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Se il riscatto del Sud passa dai valori

Italia

Se il riscatto del Sud passa dai valori

Vedere gli spazi della politica e quelli dell’amministrazione pubblica occupati da diatribe poco edificanti e per niente costruttive apre la strada a reazioni diversificate. Amarezza e delusione prima di tutto, ma anche disaffezione e rifiuto dell’impegno politico uniti al proliferare del poco impegnativo ma tanto redditizio (in tutti i sensi) armamentario del populismo. Per fortuna, però, lo scenario descritto riesce a provocare anche la voglia di ribellarsi alle passioni interessate e alle indignazioni a comando che continuano a propinarci i cosiddetti talk show politici. I motivi per non morire di fatalismo credo ci siano ancora tutti. Basta, ad esempio, non dar retta o comunque relativizzare l’importanza dei titoli di alcuni media per rendersi conto che vi sono vecchi temi che, se ripresi in mano da persone serie e motivate, possono riaccendere la passione e la voglia di partecipare.

Prendiamo la «questione meridionale». Un tema che negli ultimi anni è stato derubricato dalle agende politiche o, quanto meno, messo – erroneamente – in secondo piano. Ho sentito dire tante (troppe) volte che lo sviluppo del Meridione è strettamente connesso allo sviluppo dell’Italia intera. Eppure i dati economici più recenti mostrano come la crisi degli ultimi anni abbia accentuato le differenze esistenti fra Nord e Sud. Se tale processo di crescita a due velocità non verrà almeno mitigato, in futuro sarà sempre più difficile anche solo ipotizzare politiche economiche “nazionali”, che siano in grado di interrompere l’emorragia di risorse e capacità che sta investendo il Mezzogiorno, di cui la fuga dei giovani rappresenta la punta dell’iceberg. Allo stesso tempo, è bene tenere presente che ormai si parla sempre di più di «questioni meridionali», proprio per evidenziare che anche all’interno delle regioni del Sud esistono situazioni fra loro differenti che richiedono di essere osservate attentamente da vicino per coglierne le peculiarità e ipotizzare delle vie di uscita dalla crisi economica e sociale.

I problemi recenti sono purtroppo molto simili a quelli già studiati a partire dalla fine dell’800 e si sono, almeno in parte, aggravati con la recente crisi economica che ha investito tutto il Paese. Le regioni del Sud continuano ad avere un Pil pro capite decisamente inferiore a quello delle regioni del Centro-nord (addirittura inferiore del 45,8% nel 2013), anche se è interessante notare come nel lungo periodo, sia dall’Unità d’Italia a oggi che nella sola età repubblicana, il Pil del Sud sia cresciuto più di quello del Centro-nord.

Continua, ancora negli ultimi anni, l’esodo ingente di risorse umane, anche se adesso il fenomeno riguarda soprattutto giovani con titoli di studio elevati; tale circostanza è aggravata da un altro fenomeno più nuovo, vale a dire il crollo delle nascite che ha portato le regioni meridionali a perdere il primato della «fecondità femminile». È forse questo il dato più preoccupante, da cui conviene ripartire. I recenti fenomeni migratori, oltre a impoverire il tessuto sociale del Sud, hanno anche effetti economici non trascurabili, come quello di deprimere la domanda locale di beni e servizi, ragion per cui l’economia locale rischia di entrare in una spirale negativa che può essere controbilanciata solo dall’aumento della domanda dei mercati esterni (non solo alla provincia, ma forse all’Italia, viste le difficoltà in cui si trova la stessa economia nazionale).

Non lo so se si può ancora invocare una politica di sviluppo per il Mezzogiorno senza essere tacciati di “ingerenza”. Mi chiedo soprattutto se è possibile - come ho fatto nei giorni passati nel corso di un Convegno presso la Camera dei Deputati - richiamare alcune precondizioni per una politica di sviluppo. A cominciare dalla riscoperta del valore della comunità. Il Sud esisterà come area territoriale, a cui deve andare l’attenzione delle istituzioni, solo se tornerà ad essere “comunità” attraverso la riscoperta dei valori e la ricostruzione di un tessuto comunitario. Strettamente legata a questo, la lotta alla criminalità. Deve essere il primo punto di una agenda per il Mezzogiorno. Non può esistere una comunità, laddove vi siano forze criminali che condizionano l’agire degli uomini.

Non mi riferisco solo all’impossibilità per gli imprenditori di operare, ma soprattutto ai giovani e alle famiglie. Che futuro può assicurarsi a un ragazzo che vive in un contesto inquinato dalla criminalità? Una terza precondizione per una politica di sviluppo è costituita dall’orientamento dell’azione delle istituzioni ai risultati. Come si fa, ad esempio, a restare indifferenti dinanzi a statistiche che raccontano ogni anno di milioni e milioni di euro di finanziamenti europei che tornano a Bruxelles poiché le regioni del sud Italia - tranne la Puglia - e quindi i loro amministratori, sono incapaci di spendere? Infine, la partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche come antidoto alla corruzione e al clientelismo. Occorre, quindi, cambiare il paradigma tradizionale dell’amministrare. La partecipazione deve essere alla base dell’agire ordinario delle amministrazioni pubbliche, non un fatto straordinario. I dati sembrano mostrare una situazione per cui le forze di mercato da sole difficilmente saranno in grado di invertire i trend negativi degli ultimi anni.

In uno scenario di questo tipo, appare necessario un intervento di policy economica puntuale e ragionato che introduca nuove risorse nel sistema economico e contribuisca alla crescita di nuovi settori ad alto potenziale di sviluppo. Di conseguenza, è auspicabile che le forze politiche presenti ai vari livelli individuino linee di intervento condivise sulle quali concentrare sforzi e risorse: dallo sviluppo di nuovi settori industriali, alla realizzazione di nuove infrastrutture (anche tecnologiche), per finire con la creazione di scuole di formazione dalle quali far uscire le figure professionali richieste dai nuovi settori.

In questa prospettiva, appare opportuno privilegiare l’approccio integrato (attraverso raccordi tra sostegno alla ricerca e sviluppo, supporto all’innovazione “in senso lato”, interventi infrastrutturali e cura del fattore umano), piuttosto che l’approccio segmentato (indirizzi distinti per ciascun ambito di policy). Con esso si mira a promuovere interventi integrati di ricerca e sviluppo sperimentale al fine di promuovere nuove specializzazioni manifatturiere e terziarie, mettendo a valore le competenze ed esperienze già sedimentate nelle regioni dell’Italia meridionale, piuttosto che impiantare modelli produttivi che hanno avuto successo altrove (come successo in passato).

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