate inadempienze e irregolarità che il 3 ottobre 2013 hanno portato Banca d’Italia a disporre sanzioni agli allora vertici di Mps per un totale di 3.472.540 euro; le debolezze patrimoniali dell’istituto senese emerse dagli stress test; il grave problema dei suoi crediti deteriorati, o Npl.

«L’Ssm era stata a mio giudizio sin troppo clemente con il Monte dei Paschi. Quindi è bene che sia recentemente intervenuta con determinazione», ci dice Nicolas Véron, economista francese del think tank economico Bruegel ritenuto vicino alla Banca centrale.

Ma a Il Sole 24 Ore risulta che Hemmers sia andato ben al di là della «determinazione».

Un’ispezione sui crediti deteriorati è solitamente composta da varie fasi: si dividono le posizioni in gruppi omogenei, si scelgono i più importanti e da questi si estrae un numero limitato di pratiche da utilizzare come campioni indicativi di un’intera categoria. Poi si analizzano queste pratiche e si calcolano i flussi di cassa attesi, scontati e posizionati nel tempo in base anche alle lungaggini delle procedure di vendita degli eventuali immobili a garanzia. Dopodiché si fa la proiezione statistica sull’intera popolazione di riferimento.

Hemmers è stato criticato per aver scelto alcune posizioni particolarmente negative, aver condotto analisi molto severe e poi estrapolato valutazioni esageratamente sfavorevoli. Che hanno prodotto effetti devastanti, con previsioni di perdite molto forti.

«Ufficialmente la vigilanza è ovviamente sempre neutra. Ma la realtà dei fatti è che il contesto e la percezione contano molto. Tutti gli ispettori sanno dunque se il loro mandato è quello di andar giù duro, o non far troppo male», ci spiega un ex ispettore che oggi lavora per una banca privata (ma non Mps). «È chiaro che Hemmers è andato a Siena con il mandato di non risparmiare alcun colpo», spiega.

Persino la sua scelta potrebbe non essere stata casuale. Come detto, all’Ssm Hemmers ha la fama di persona inflessibile. E in una precedente ispezione in Grecia, la sua tendenza a estremizzare è arrivata a creare problemi. Anche lì al nostro giornale risulta che si sia lanciato in proiezioni che alcuni hanno definito «tagliate con l’accetta», facendo leva su assunzioni intransigenti che lo hanno portato a scontare lungo molti anni i flussi di cassa attesi, abbattendo pesantemente la valutazione dei crediti. In sede di revisione del rapporto, a Francoforte, le sue conclusioni negative sono state però significativamente ridimensionate, uno smacco che non accresce certamente la reputazione di un ispettore.

A Siena è successa la stessa cosa. Ma qui in modo ancor più manifesto ed esplosivo. La componente italiana del gruppo ispettivo ha deciso di redigere una sorta di dissenting opinion prima ancora che si arrivasse al cosiddetto final finding, il rapporto conclusivo da presentare a Francoforte. Questo documento, di cui Il Sole 24 Ore ha rivelato l’esistenza il 17 gennaio scorso, ha reso esplicito un chiaro disaccordo interno sulle conclusioni a cui l’ispettore-capo stava pervenendo. Non sappiamo stabilire chi fosse nella ragione, ma il dissenso dichiarato ufficialmente è come minimo indicativo del fatto che le conclusioni di Hemmers sono tutt’altro che inattaccabili.

La sottovalutazione dei derivati
In ogni caso l’approccio seguito da Hemmers cozza apertamente con quello dell’ispezione recentemente terminata in Deutsche Bank e condotta dall’italiano Emanuele Gatti. Al suo team è stato affidato dall’Ssm solo il compito di concentrarsi su un’analisi organizzativa dei processi, dei sistemi e in generale della qualità del risk management. Non gli è stato invece neppure chiesto di provare a prezzare le posizioni di livello 3.

L’Ssm ha preso questa decisione nonostante la storia di trasgressioni delle norme vigenti costata a Deutsche Bank oltre 15 miliardi di dollari; nonostante l’Aqr del 2014 avesse omesso di calcolare autonomamente i valori reali dei titoli di livello 3 in pancia a Deutsche Bank; nonostante gli stress test del luglio scorso fossero stati superati per il rotto della cuffia, grazie anche a un trattamento di favore dell’Ssm che ha eccezionalmente concesso alla banca tedesca di contabilizzare un’operazione di vendita in Cina non ancora formalmente chiusa; e nonostante al vertice della banca di Francoforte rimangano molti top manager protagonisti degli anni della finanza allegra, ovvero della mancata pulizia.

Quando abbiamo fatto notare quest’ultimo punto alla banca tedesca, ci è stato risposto che «non solo c’è stato un nuovo inizio nella composizione del Management board, ma direttamente sotto quel livello, tre quarti dei nostri manager sono in nuove posizioni o addirittura, in molti casi, nuovi nella banca». Resta un fatto: cinque degli undici membri del Management board e sette dei venti membri del Supervisory board erano in posizioni apicali anche prima.

Per quel che riguarda l’Aqr del 2014, nel corso della nostra inchiesta abbiamo appurato che sin dalla fase di definizione dell’impostazione e della metodologia da adottare, sia l’Ssm sia i suoi advisor della società di consulenza Oliver Wyman avevano apertamente deciso di rinunciare a fare una valutazione dei titoli di livello 3. A Il Sole 24 Ore risulta che il responsabile del team di Oliver Wyman, Ian Shipley, spiegò che non sarebbe stato possibile fare la validazione di prodotti altamente strutturati perché mancavano le competenze sia nelle banche centrali sia nelle società di consulenza che, come la sua, avrebbero prestato supporto tecnico per l’Aqr. Il nostro giornale ha provato a chiedergli conferma di ciò, ma Shipley ha preferito non parlarci.

Il punto che ci risulta abbia espresso è stato questo: mentre la metodologia per esaminare i crediti deteriorati sarebbe stata accessibile a qualsiasi ispettore, con i derivati i soli esperti in grado di “far girare” i modelli che avrebbero permesso di mettere alla prova le valutazioni riportate nei bilanci degli istituti vigilati sarebbero stati quelli delle banche d’investimento americane, da Goldman Sachs a Morgan Stanley, che avevano escogitato i prodotti in questione. E che li avevano venduti alle banche europee. Ricorrendo a loro si sarebbe ovviamente incorsi in una situazione di potenziale conflitto d’interesse.

Oltre alla competenza, sarebbero inoltre mancati anche l’accesso ai dati e soprattutto il tempo. Mentre i contratti di credito sono facilmente valutabili con metodologie e dati accessibili a tutti gli addetti ai lavori – i bilanci della società creditrice, la serie storica dei pagamenti, l’utilizzo delle linee di finanziamento, le informazioni proprietarie della banca sulla controparte, le perizie degli eventuali immobili dati a garanzia, i tempi di recupero di un credito previsti dal sistema giudiziario locale – i derivati sono complessi contratti legali prezzati sulla base di variabili e scenari tanto ipotetici quanto articolati. Per verificare il valore di ognuno di loro serve un modello a sé stante.

Per analizzare una posizione creditizia ci si impiega da mezza giornata a tre giorni, e quindi la valutazione di un portafoglio da 10 miliardi con una campionatura di 1.000 posizioni richiede tra i 500 e i 3.000 giorni-uomo. Ma per valutare 10 miliardi di derivati servirebbe un ammontare di tempo improbabile.

Ecco dunque perché Oliver Wyman e Lautenschläger hanno optato per un approccio extralight per l’Aqr sui titoli di livello 3.

Un’analisi superficiale
«Ma se non si è potuto estrapolare nulla e non si sono valutati i singoli derivati, come si fa a ritenerla una vera verifica?», si domanda a voce alta una persona a conoscenza dei fatti, che aggiunge: «La realtà è che in occasione della definizione della metodologia dell’Aqr si è scelto di tenere buoni italiani, spagnoli e portoghesi includendo anche la parte di analisi dei derivati. Ma poiché è stata assolutamente superficiale, ha finito per dare a una banca come Deutsche un attestato di credibilità assolutamente non giustificato».

«La crisi ha dimostrato che le valutazioni dei titoli di livello 3, quelli il cui valore viene dato da un modello e non dal mercato, non sono scritte nella pietra. Al contrario, sono “volatili”, in quanto le ipotesi e i modelli che stanno alla base della valutazione non sono sempre affidabili. E per il regolatore, non valutare accuratamente quei titoli significa non aver imparato la lezione», aggiunge Emilio Barucci, esperto di finanza quantitativa del Politecnico di Milano.

Abbiamo chiesto alla Sorveglianza europea se si ritiene in grado di fare quelle valutazioni. «Il personale Ssm ha le competenze e l’esperienza necessarie per sorvegliare il rischio di mercato, tra cui i cosiddetti titoli di livello 3, secondo la definizione di contabilità e valutazione», ci è stato risposto da un suo portavoce.

Ma Barucci non concorda. «Non sembra che l’Ssm abbia fatto quelle valutazioni neppure nella seconda tornata di stress test, quella condotta nel luglio scorso. E questo mi porta a concludere che non si siano ancora attrezzati e non abbiano ancora sviluppato le competenze interne che possano metterli in condizione di affrontare la situazione», ci dice il professore del Politecnico.

Seppur in modo più cauto su questo sembra concordare persino Nicolas Véron, il già citato economista francese considerato da alcuni in Italia come vicino alla Bce: «Se la domanda è: ha l’Ssm raggiunto un grado di comprensione dei titoli di livello 3 in grado di sostenere un approccio di sorveglianza compiuto? La risposta è: probabilmente non ancora».

Potrebbe essere questo il motivo per cui la “inspection letter” con cui l’Ssm ha declinato il mandato del team ispettivo presso Deutsche Bank non includeva il compito di prezzare i derivati.

«Ma fare un’ispezione a Deutsche Bank e non valutare i titoli di livelli 3 bensì solo i processi, è come fare un’ispezione al Monte dei Paschi senza valutare gli Npl», osserva una nostra fonte.

Le carenze nel risk management
A Il Sole 24 Ore risulta che persino sulle questioni su cui gli ispettori avevano il mandato di svolgere verifiche approfondite, Deutsche Bank non sia uscita bene. Sebbene il rapporto finale sia ancora in fase di revisione interna, evidenzierà carenze su vari fronti.

«Dall’ispezione risulta che i presidi di controllo dei processi sono modesti e i sistemi di risk management non sono integrati o sufficienti a fare il challenge al cosiddetto front office, quello che genera profitti per la banca», ci dice la fonte. «Il risk management in una banca è tanto più solido quanto è in grado di sfidare il front office, soprattutto quando si parla di prodotti altamente strutturati e privi di valore di mercato. Ma per sfidare le conclusioni del front office e confutare le sue valutazioni, occorrono sistemi e infrastrutture molto forti. Che Db non ha dato prova di avere».

Insomma, sono passati nove anni dal 2008, quando la banca tedesca si è trovata tecnicamente in default, ma il risk management non ha ancora la robustezza richiesta. Del resto, quanto poco sia cambiato in quell’area, lo attesta lo stesso nome del responsabile. Il Chief risk officer, o Cro, di Deutsche Bank è Stuart Lewis, un manager che lavora nella banca di Francoforte dal lontano 1996 e che era deputy-Cro tra il 2010 e il 2012, periodo in cui la struttura di risk management dell’istituto di credito è stata accusata di aver insabbiato inadempienze che nel 2015 hanno portato l’organo di vigilanza americano Sec a sanzionarla per 55 milioni di dollari.

Il Sole 24 Ore ha tra l’altro appurato che a esprimere dubbi su di lui fu anche Bill Broeksmit, l’alto dirigente di Deutsche Bank esperto di risk management unanimemente considerato persona di grande spessore morale che il 26 gennaio 2014, nel mezzo di una stagione della storia della banca caratterizzata da numerose inchieste, si è tolto la vita. In una email inviata a un amico prima di morire, Broeksmit scrisse: «Il background di Stuart è nel rischio di credito. Non è particolarmente fluente nel rischio di modello». Eppure è dal 2012 che Deutsche affida a lui il compito di monitorare anche il rischio potenzialmente più grave che ha in pancia, quello di modello.

Quando abbiamo chiesto ragione del diverso trattamento riservato al problema dei Npl rispetto a quello dei derivati, la Bce ha risposto: «I titoli di livello 3 non sono crediti deteriorati. Comprendono infatti diversi tipi di strumenti di mercato, e conseguentemente le azioni di controllo richieste dipendono dalle diverse caratteristiche di rischio».

Questa la dichiarazione pubblica. Ma a Il Sole 24 Ore risulta che, dietro le quinte, le criticità emerse dall’ispezione di Deutsche Bank abbiano spinto l’Ssm a porsi la questione della sua mancanza di visibilità sui titoli di livello 3. «Analizzando i processi di risk management, il team ha evidenziato molti punti deboli relativi a derivati di ogni genere: da quelli con assicuratori o riassicuratori nei quali il cosiddetto sottostante era il rischio di sopravvivenza, ai derivativi “climatici”. Per finire con contratti ultrastrutturati con il Qatar», ci dice la fonte. «Le debolezze del risk management hanno poi fatto sorgere il sospetto che anche le valutazioni dei derivati possano non essere robustissime».

Il nostro giornale ha appurato che sui derivati l’Ssm ha attivato un gruppo di lavoro con il mandato di effettuare una cosiddetta “thematic review”, termine con cui Francoforte definisce un’analisi orizzontale su un problema ritenuto rilevante per più banche. Anche se le preoccupazioni sono concentrate su Deutsche Bank, l’Ssm ha finalmente concluso che la criticità non può più essere ignorata. Tant’è che, da quel che ci risulta, ha coinvolto nel progetto Patrick Amis, uno dei due vice direttori generali del Direttorato responsabile della “Micro-prudential supervision”. Contattata da Il Sole 24 Ore per una conferma, la Bce ha risposto con un «no comment».

I frutti dell’asimmetria
Ma indipendentemente da questo, rimane il tema dell’asimmetria di approccio dimostrata finora. Se non c’è dubbio che, come ama ripetere Danièle Nouy, la criticità dei titoli di livello 3 non costituisce più una minaccia sistemica per il sistema bancario europeo, la ragione è soprattutto dovuta al fatto che le banche europee che nel 2008 e 2009 erano ad alto rischio hanno avuto il tempo per ridurre gradualmente la propria esposizione. È così che Deutsche Bank è riuscita a passare dagli 87,663 miliardi del 2008, che all’epoca rappresentavano addirittura il 274,7% del patrimonio netto, ai 25,8 del settembre dell’anno scorso (ultimo dato disponibile).

Il problema dei Npl degli istituti di credito italiani rimane invece più serio che mai, e soprattutto di un ordine di grandezza di gran lunga maggiore, anche perché legato alla crisi dell’economia italiana. Ma dalla nostra inchiesta è emersa chiaramente un’asimmetria di comportamento da parte dell’Ssm.

«È legittimo oggi chiedersi se l’Ssm abbia guardato a Db come ha guardato a Mps. E non c’è dubbio che la difformità di approccio sia stata molto profonda», ci dice uno dei consulenti che ha lavorato con la Banca centrale europea. Il suo commento è condiviso anche da un ex ispettore di Banca d’Italia, secondo il quale, «spingendo per la dismissione dei Npl, la sorveglianza europea sta introducendo di fatto una distorsione del mercato che porta le banche ad avere condizioni peggiori. E questo è un approccio marcatamente disomogeneo con quello adottato con la banca tedesca».

A Deutsche Bank è stato concesso tutto il tempo per liberarsi di titoli tossici e irrobustire il proprio risk management (cosa peraltro ancor oggi non ultimata), mentre ai senesi sono arrivate direttive perentorie nelle condizioni e nei tempi.

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