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Un uomo coraggioso sempre aperto al dialogo

L'Analisi|a 15 anni dall’assassinio del giuslavorista

Un uomo coraggioso sempre aperto al dialogo

Sono passati già quindici anni dal suo assassinio. Un tempo decisamente lungo. Eppure Marco Biagi ci parla ancora. Siamo noi, forse, che non siamo capaci di ascoltarlo. Lo testimoniano le ripetute «polemiche da corrida» sui complessi temi del lavoro, come ebbe modo di scrivere lui stesso, sulle pagine di questo giornale, nel novembre del 2001 a difesa del suo “Libro bianco”. Poco o nulla di diverso da quanto registriamo oggi. Prima sulla legge Fornero. Ora sul Jobs Act e la regolazione delle forme di lavoro occasionale. Un appello ancora oggi inascoltato il suo. Un invito al dialogo. A un confronto costruttivo e pragmatico lungo l’orizzonte delle riforme possibili. «La verità – diceva Marco Biagi con parole che sembrano scritte oggi – è che si tenta di creare un clima da corrida, scatenando gli istinti protestatari più irrazionali di fronte a un disegno di modernizzare il mercato del lavoro. (...) il progetto è sempre uno solo: non cambiare nulla».

Marco Biagi non ci parla più attraverso i puntuali editoriali scritti sul Sole 24 Ore, giornale che amava profondamente e che rappresentava per un professore universitario come lui, nel pieno delle forze e della maturità, non solo un motivo di orgoglio professionale, ma anche un prezioso alleato per convincere l’opinione pubblica e le parti sociali della bontà delle sue idee e del suo progetto di riforma del quadro regolatorio del lavoro. «Il nostro diritto del lavoro – scriveva a Guido Gentili in un fondo pubblicato dal Sole 24 Ore due giorni dopo l’assassinio – è diventato una materia di forte richiamo anche per l’opinione pubblica. Solo qualche tempo fa nessuno avrebbe mai immaginato che sulle riforme del mercato del lavoro si scaricasse una fortissima attenzione dei mezzi di informazione».

Marco Biagi fu tra i primi a comprendere che, per arginare ideologie e mistificazioni, ogni provvedimento di riforma legislativa debba essere accompagnato e sostenuto da un adeguato processo comunicativo. Informare per spiegare e rendere comprensibili a tutti tematiche tecnicamente difficili. Un impegno non da poco, se preso seriamente. Nulla a che vedere con la banalizzazioni di materie complesse e tanto meno con la tentazione, molto diffusa, di alimentare la grancassa della propaganda. Da giurista del lavoro – giuslavorista, come amava definirsi – mai ha creduto in una ricorsa alle regole, come registriamo oggi in uno stillicidio di annunci, senza una analisi sociale e culturale retrostante tale da ricondurre la singola scelta tecnica dentro una visione di insieme di quella che già ai tempi di Marco Bagi, e ben prima di Industria 4.0, si preannunciava come una nuova e travolgente trasformazione del lavoro. La sintonia col Sole 24 Ore è stata per Marco Biagi una vera affinità elettiva perché mai ha ritenuto di limitare una materia viva come il lavoro entro un campo arido di discussioni formali e ideologiche senza alcuna connessione con la realtà del mondo che ci circonda e che chiede risposte reali a bisogni nuovi.

Non avrebbe molto senso domandarci cosa avrebbe detto oggi Marco Biagi sul Jobs Act e sulla scelta del governo di cancellare strumenti preziosi, se bene congegnati, per la regolazione di prestazioni di lavoro occasionale come i voucher. Ma non possiamo essere indifferenti alla sua capacità di prendere posizione sempre. Anche su temi spinosi e controversi, argomentando poi nel merito le sue scelte. È questo suo coraggio, più che la singola soluzione tecnica, che ci parla ancora. Forte era in lui la consapevolezza che noi siamo le nostre scelte. E per questo, cosa rara tra gli intellettuali, mai ha avuto paura di testimoniare il coraggio delle scelte. Anche quando scegliere e dividersi non è facile e può essere fonte di forti divisioni. Come documenta il suo ultimo editoriale per il Sole 24 Ore, Marco Biagi era infatti perfettamente consapevole che «ogni processo di modernizzazione avviene con travaglio, anche con tensioni sociali, insomma pagando anche prezzi alti alla conflittualità».

Altra scelta che Marco fece con nettezza fu quella di rinunciare alla professione di avvocato per essere professore e docente a tempo pieno. Non solo la forza di una visione, portata avanti con determinazione e semplicità, come bene raffigura la bicicletta col faro acceso nella notte, disegnata dal Sole 24 Ore all’indomani della sua morte e diventata subito il simbolo del suo impegno civile e progettuale.

Marco Biagi ci parla ancora non solo con i suoi libri e i suoi tanti progetti legislativi, ma come educatore attraverso un metodo di lavoro e di insegnamento che è rimasto vivo e che ancora oggi è il pilastro portante della sua Scuola. Un metodo semplice che crede nel diritto dello Stato ma, ancor di più, nel diritto sussidiario delle relazioni industriali, attraverso il ruolo propositivo dei corpi intermedi e la contrattazione collettiva. E che soprattutto crede nell’impegno educativo verso i nostri giovani: ragazzi oggi come allora da formare con spirito critico e mente aperta al nuovo per farne i veri motori del cambiamento dentro i luoghi di lavoro, le istituzioni e le sedi della rappresentanza.

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