Commenti

Il caso Deutsche tra tante multe e pochi controlli

l’inchiesta

Il caso Deutsche tra tante multe e pochi controlli

Reuters
Reuters

Da un paio di settimane nel mondo della finanza e nei media il nome di Deutsche Bank è associato alla richiesta di ricapitalizzazione da otto miliardi di euro avanzata il 5 marzo dall'amministratore delegato John Cryan.

È la terza volta in cinque anni che l’istituto di Francoforte è costretto a ricorrere al mercato per migliorare il proprio stato patrimoniale. E la causa è duplice: perché negli anni della finanza tossica è stata una delle banche più aggressive, e perché negli anni successivi non è riuscita a risolvere tutti i problemi.

Ma delle colpe e responsabilità di Deutsche molto è stato scritto. Mentre di quelle di chi si sarebbe dovuto assicurare che la banca non commettesse i «gravi errori» per i quali il 2 febbraio scorso Cryan ha chiesto «sinceramente scusa» non ha finora parlato nessuno. Ci riferiamo alle autorità di vigilanza della banca-madre, quella con il quartier generale a Francoforte, e cioè Bundesbank e BaFin. Che, almeno formalmente, hanno avuto il compito di vigilare su Deutsche fino al novembre 2014, quindi sia negli anni della finanza esotica e creativa, sia in quelli del grande risveglio dei controllori addormentati.

Il sonno delle autorità di vigilanza

Ebbene, nella prima fase i controllori di Bundesbank e BaFin non hanno visto niente. Nella seconda, non hanno neppure alzato la voce. Perlomeno non pubblicamente.

E mentre loro esprimevano il proprio disappunto con missive private, le autorità di vigilanza dei Paesi in cui operavano le loro controllate estere hanno letteralmente massacrato di sanzioni il gigante di Francoforte, dopo aver scoperto il suo ruolo in due delle più sfacciate truffe della storia finanziaria internazionale, quella dell’impacchettamento dei mutui subprime americani e quella della manipolazione del tasso interbancario londinese Libor.

In una conferenza stampa di un paio di mesi fa l’allora Attorney general americano Loretta Lynch ha parlato di «immenso schema fraudolento messo in atto da Deutsche Bank» attraverso i subprime. Soltanto per saldare quel conto, la banca tedesca ha dovuto scucire 7,2 miliardi di dollari. Che si sono andati ad aggiungere ai 2,5 per lo scandalo del Libor. Ma queste somme sono state il primo e il secondo piatto di un menù sanzionatorio che ha incluso antipasti, contorni, dessert e digestivi di ogni genere: per aver violato le sanzioni con Iran, Libia, Siria e Birmania; per aver aiutato clienti americani a evadere le tasse; per aver facilitato l’esportazione di capitali e il riciclaggio a clienti russi e per una lunga serie di altre violazioni che includono Santorini, il contratto di derivati con il Monte dei Paschi di Siena, oggetto di procedimento giudiziario in Italia.

Per non correre il rischio di sbagliare, Il Sole 24 Ore ha chiesto alla stessa banca tedesca qual è il costo totale di multe, sanzioni, patteggiamenti e negoziati conclusi tra il 2013 e il febbraio di quest’anno. Il dato ufficiale, al cambio attuale euro-dollaro, ammonta a circa 18,9 miliardi di euro.

Viene dunque spontaneo domandarsi: ma dov’erano e cosa facevano i due regolatori tedeschi mentre Deutsche si esibiva in questa performance itinerante d’imbrogli e raggiri? E soprattutto: possibile che, una volta scoperto quell’incredibile groviglio di trasgressioni, non abbiano comminato neppure una multicina simbolica? Poiché non ve n’è traccia pubblica, abbiamo pensato di verificare rivolgendoci direttamente a loro. Li abbiamo contattati entrambi, ma separatamente. Le loro risposte sono state invece coordinate. Appellandosi all’Articolo 9 della legge bancaria tedesca ci hanno detto di non essere autorizzati a diffondere tali informazioni. Il che evidenzia una criticità: in tutto il mondo le sanzioni sono volutamente rese pubbliche sia per metterne a conoscenza il mercato sia per dare un segnale a tutti i soggetti vigilati che le trasgressioni non sono ammesse. Nel 2013 la spesso bistrattata Banca d’Italia ha per esempio multato il top management di Mps per quasi 3 milioni e mezzo per non aver informato l’Authority dei rischi dati da un derivato contratto con JP Morgan che serviva a finanziare la malaugurata acquisizione dell’Antonveneta.

Il caso dei derivati

Ma ancora più interessante è quello che abbiamo scoperto riguardo il grado di visibilità e d’incisività avuto dagli organi di controllo tedeschi sul punto debole di Deutsche Bank: il portafoglio di titoli di livello 3, i famosi derivati il cui abuso nel 2007/8 ha messo in ginocchio l’economia mondiale. Detto in poche parole: era del tutto insufficiente. Tant’è che per via di quei titoli, nel 2008, come tante banche d’investimento americane anche Deutsche è stata salvata per il rotto della cuffia da una modifica d’emergenza del cosiddetto Articolo 39 Ias, una misura di contabilità finanziaria internazionale applicata agli istituti bancari. Il 13 ottobre di quell’anno, il Board dello Ias ha approvato un emendamento che ha consentito a istituti come Deutsche di attribuire ai derivati valori contabili al costo storico anziché quello di mercato (il cosiddetto mark-to-market). «Se non fosse passato quell’emendamento, Deutsche sarebbe andata in default», ci dice un ex ispettore europeo.

Ma la stessa fonte ci spiega che se la banca è arrivata quell’anno di fatto a superare la soglia tecnica del default è stato anche per via delle carenze del sistema ispettivo tedesco. Perché a suo giudizio né Bundesbank né BaFin avevano il know-how o il mandato per fare ciò che ha permesso all’Ssm di appurare la gravità della situazione dei Npl di Mps o altre banche italiane: fare challenge, o mettere alla prova le valutazioni interne, prezzando autonomamente i derivati.

L’ignoranza dei revisori

«In realtà quelle competenze – come i dati e i modelli necessari a valutare un contratto legale di centinaia di pagine di scenari e assunzioni tanto esotiche quanto difficili da prevedere – non le avevano neppure le società di consulenza che facevano da supporto alle autorità di vigilanza tedesche», continua la nostra fonte. E sì, perché nelle loro ispezioni Bundesbank e BaFin potevano far ricorso a consulenti esterni privati, un concetto assolutamente estraneo a sistemi come quello italiano o francese, che invece per le ispezioni si servono esclusivamente di pubblici ufficiali.

Dopo che, sempre in coro, Bundesbank e BaFin ci hanno confermato questo fatto, abbiamo chiesto con quali criteri veniva fatta la selezione di questi consulenti, e come si è evitato il rischio di conflitto d’interesse.

BaFin ci ha risposto che «le società di revisione candidate devono dichiarare per iscritto di non aver alcun conflitto d’interesse», aggiungendo che, «per via della sua attività di supervisione quotidiana, BaFin ha un alto grado di conoscenza [del settore] ed è dunque in grado di giudicare se una società di revisione può essere esposta a conflitto di interessi. In quel caso non la impiega».

Bundesbank si è limitata a comunicarci che dovevamo farci bastare la risposta dei colleghi di BaFin. Insomma, come si direbbe a Roma, la politica era quella del “famo a fidasse”.

Conflitto d’interesse o meno, secondo una persona che ha lavorato sull’Asset quality review del 2014, la scelta di ricorrere ad advisor esterni è di per sé indicativa di un approccio poco aggressivo. «Un’ispezione dovrebbe essere affidata a un cane da tartufo, non a un raccoglitore di mele. Nel momento in cui tu dai quel compito in delega a terzi, stai di fatto optando per il raccoglitore di mele: uno che se non ha le mele sotto gli occhi, non va a cercarle», ci dice questa nostra fonte che ci ha chiesto di rimanere anonima.

Il matematico whistleblower

-A parlarci dell’incisività delle ispezioni fatte dalla BaFin senza domandarci l’anonimato come le altre fonti, è Eric Ben-Artzi, un matematico che nel 2010 lasciò Goldman Sachs per andare a lavorare a Deutsche a New York con il compito di studiare i modelli di derivati esotici.

«Ricordo che in un’occasione vennero degli ispettori BaFin da Francoforte», ci dice. «A me sembrò una buffonata, o comunque una cosa del tutto disfunzionale. Non hanno mai chiesto di parlare con chi agiva al mio livello, quello operativo e ovviamente in quell’audit non trovarono nulla. Ma in quel modo non avrebbero mai potuto trovar alcunché».

A scoprire quello che non andava fu lo stesso Ben-Artzi: nel giro di pochi mesi si rese conto che, nei propri bilanci, la banca aveva registrato il possesso di complessi derivati chiamati Leveraged superior senior, o Lss, a un valore nominale totale di 200 miliardi di dollari, omettendo di dichiarare ai regolatori l’ammontare dei rischi che quei contratti implicavano (dai quali avrebbe dovuto coprirsi stanziando capitale).

«Io ho riportato l’incongruenza a mezzo mondo dentro la banca, salendo sempre più su nella scala gerarchica. Prima a New York, poi a Londra e infine a Francoforte. Ma nessuno mi ha voluto dare retta», ci dice Ben-Artzi. La scusa adottata era che quei prodotti erano così complessi che non vi era modello in grado di calcolarne i rischi di copertura.

Il matematico, che come molti appartenenti a quella categoria è persona poco incline al compromesso, ha denunciato tutto all’organo di vigilanza americano, la Security and exchange commission, o Sec. Dopodiché ha preso un periodo di pausa-paternità.

La cacciata di chi non si adegua

Poco dopo essere tornato, il 7 novembre 2011, Ben-Artzi è stato convocato nella sala conferenze della banca, dove ha trovato, collegato in videoconferenza, Lars Popken, il suo supervisore di Londra. In quell’occasione gli è stato comunicato il licenziamento. In tronco. Avrebbe dovuto lasciare l’ufficio seduta stante. Senza neppure il tempo per riempire lo scatolone di cartone di prammatica, quello con gli oggetti personali che il fallimento della Lehman ha reso noto al mondo intero.

Meno di quattro anni dopo, la Sec ha negoziato con Deutsche una sanzione di 55 milioni di dollari dopo aver appurato che l’istituto tedesco aveva in realtà piena consapevolezza del rischio di quei contratti Lss. In un negoziato con la sua controparte canadese, avvenuto in quel periodo a Montreal, lo aveva quantificato tra 1,5 e tre miliardi di dollari.

Eric Ben-Artzi da due anni lavora per Bond It, una startup israeliana. Lars Popken invece è ancora con Deutsche Bank a Londra, dove è diventato responsabile globale della Market Risk Methodology.

© Riproduzione riservata