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Europa, c’è ancora vita in questa vecchia ragazza

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Europa, c’è ancora vita in questa vecchia ragazza

Fanciulla - Una classica rappresentazione del “Il ratto d’Europa”
Fanciulla - Una classica rappresentazione del “Il ratto d’Europa”

Mentre si accinge a festeggiare il suo sessantesimo compleanno a Roma il prossimo fine settimana, l'Europa è davvero in pessima forma. Da un recente check-up medico risulta che sta per subire l'imminente amputazione di una mano (cancrena brexitosa); che è stata colpita al piede da un'infiammazione terribile (putinismo ucraino); che una malattia della pelle le deturpa varie parti del corpo, aggravata da una pericolosa reazione allergica (xenofobia populista); che poco alla volta un'ulcera le sta distruggendo lo stomaco (eurozonite); e che è affetta da logorrea e perdita della memoria.

Oltre a tutto ciò, il dottore teme che presto anche il suo cuore possa andare in arresto cardiaco (sindrome aritmica di Le Pen). Quando l'Europa era sulla trentina – negli anni successivi al 1989, caratterizzati da rosee speranze – ucraini e moldavi, turchi ed egiziani non potevano fare a meno di girarsi ad ammirarla, quando questa affascinante signora faceva il suo ingresso in una stanza. Adesso non la notano proprio. Come se non bastasse, infine, il suo partner storico è andato del tutto fuori di testa (esasperato egocentrismo narcisistico trumpiano).

Raffigurare l'Europa nei panni di una donna è presumibilmente una consuetudine antica come il mondo. I lettori ricorderanno che l'Angelina Jolie della mitologia nell'Antica Grecia era spesso rapita da un molestatore sessuale seriale di nome Zeus che si camuffava da toro. Ma la Ue – l'odierna “Europa” – assomiglia più alla splendida immagine della Regina Europa disegnata nel XVI secolo dal cartografo Sebastian Münster: il suo corpo è formato da molti Paesi e territori europei. L'Europa di Münster è una signora dall'aria maestosa – con tanto di corona, globo e scettro – , ma ha anche molte parti distinte. Questo perché l'Europa, intesa come nazione unica, la nazione europea, è una creazione immaginaria del sogno federalista e dell'incubo euroscettico. Non è la realtà.

Ed eccoci al problema di alcune delle prescrizioni mediche dei dottori di Bruxelles. Si consideri, per esempio, il recente libro bianco della Commissione europea a opera dell'illustre gastroenterologo lussemburghese Jean-Claude Juncker che riporta l'interessante sottotitolo “Riflessioni e scenari per l'Ue27 del 2025” (non vi saranno più allargamenti, dunque?). Il libro bianco illustra convenientemente cinque scenari dal titolo esaustivo: “Tirare avanti”, “Nient'altro che mercato unico”, “Quelli che vogliono di più fanno di più”, “Fare meno con più efficienza” e “Fare molto di più insieme”.

Poi, però, il libro decolla nel mondo delle nuvole con l'idea che un ampio dibattito popolare in tutta Europa possa culminare in quello che Juncker definisce con grande modestia “il mio discorso sullo Stato dell'Unione del settembre 2017”, e da lì in poi si perde in una “linea d'azione da concretizzare in vista delle elezioni del Parlamento europeo del giugno 2019”. Come se l'intero continente non stesse aspettando altro che il discorso di Juncker e stesse trattenendo il respiro, così come gli americani aspettano quello sullo Stato dell'Unione del loro presidente.

Questa è politica senza politica. Una tabella di marcia più realistica potrebbe prevedere le seguenti cose: seguendo il buon esempio degli elettori olandesi – che questa settimana hanno arginato a piè fermo la sfida populista del partito della Libertà di Geert Wilders –, al secondo turno delle loro elezioni per la presidenza del 7 maggio gli elettori francesi si schiereranno formando un fronte compatto per evitare che l’Europa intera sia colpita da un arresto cardiaco di tipo lepeniano; la questione del debito greco è in qualche modo posticipata fino al termine delle elezioni tedesche del 24 settembre; in Italia si scongiura una crisi bancaria e/o politica. Se riuscissimo a cavarcela così – e si tratta di un “se” non indifferente – allora, forse, una coalizione di leader nazionali bendisposti riuscirebbe a collaborare con i tre “presidenti” dell’Ue e con le sue istituzioni (Consiglio, Commissione e Parlamento) per escogitare il modo per avviare alla convalescenza l’Unione europea a partire dal 2018.

La verità è assai complessa: l’Europa ha bisogno di tutta una sfilza di trattamenti, ciascuno dei quali deve basarsi su una diagnosi meticolosa del singolo problema, che si tratti di Brexit, di populismo, di zona euro, di interferenze della Russia in Ucraina, della piaga dei rifugiati provenienti da Paesi con noi confinanti, della dittatura incombente in Turchia o di come sia possibile convivere con Donald Trump.

Alcuni trattamenti implicano di agire a livello della Ue, altri insieme ad altri raggruppamenti: ai confini esterni dell’Area Schengen, per esempio, o tramite la Nato quando verrà il momento di difendere gli Stati baltici dalla minaccia ibrida del presidente russo Vladimir Putin. Per quanto concerne le attività interne all’Ue, la strada migliore da imboccare dovrebbe essere quella che porta più o meno sia al terzo sia al quarto degli scenari illustrati da Juncker: “Quelli che vogliono di più fanno di più” e “Fare meno con più efficienza”. In ogni caso, tuttavia, la battaglia per l’Europa si vincerà o si perderà nelle politiche nazionali e regionali delle molte parti che la compongono, con le loro lingue diverse e i loro stili diversi.

Spetta infatti ai politici, agli intellettuali, ai docenti e ai leader aziendali di Francia, Germania e Italia addurre valide argomentazioni nei loro Paesi, nella loro lingua, a favore della continuazione e della riforma dell’Ue. E altrettanto vale per valloni e fiamminghi, polacchi e spagnoli, catalani e irlandesi. E, sì, anche per gli inglesi.

Dove le politiche europee stanno provocando danni, dobbiamo dirlo apertamente e cambiare le cose, ma i politici delle varie nazioni devono assolutamente smetterla di rifilare a Bruxelles la colpa delle cose negative che capitano, prendendosi tutto il merito delle positive. Devono ascoltare con grande attenzione le moltitudini di elettori scontenti, e mettere a punto politiche e strategie mirate a risolvere le loro preoccupazioni e a dare soluzioni con parole dirette e allettanti in grado di raggiungere le orecchie di coloro che sono intrappolati nelle casse di risonanza connesse a internet del populismo.

Come ogni comunità politica, anche la Ue sopravvivrà soltanto se un numero sufficiente dei suoi abitanti (e dei suoi popoli) vuole che sopravviva.

Arrivata a sessant’anni, l’Europa non è in gran forma, eppure c’è ancora vita in questa vecchia ragazza. Avere la determinazione e l’intima convinzione di voler stare meglio è già molto. Poi, in ogni caso, giova sempre mantenere un certo senso dell’umorismo.

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