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Il suo era l’ottimismo della ragione

L'Analisi|Italia

Il suo era l’ottimismo della ragione

Celebrare Marco Biagi oggi significa ricordare la via riformista alla modernizzazione del mercato del lavoro fondata sul virtuoso connubio tra persona e impresa, su “more and better jobs”, su un metodo basato non sull’astratta teoria dei numeri e degli algoritmi ma sul faticoso processo di confronto con chi è attore del mercato del lavoro. Lo spirito di Marco Biagi era quello di colui che voleva assicurare a questo Paese un futuro migliore, attraverso un mercato del lavoro più moderno, più inclusivo, più di qualità, governato da un diritto del lavoro leggero, capace di interpretare i rapidi cambiamenti dell’economia e della società. Il suo era il riformismo della volontà, l’ottimismo della ragione, perché solo affrontando le sfide a viso aperto si poteva garantire il progresso dell’Italia.

Però, in questi giorni, si avvertono il pregiudizio ideologico mai dissipato per le riforme da lui avviate, il ritorno del furore ideologico del vetero-marxismo, i distinguo del radicalismo “chic”, dimenticando che se oggi esiste il Jobs Act, ciò è stato possibile solo grazie a quella stagione di riforme di 15 anni fa, a quello strappo ideologico, al suo sacrificio personale.

Riprendiamo il filo logico di Marco e centriamo i due punti fondamentali della sua opera: società attiva e Statuto dei Lavori. Cosa significano? Società attiva è accrescere la partecipazione al mercato del lavoro in un’Italia che soffre strutturalmente di bassi tassi di occupazione. Ecco allora il concetto di occupabilità, che non è altro che quello della valorizzazione del capitale umano; concetto che si traduce in politiche attive fondate su orientamento, formazione, inserimento al lavoro, a loro volta basate sulla competizione/collaborazione tra operatori pubblici e privati, sull’alternanza scuola-lavoro e sulla moltiplicazione di strumenti per entrare nel mercato del lavoro. Statuto dei Lavori è ricodificare le regole che governano il rapporto di lavoro e i diritti fondamentali del lavoratore. C’è ancora oggi chi continua a teorizzare un sistema di regole basato solo sul lavoro a tempo indeterminato; l’intuizione di Marco Biagi era di immaginare una regolazione dei diritti del lavoro mediante una struttura a cerchi concentrici. Chi pensa che Marco Biagi teorizzava la destrutturazione del rapporto di lavoro è in malafede e sbaglia due volte. La prima perché Marco, ispirato dalla tradizione del socialismo liberale, non l’ha mai teorizzata; la seconda perché non vede oggi il mutamento della realtà che Marco ieri aveva intuito. E nessuno ricorda le conversazioni tra Gino Giugni e Biagi in cui entrambi esprimevano la consapevolezza della necessità di riformare la codificazione allora esistente per dare nuovi ed effettivi diritti alla persona.

Ora però non bisogna guardare solo indietro bensì avanti, seguendo il suo insegnamento. Siamo nell’era 4.0, quella della sharing economy, della gig economy, delle piattaforme ma anche in quella delle attività a basso tasso di produttività e salario ridotto. Occorre costruire politiche del lavoro, regole e welfare per questa nuova economia e società. Vi è bisogno di coraggio, visione ed innovazione. In queste ore dai vicoli di Roma sembrano riemergere le stesse ombre dei portici di Bologna, quelle che hanno paura del futuro, quelle che restano aggrappate a improbabili paradigmi ideologici, quelle che approfittano delle paure e delle indecisioni della politica. Allora uscirono, uccisero un sogno e resero più difficile alla politica le riforme che in altri Paesi hanno poi permesso di crescere e di ridurre le diseguaglianze. Oggi abbiamo il dovere di fermare quelle ombre, di non lasciare pedalare solo Marco Biagi, di essere al suo fianco, perché la memoria è corta e perché solo affrontando a viso aperto le sfide a cui l’Italia è sottoposta possiamo realizzare un mercato del lavoro più inclusivo, più equo, più di qualità per noi e per le nostre generazioni, onorando la sua memoria.

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