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Il naufragio politico del patto sui profughi

L'Analisi|Scenari

Il naufragio politico del patto sui profughi

Per l’Unione è un successo, per le associazioni umanitarie una macchia sulla coscienza dell’Europa: un anno dopo l’accordo con la Turchia sui migranti le opinioni sono controverse ma soprattutto è la stessa intesa con Ankara ad apparire in bilico dopo la tensione esplosa nelle relazioni tra Erdogan e l’Europa. Non è detto che per mietere consensi in vista del referendum costituzionale, Erdogan possa tentare il colpo di scena, come hanno già minacciato i suoi ministri, congelando un’intesa cui non sembrano esserci troppe alternative. A 12 mesi dall’accordo, la Ue rileva che gli arrivi sono calati del 97%: dal picco di 10mila al giorno nell’ottobre 2015 la media attuale è di soli 43. Ma in Grecia e nei Balcani sono intrappolate circa 90-100mila persone in campi di raccolta squallidi e sovraffollati. La Turchia conta 2,9 milioni di profughi, tra siriani, iracheni e afghani, oltre a 500mila sfollati interni provocati dalla devastante repressione dei curdi, una guerra iniziata dai turchi nel 2015 prima ancora di quella all’Isis.

Quello che sembra sfuggire è la possente dimensione geopolitica di quanto accaduto nell’ultimo anno. Bruxelles ha tenuto fuori i turchi dall’Unione che però sono entrati in un nuovo mondo, dalle prospettive incerte per loro e oscure per noi. Ankara non è più stabilmente nel campo occidentale, dove pure è un membro storico della Nato, ma un Paese che per fronteggiare la sconfitta nella guerra siriana ha dovuto allearsi con la Russia di Putin e venire a patti con l’Iran sciita, per il momento il vero vincitore dei conflitti mediorientali.

Una svolta epocale dovuta ai calcoli sbagliati di un leader che per salvarsi deve vincere il 16 aprile il referendum costituzionale sui poteri presidenziali: se sarà approvato il sistema diventerà più simile a un’autocrazia che a una già discutibile democrazia alla musulmana.

L’Europa, percorsa da una pericolosa miopia in nome della chiusura della rotta balcanica, ha assistito con ipocrita indifferenza alla deriva turca e non ha saputo e voluto riconoscere il dramma della guerra se non quando è entrato in casa con l’afflusso di milioni di profughi mentre in questi anni alcuni dei suoi membri, come la Francia e la Gran Bretagna, spinti dagli americani e dagli interessi economici intrattenuti con le monarchie del Golfo, avevano incoraggiato Erdogan a far affluire migliaia di jihadisti per abbattere Assad, al punto di fare patti più o meno segreti con il Califfato.

Il risultato di questa politica spericolata di Erdogan e irresponsabile degli europei è che non solo la Turchia e i suoi alleati arabi hanno subito la vittoria della Russia ma Ankara ha importato in casa il terrorismo dell’Isis e adesso confina, oltre che con Mosca e Assad, con i curdi siriani, considerati dai turchi terroristi al pari del Pkk e appoggiati sia da Washington che da Mosca. In aggiunta la Turchia verrà tenuta ai margini dell’offensiva contro Raqqa, capitale siriana del Califfato, e ha già dovuto ritirare le sue truppe anche da Mosul in Iraq. Un’umiliazione per chi come Erdogan puntava a diventare il leader di riferimento del mondo mediorientale dove in realtà i movimenti islamici hanno subìto una debàcle dopo il colpo di stato che nel 2013 ha estromesso Morsi in Egitto. Alla Turchia tutto questo è apparso un complotto anti-musulmano, tesi diventata predominante dopo il fallito golpe del luglio scorso.

Di fronte a eventi di questa portata Erdogan è stato abbandonato dagli alleati occidentali è si è gettato nella braccia di Putin. Ma di fatto appare isolato, perché neppure i russi si fidano di lui. Inoltre Ankara aveva firmato quell’accordo per frenare i migranti spinta più da calcoli politici che economici (3 miliardi di euro, di cui ne sono arrivati 750 milioni). L’intesa prevedeva l’esenzione dai visti per i cittadini turchi in viaggio in Europa. Assai sbandierata dal governo, la concessione compensava il mancato ingresso nella Ue: costretto a venire a patti con gli avversari – Russia e Iran e Assad – per Erdogan i visti dovevano bilanciare lo spostamento dell’asse turco verso Oriente e dimostrare ai suoi elettori il suo peso in Occidente. Ma la diplomazia del “pendolo” non ha funzionato.

Non c’è dubbio che l’accordo sui migranti ha retto, finora, per la chiusura della rotta balcanica ma è naufragato sul versante politico: l’Europa e Ankara non sono partner di un’intesa cordiale ma due parti avviluppate in un conflitto ideologico basato su una sorta di ricatto firmato sulla pelle dei rifugiati.

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