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Dopo il divorzio, si dividono i beni

lO SCENARIO

Dopo il divorzio, si dividono i beni

Prima il divorzio con l’Europa, poi le mancate nozze con la Borsa di Francoforte: prossimo passo, «spezzatino» della City? La vita da «single» è una scelta degli inglesi, ma come in ogni divorzio, la libertà ha un prezzo: la Ue vuole da Londra 60 miliardi di euro per gli impegni di bilancio già presi con Bruxelles, ma la vera posta in gioco è il controllo sui centri nevralgici della finanza europea.

Anche se Londrà continuerà ad avere ancora a lungo un ruolo-chiave per la finanza mondiale, il distacco inglese apre un’opportunità storica anche per la finanza europea: diventare un mercato unico dei capitali non solo a parole e promesse, ma una volta tanto nei fatti. Se l’Europa rischia di esplodere, è non solo per i progetti politici ed economici incompiuti, ma anche per il bipolarismo che dimostra nella gestione del mercato finanziario nelle sue diverse articolazioni: stringere il cappio alle banche con migliaia di regole le rende certamente più sicure, ma senza l’alternativa di un vero mercato dei capitali sono imprese e famiglie a pagarne il prezzo. Nel caso delle Borse europee, il mercato unico dei capitali è solo quello che sta a Londra: Milano, Parigi, Francoforte, Madrid, Lisbona, Amsterdam o Vienna, sono piazze per il trading “di base”, quindi escluse di fatto dalla parte più alta della catena del valore. Il redditizio e ben più strategico post-trading, è monopolio londinese con il timbro della Ue: è la City che funziona da contro-parte centrale per quasi tutti i mercati finanziari dell’eurozona.

Per ragioni storiche e politiche, Londra si è garantita il ruolo di Clearing House fin dal dopo-guerra: oggi è la «camera di compensazione centrale» per tutte le banche e le istituzioni finanziarie che intermediano tutto ciò che ha un prezzo in euro, dai derivati alle azioni. A Londra c’è il più importante mercato over the counter dei cambi valutari in euro e il più grande mercato dei derivati sui tassi di interesse. Circa mille miliardi di euro vengono intermediati ogni giorno nella City, mentre in termini di derivati denominati in euro sui tassi di interesse, Londra ha un giro d’affari quotidiano di oltre 927 miliardi. Questa euro-torta è spartita tra tre grandi clearing house: Cme Europe, London Metal Exchange e Lch Group, società controllata dalla Borsa di Londra (che controlla a sua volta Borsa Italiana). Di queste, LCH si aggiudica la quasi totalità delle transazioni in euro: è non solo un controsenso valutario visto che la valuta degli inglesi è la sterlina, ma anche un rischio per la Bce. Se la vigilanza europea si ferma già oggi al confine sulla Manica, figuriamoci dopo la Brexit. Che senso ha, dunque, lasciare fuori dal perimetro della vigilanza Ue il controllo su un’attività tanto delicata e importante per la stabilità finanziaria dell’eurozona? Perchè non spostare il clearing di LCH in Italia, visto che Borsa Italiana ha avuto, e ha ancora, un ruolo chiave nella crescita del London Stock Exchange?

Già nel 2011, la Bce ha tentato inutilmente di riportare nell’Eurozona la sede fisica di Lch, facendo leva sulla necessità di averne il controllo diretto in caso di nuove crisi finanziarie e bancarie. Fu la Corte di Giustizia Europea, su ricorso inglese, a bloccare il trasferimento. Ora la situazione è diversa. E come in ogni divorzio, i beni vanno divisi. La Borsa di Milano, che a Londra ha dato servizi ed eccellenze, si è candidata come sede per l’euroclearing: per il listino e il Paese sarebbe un’iniezione di fiducia.

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